Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin

Lovaglio ha vinto. Il 15 aprile, l’assemblea dei soci di Mps ha sancito il ritorno dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio alla guida della banca senese, con il voto determinante di Delfin – la holding della famiglia Del Vecchio, prima azionista con il 17,5 per cento -, di Banco BPM con il 3,76 per cento e anche grazie al Mef che non si è presentato. Così la lista presentata da Plt Holding ha avuto la meglio contro quella del board uscente, appoggiata dal 13,5 per cento di Francesco Gaetano Caltagirone. Per la prima volta dalla morte di Leonardo Del Vecchio, avvenuta nel giugno 2022, i due pilastri del patto che aveva conquistato Mediobanca e puntava al controllo di Generali si sono fronteggiati in assemblea. Una rottura clamorosa, che segna la fine di un’alleanza durata anni e che ridisegna gli equilibri del nascente terzo polo bancario italiano.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro la decisione di Delfin la pressione della famiglia Del Vecchio

Ma il voto di mercoledì racconta una storia diversa da quella che appare in superficie. La decisione di Delfin di schierarsi con Lovaglio non è stata una scelta strategica di Francesco Milleri, presidente della holding e Ceo di EssilorLuxottica. Ma è stata imposta dalle dinamiche interne alla famiglia. Da tre anni e mezzo gli otto eredi di Del Vecchio – la moglie Nicoletta Zampillo e i sette figli compreso Rocco Basilico (nato dal primo matrimonio di Zampillo col banchiere Paolo Basilico), ciascuno con il 12,5 per cento di Delfin – non riescono a chiudere la disputa sulla successione. I dividendi sono bloccati al 10 per cento dell’utile netto secondo lo statuto che richiede l’unanimità per le decisioni strategiche. Milleri governa per inerzia, non per mandato. E la pressione degli eredi, che vogliono risposte su come viene gestito un patrimonio che ai valori attuali supera i 40 miliardi di euro, si è scaricata anche sul voto in assemblea. Alla fine i figli spalleggiati dalla madre hanno dettato la linea a Milleri che avrebbe invece votato per la lista del board.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Milleri (Ansa).

La rottura dell’asse con Caltagirone

Lovaglio è l’uomo che ha risanato Mps e ha condotto la scalata vincente su Mediobanca. In realtà ha sempre avuto buoni rapporti con Milleri. La sua estromissione dalla lista del cda, decisa a inizio marzo, non era piaciuta né al numero uno di Delfin né – secondo fonti finanziarie – alla Bce. Ma la scelta di votare contro Caltagirone ha un costo enorme: spacca l’asse che teneva insieme il sistema, dall’acquisizione di Mediobanca al posizionamento su Generali.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Gaetano Caltagirone (Ansa).

Le mire di LMDV tra inchieste e piani di acquisizione

Il dissidio interno a Delfin è profondo e ha radici che vanno ben oltre Mps. Leonardo Maria Del Vecchio, il quarto figlio del fondatore e chief strategy officer di EssilorLuxottica, è indagato dalla procura di Milano con il coordinamento della Dda nell’ambito dell’inchiesta Equalize per presunto spionaggio ai danni di quattro fratelli. È inoltre in causa con la madre e Basilico. A marzo ha rilasciato un’intervista a Les Echos, il principale quotidiano finanziario francese, annunciando di voler comprare le quote di due fratelli per arrivare al 37,5 per cento di Delfin, un’operazione a leva su una holding che potrebbe trovarsi di fronte a imprevisti di natura fiscale. A dicembre 2025, Rocco Basilico ha lasciato il ruolo di Chief Wearables Officer di EssilorLuxottica. Era stato lui ad avviare i contatti con Mark Zuckerberg che hanno portato alla partnership con Meta sugli smart glasses. Lo stesso Milleri è a sua volta indagato dalla procura di Milano per il presunto concerto nell’acquisizione di Mediobanca, insieme a Caltagirone e allo stesso Lovaglio che oggi, per una di quelle ironie che solo il capitalismo italiano sa produrre, torna alla guida della banca grazie proprio al voto di Milleri.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

