La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra

La “cenciata” ricevuta da Giorgia Meloni è stata notevole. In cambio la presidente del Consiglio ha riversato la sua furia contro se stessa, o meglio contro il suo governo. Teste che saltano, richieste di dimissioni pubbliche dopo non essere riuscita a ottenerle in privato. Sembra una prova di forza ma è un’inevitabile prova di debolezza.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni nel suo messaggio post sconfitta referendaria (Fb).

Prima il problema era Salvini, poi Vannacci: ora è il resto d’Italia

La leader di Fratelli d’Italia vuole far vedere chi è che comanda. E visto che non ci riesce di fronte al Paese, è costretta a farlo almeno nel suo esecutivo, soprattutto nel suo partito. Sono di Fratelli d’Italia, o in quota FdI, quelli che hanno perso il posto. Questo potrebbe farci intuire qualcosa su quale sarà il destino della legislatura, che forse è già finita anche se si dovesse votare davvero nel 2027. Meloni non può non radicalizzarsi, perché prima il problema era Matteo Salvini, poi è diventato Roberto Vannacci, ora il problema è il resto dell’Italia. Il popolo sta con i magistrati, e come si fa a dare contro il popolo, quello che ti ha appena bocciato la riforma della separazione delle carriere dei magistrati?

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Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’ex generale ora potrebbe servire e lui rilancia

Con Salvini, Meloni aveva raggiunto un punto d’equilibrio tenendolo a bada, soprattutto sulla politica estera, vera cartina di tornasole per capire se le cose funzionano in un matrimonio politico, cioè in una coalizione. Di Vannacci ha preferito accettarne le contraddizioni; il generale è in piena distonia sulla guerra con l’esecutivo, ma non lo si può mandare a farsi un giro, perché serve tutto, anche un partitino d’estremisti. Non gli si chiede niente, ma neanche gli si dice: arrivederci, grazie. Il generale in pensione stesso lo sa e adesso rilancia, aprendo pure a Firenze la prima sede provinciale italiana di Futuro Nazionale (all’inaugurazione, sabato, in piazza Tanucci, parteciperanno oltre a Vannacci, il coordinatore nazionale e consigliere regionale Massimiliano Simoni e il deputato Edoardo Ziello; sono attese manifestazioni e contestazioni da sinistra).

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La riscoperta del buon vecchio manettarismo di destra

Nell’accettare la presenza del vannaccismo, Meloni cerca di evitare di scoprirsi a destra, ma l’unico modo che ha per contrastarne lo spirito è radicalizzarsi. E qui potrebbe arrivare la novità più grossa dal referendum. La presidente del Consiglio potrebbe persino riscoprire il buon vecchio manettarismo di destra, che qualcuno dentro Fratelli d’Italia le consiglia di recuperare. In fondo aver ghigliottinato Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanchè appartiene a quello spettacolo splatter che piace alle masse, che non vedono l’ora di vedere cadere i potenti, specie con disonore.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Daniela Santanchè (Imagoeconomica).

La premier rischia di autoisolarsi nel suo cerchietto magico

La campagna elettorale è appena cominciata, la presidente del Consiglio rischia di autoisolarsi, chiusa nel suo cerchietto ultra magico. Di Meloni si è sempre detto che è popolare, nel senso di vicina al popolo, di nazionalpopolare, capace di capire gli umori della gente, perché che cosa c’è meglio di essere stati una vita all’opposizione per una che si sente l’underdog della politica italiana? Il problema è che il Palazzo contamina, la prospettiva della presidenza del Consiglio può persino far prendere abbagli. C’è differenza fra il Paese legale e il Paese reale. Quello reale si è abbattuto, domenica e lunedì scorsi, su chi sembrava fosse attrezzata e pronta a tutto, dal cuore gitano di Andrea Giambruno al ciuffo incollerito di Donald Trump che attacca mezzo mondo – il Venezuela, l’Iran – e lei lì a fare l’amica degli americani. E invece Meloni ha scelto la via più semplice, ha scaricato i Fardelli d’Italia che avrebbe dovuto scaricare mesi fa e cerca una difficile riconferma alle elezioni politiche dell’anno prossimo, quando, è vero, non ci saranno i magistrati a dare una mano alla campagna elettorale del centrosinistra (forse), ma senz’altro non sarà tutto in discesa come è stato fin qui.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump (Imagoeconomica).

Il consiglio del vecchio maestro Rampelli

Un leader accorto potrebbe anche sentirsi paradossalmente sollevato. In fondo la prima vera sconfitta è arrivata dopo quattro anni di governo e c’è ancora almeno un anno prima di raddrizzare la barca. È stata una sorpresa arrivata non all’ultimo, ma al penultimo momento. Forse Meloni fa in tempo a rispolverare il giustizialismo di destra, come sembra indicarle l’antico maestro Fabio Rampelli quando dice che la gente è interessata ai reati sociali, non a quelli mediatici. E ci siamo intesi.

La prima vera sconfitta di Meloni riaccende la tentazione giustizialista della destra
Fabio Rampelli (Ansa).

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede

La Costa Rica si unisce a un numero crescente di Paesi in Africa e nelle Americhe che hanno firmato accordi controversi (e spesso segreti) con gli Stati Uniti di Donald Trump sul tema migranti. Il governo di San José ha infatti reso noto di aver accettato di ricevere ogni settimana 25 persone espulse dagli Usa.

Cosa prevede l’intesa siglata da Washington e San Josè

In base all’accordo, la Costa Rica potrà accettare o rifiutare i trasferimenti proposti. Una volta arrivati nel Paese, i migranti espulsi dagli Stati Uniti riceveranno un permesso di soggiorno temporaneo: il loro status sarà poi stabilito secondo le leggi che regolano l’immigrazione. San José ha assicurato che eviterà di rimpatriare i migranti che rischiano di essere perseguitati nei Paesi d’origine. Per quanto riguarda i costi, Washington si farà carico delle spese di trasferimento, mentre vitto e alloggio in Costa Rica saranno coperti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ovvero l’agenzia delle Nazioni Unite dedicata a promuovere la giustizia sociale e i diritti lavorativi internazionalmente riconosciuti.

Stati Uniti-Costa Rica, accordo sui migranti: cosa prevede
Rodrigo Chaves Robles, presidente della Costa Rica (Ansa).

I Paesi che hanno già stretto accordi simili con gli Usa

Come detto, la Costa Rica si aggiunge a una serie di Stati che hanno firmato accordi simili con gli Usa, nel tentativo di rafforzare i rapporti diplomatici con l’Amministrazione Trump, a seguito di forti pressioni della Casa Bianca. Tra essi il Sud Sudan, l’Honduras, il Ruanda, la Guyana e diversi Stati insulari caraibici, come la Dominica e Saint Kitts e Nevis.

Calenda contro Conte che attacca Meloni: «Tu scodinzolavi dietro a Trump»

Mentre Elly Schlein cerca di ricompattare le opposizioni, queste si dividono sulla spesa militare. Tutto è partito da un post di Giuseppe Conte che ha attaccato il governo di Giorgia Meloni per aver aumentato gli investimenti nella difesa. «Dopo giorni difficili per il governo», scrive il leader del M5s, «un riconoscimento per la premier: quello di Rutte della Nato per aver superato in un solo anno il 2 per cento del pil sulle spese militari». Conte specifica che si tratta di «45 miliardi» e di un aumento di «12 miliardi in un anno», e poi affonda: «E ora si corre verso il 5 per cento firmato da Meloni su spinta di Trump».

Calenda: «Dimostri di essere inadatto a fare il premier»

In risposta a queste sue dichiarazioni è arrivato un post di Carlo Calenda: «Magari. Avremmo bisogno di una difesa più forte e moderna. In realtà è una cosmesi contabile. Ti ricordo poi che l’obiettivo del 2 per cento è stato da te confermato quando eri Presidente del Consiglio e scodinzolavi dietro Trump. Questo post mostra chiaramente perché sei del tutto inadatto a ridiventarlo».

La Russia ha designato come agente straniero il co-regista di ‘Mr Nobody Against Putin’

Il ministero della Giustizia di Mosca ha designato come agente straniero il russo Pavel Talankin, co-regista assieme all’americano David Borenstein del documentario Mr Nobody Against Putin, di recente vincitore del premio Oscar. La pellicola racconta di come lo Stato russo indottrini gli scolari in tempo di guerra, tra assemblee, riunioni, serate di gala e lezioni. La pellicola è basata su filmati girati da Talankin in una scuola elementare della città uralica di Karabash (dalla quale proviene) dopo l’invasione dell’Ucraina. Nel 2024 Talankin, che insegnava proprio in quell’istituto, ha lasciato la Russia, portando con sé il materiale video. Da allora vive in Repubblica Ceca. Il 26 marzo un tribunale russo ha vietato la distribuzione del film in tutto il Paese.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio

Mentre in tutta Italia migliaia di imprese, associazioni ed enti sono impegnati nella redazione e nell’approvazione dei bilanci d’esercizio 2025, affiancati dai commercialisti chiamati a garantire correttezza formale, trasparenza e rispetto delle norme, nel cuore della categoria emerge un nodo che sta facendo discutere.

Bilancio non sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale

Al centro del confronto c’è il bilancio del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec), guidato da Elbano De Nuccio, che secondo l’attuale normativa (il decreto legislativo 139/2005) non è sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale. Una situazione che molti, all’interno della professione, giudicano quantomeno paradossale: proprio l’organo che rappresenta i professionisti chiamati ogni giorno a vigilare sui bilanci altrui, infatti, non sarebbe tenuto a passare da quel vaglio assembleare che costituisce uno dei cardini della vita degli Ordini territoriali e delle società.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Elbano De Nuccio, con la premier Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Malumori e perplessità in diversi settori della categoria

La questione assume un rilievo ancora maggiore alla luce della riforma dell’ordinamento professionale. Nel testo trasmesso dal Consiglio nazionale al parlamento e recepito nel disegno di legge 2628, secondo i critici non sarebbe stata inserita alcuna norma che possa colmare questa lacuna. Un’assenza che ha alimentato malumori e perplessità in diversi settori della categoria.

Problemi di coerenza istituzionale e trasparenza interna

A intervenire, però, sono stati i parlamentari, che hanno presentato 49 emendamenti al ddl. Tra questi, due in particolare puntano a introdurre l’obbligo di approvazione del bilancio del Consiglio nazionale da parte dell’assemblea dei 132 presidenti degli Ordini territoriali, sul modello di quanto avviene da sempre per i bilanci degli Ordini locali. Una misura che, per molti osservatori, rappresenterebbe un elemento minimo di coerenza istituzionale e di trasparenza interna.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

I conti non tornano nonostante l’aumento della quota annuale

Le critiche non si fermano qui. A suscitare discussione sono anche i numeri del bilancio 2025 del Consiglio nazionale, descritto da più parti come caratterizzato da uscite superiori alle entrate per alcuni milioni di euro, nonostante l’aumento della quota annuale di 20 euro. Uno squilibrio che, secondo i contestatori, sarebbe stato coperto utilizzando liquidità accumulata negli anni precedenti, vale a dire risorse provenienti dalle quote versate dagli iscritti.

Alcuni emendamenti sono considerati strategici

Nel dibattito rientrano anche altri emendamenti considerati strategici da Ordini e sindacati di categoria, già sollevati nel corso delle audizioni parlamentari: dalla valorizzazione degli Ordini territoriali alla tutela della sopravvivenza di quelli più piccoli, dal tema delle competenze professionali alla richiesta che eventuali specializzazioni siano accompagnate da ambiti di esclusiva, fino al sostegno ai neo-iscritti e alla garanzia di una quota di minoranza all’interno del Consiglio nazionale.

Il paradosso dei commercialisti, una categoria con problemi di… bilancio
Elbano De Nuccio col ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).

In questo clima, alcuni Ordini si sono già mossi per sensibilizzare i parlamentari dei rispettivi territori, chiedendo sostegno a quegli emendamenti ritenuti necessari per correggere quelle che vengono definite «dimenticanze» del testo promosso dalla governance nazionale.

Irritazione per l’aumento degli emolumenti

Sul fondo resta una crescente insoddisfazione della base, che giudica la riforma insufficiente e guarda con preoccupazione anche l’andamento delle spese del Consiglio nazionale, compresi gli aumenti degli emolumenti destinati al presidente e ai consiglieri nazionali. Il prossimo passaggio decisivo è fissato per il 15 aprile, quando i presidenti degli Ordini sono chiamati a esprimersi. A quel punto si capirà se prevarrà l’indicazione proveniente dagli iscritti dei territori oppure se, in un ulteriore paradosso tutto interno alla categoria, il voto finirà comunque per rafforzare la leadership di Elbano De Nuccio.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano

Secondo cinque fonti vicine all’intelligence americana, citate da Reuters gli Stati Uniti possono affermare con certezza di aver distrutto solo circa un terzo del vasto arsenale missilistico iraniano, in un mese di attacchi contro la Repubblica Islamica. Lo stato di circa un altro terzo dei missili è meno chiaro, ma è probabile che i bombardamenti statunitensi e israeliani abbiano danneggiato, distrutto o seppellito in tunnel e bunker sotterranei altrettanti missili.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Donald Trump (Ansa).

L’Iran ha ancora una scorta significativa di missili e droni

Una delle fonti ha affermato che le informazioni di intelligence sono simili anche per quanto riguarda i droni. Tale stima dimostra che, nonostante i proclami di Donald Trump, l’Iran possiede ancora una scorta significativa di missili e droni da utilizzare subito. E che potrebbe essere in grado di recuperarne altrettanti, una volta cessati i combattimenti.

Gli Stati Uniti sono certi di aver distrutto solo un terzo dell’arsenale missilistico iraniano
Il Pentagono (Imagoeconomica).

Gli attacchi Usa avrebbero colpito 10 mila obiettivi militari

L’Amministrazione Trump ha dichiarato di voler indebolire l’esercito iraniano affondando le navi della Marina, distruggendo le sue capacità missilistiche e di droni e assicurandosi che la Repubblica Islamica non possieda mai un’arma nucleare. Gli attacchi statunitensi, secondo il Comando Centrale, hanno colpito oltre 10 mila obiettivi militari iraniani e hanno affondato il 92 per cento delle grandi navi militari di Teheran. Tuttavia, il Pentagono si è rifiutato di specificare con precisione quanta parte delle capacità missilistiche o di droni dell’Iran sia stata effettivamente distrutta.

Il tribunale di Milano ordina a Corona di rimuovere i video su Signorini

Il tribunale di Milano ha ritenuto i contenuti diffusi da Fabrizio Corona su Alfonso Signorini «lesivi dell’onore, della reputazione e della riservatezza», non «giustificati dal diritto di cronaca o di critica, in assenza dei requisiti di verità, pertinenza e continenza». Pertanto, ha confermato l’ordine all’ex re dei paparazzi di rimuovere dagli hosting provider e dai social media i messaggi audio e video da lui pubblicati durante la sua trasmissione Falsissimo. Dovrà poi pagare 750 euro per ciascuna violazione delle misure indicate e per ciascun giorno di ritardo nell’esecuzione. Il tribunale ha inoltre affermato che non vi è alcun elemento concreto che consenta di ritenere sussistente l’ipotesi di estorsioni sessuali attribuite a Signorini, rilevando come tali accuse siano state diffuse come fatti certi senza adeguata verifica e senza riscontri oggettivi.

Sondaggi politici, chi vincerebbe le primarie del centrosinistra?

Mentre nel centrosinistra si discute delle modalità per designare il leader della coalizione – con le primarie che sembrano essere la via più accreditata -, un sondaggio effettuato dall‘istituto Izi e pubblicato sul quotidiano Domani indica le preferenze degli italiani in merito. In base alla rilevazione, Giuseppe Conte è risultato favorito alle eventuali primarie del campo largo, ottenendo la preferenza del 36,1 per cento degli elettori dell’ala progressista interpellati. Agli intervistati è stato chiesto chi preferissero tra Giuseppe Conte, Silvia Salis, Elly Schlein e Nicola Fratoianni /Angelo Bonelli (questi ultimi due in alternativa). Se poi la rosa dei candidati viene ristretta a tre nomi (Conte, Salis, Schlein), i sostenitori dell’ex premier del M5s salgono addirittura al 42,6 per cento. A sorpresa, in entrambi i casi al secondo posto si piazza la sindaca di Genova Silvia Salis, che batte l’attuale segretaria dem Elly Schlein.

L’Iran minaccia di colpire gli hotel dei Paesi del Golfo dove alloggiano soldati Usa

L’Iran ha minacciato di colpire gli hotel dei Paesi del Golfo che stanno ospitando personale militare degli Stati Uniti. Lo ha detto Abolfazl Shekarchi, portavoce delle forze armate di Teheran, parlando sulla tv statale: «Quando gli americani vanno in un albergo, allora dal nostro punto di vista quell’albergo diventa americano». Molti soldati americani sono stati trasferiti in hotel e altre strutture edifici dei Paesi del Golfo, dopo che le basi militari in cui erano di stanza sono state attaccate dalla Repubblica Islamica. Secondo i media, il Pentagono si prepara a inviare in zona altri 10 mila soldati, cosa che garantirebbe a Donald Trump ulteriore flessibilità nei negoziati con l’Iran. Secondo Axios, una decisione definitiva sarà presa la prossima settimana. Intanto il presidente Usa ha posticipato ancora i paventati raid contro il settore energetico iraniano.

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Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno

La data del 7 aprile era evidenziata bene sull’agenda: doveva essere una grande festa, per il 65esimo compleanno di Daniela Santanchè. E invece tutto è stato rovinato dalle dimissioni «auspicate» dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un numero, quel 65, che nell’immaginario evoca il diritto ad andare in pensione, anche se poi l’addio al lavoro viene spostato sempre più in là. Così pare un “collocamento a riposo”, quello subito dall’ex Pitonessa, che per ora se ne sta in Versilia nel suo buen retiro a Marina di Pietrasanta. Santanchè intanto ha incassato anche l’appoggio ruvido di Vittorio Feltri che sul Fatto Quotidiano la definisce sì una «furbacchiona», ma «detto ciò», aggiunge, «ha ragione: questa cazzata qui del referendum, che cosa c’entra con le sue dimissioni? È un assurdità, una manovra politica insensata». Ma il 7 aprile è una data da cerchiare in rosso anche per Palazzo Chigi, visto che scadrà il taglio delle accise e andrà messo in conto un incremento di 25 centesimi. Tanto ormai il referendum è passato, ed è stato pure perso male.

Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno
Daniela Santanchè con Vittorio Feltri (Imagoeconomica).

Attenta Daniela, per Ignazio sei una «risorsa»

Ma quale sarà il futuro politico di Santanchè? Nonostante le voci che la vorrebbero in avvicinamento alla formazione di Roberto Vannacci, è quasi impensabile che l’ex ministra cambi mise, mollando il movimento a cui tiene tanto, come ha scritto nella missiva a Giorgia Meloni. A sgomberare il campo da retroscena fantasiosi ci pensa anche l’amico dell’ex Pitonessa Ignazio La Russa. Il presidente del Senato al Corriere lo esclude, «perché conosco Daniela e perché lei stessa nella sua lettera — che le rende giustizia e onore — ha scritto che per lei la cosa più importante era preservare l’amicizia con Giorgia e il futuro di FdI. E non si scrivono certe cose se si vuole andare via». La Russa va pure oltre. Daniela, assicura, «non sarà certo un peso» per il partito, ma una «risorsa». Visto l’uso che di quel termine si fa dalle parti della Fiamma (e pure di Via Bellerio), fossimo in Santanchè non dormiremmo sonni proprio sereni.

Il compleanno rovinato di Santanchè e il plotone d’esecuzione di Stefania Craxi: le pillole del giorno
Daniela Santanchè con Ignazio La Russa (Imagoeconomica).

La prima scivolata di Stefania Craxi

Appena ricevuto l’incarico di capogruppo al Senato, al posto del “defenestrato” Maurizio Gasparri, in nome di un fantomatico rinnovamento di Forza Italia, Stefania Craxi affrontando i cronisti ha ben pensato di uscirsene con una battuta (o lapsus): «Calma non scappo. C’è un plotone d’esecuzione davanti». Una citazione (involontaria, si spera) di Giusi Bartolozzi, l’ormai ex capo gabinetto di Carlo Nordio epurata proprio per aver usate le stesse parole contro la magistratura. Partiamo bene.

Del Debbio scherza su Vespa

La «cortese e sottomessa preghiera» che nella serata del 25 aprile Bruno Vespa ha rivolto ai vertici Rai perché altre trasmissioni di approfondimento dell’azienda non si sovrapponessero ai suoi spazi, non è passata inosservata. Per lo meno a Mediaset.

Giovedì sera infatti Paolo Del Debbio si è tolto un sassolino dalla scarpa. Anche lui aveva due appuntamenti su Rete4: Quattro di sera nel preserale e Dritto e rovescio in prima serata. E al termine del primo ha detto che non voleva sforare per non far imbufalire il conduttore che veniva dopo di lui. Cioè lui medesimo.