La possibile grana francese sull’ultima residenza del fondatore

Ma all’orizzonte della famiglia Del Vecchio si potrebbe profilare una partita al confronto della quale le faide di oggi rischiano di essere derubricate a un dettaglio. Nel 2023 il fisco francese ha avviato verifiche sulla residenza effettiva di Leonardo Del Vecchio al momento della morte, con particolare riferimento a Villa La Leonina, la proprietà di Beaulieu-sur-Mer che, nel suo testamento, il fondatore definisce «la residenza più amata» e che l’inventario dell’eredità valuta 47 milioni di euro. Se la residenza francese fosse accertata, l’applicazione dell’articolo 750 ter del Code général des impôts sull’intero patrimonio mondiale degli eredi avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti per l’assetto azionario di EssilorLuxottica, società del CAC 40 di cui Delfin controlla il 32 per cento. Contattati in merito, da Delfin si sono limitati a un «no comment».

La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…

Fermi tutti: la redenzione ora è totale. Prima Giorgia Meloni, ora il Capitano. Addio infatuazione per il despota della Casa Bianca. Dopo aver puntato il dito contro Donald Trump per le dure parole rivolte a Leone XIV («la situazione è già complicata di suo senza che uno si alzi la mattina attaccando il Santo Padre»), persino Matteo Salvini sembra aver voltato definitivamente le spalle al presidente Usa, udite udite. Durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento milanese dei Patrioti, il segretario della Lega ha preso le distanze dal presidente americano per quanto detto su Giorgia Meloni («è stata una caduta di stile») e, per quanto riguarda la «maledetta e disgraziata guerra» in Iran, ha ironizzato: «Stando a Trump è già finita parecchie volte, e non è ancora finita…». Aggiungendo: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso aiuti la pace nel mondo o aumenti la credibilità di nessuno». E pensare che, fino a poco tempo fa, Salvini era uno dei più accesi sostenitori di The Donald…

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Il passato MAGA di Salvini, dall’incontro nel 2016 in poi

Nel 2016 Salvini volò a Filadelfia e, a margine dell’ultimo comizio elettorale di Trump in vista delle Primarie repubblicane in Pennsylvania, incontrò l’ex palazzinaro nel backstage, dopo aver assistito al suo discorso tenendo in mano come tutti gli altri un cartello blu con lo slogan “Trump. Make America Great Again”. E The Donald arrivò a dirgli: «Matteo, ti auguro di diventare presto primo ministro in Italia». L’innamoramento salviniano raggiunse il culmine nel 2020, quando il leader leghista sostenne la sua rielezione alla Casa Bianca (fu poi sconfitto da Joe Biden) sfoggiando il cappellino rosso MAGA e, a più riprese, una mascherina – era tempo di Covid – da sostenitore repubblicano. Il giornale inglese Independent arrivò a definirlo «cheerleader di Trump», sottolineando la diffusione di «false teorie complottiste riguardo le elezioni americane».

La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…

Durante gli anni dell’Amministrazione Biden, il filo tra i due non si era interrotto: nell’estate del 2024 il presidente ringraziò Salvini per le parole di solidarietà che il vicepremier aveva espresso su X nei suoi confronti dopo le recenti vicende giudiziarie. A febbraio 2025, dopo la sua rielezione, Salvini arrivò a dire: «Chi critica Trump o rosica o non capisce». Poi lanciò la candidatura di The Donald al Premio Nobel per la Pace: «Sta facendo più lui in poche settimane che Biden in quattro anni». Concetto ribadito il mese successivo.

A ottobre 2025, dopo la tregua nella Striscia di Gaza, Salvini aveva esaltato l’operato di Trump, citandolo sui social: «La guerra è finita».

Da Gaza all’Ucraina, a dicembre, in vista dell’incontro previsto a Mar-a-Lago tra il padrone di casa e Volodymyr Zelensky, Salvini aveva detto: «Ringrazio come tutti dovrebbero ringraziare il presidente Trump per lo sforzo che sta facendo. Spero non ci siano guastatori occidentali a cui conviene la continuazione della guerra con la produzione e la vendita delle armi magari per riconvertire settori industriali messi in ginocchio da Bruxelles».

Le prime crepe dopo il blitz Usa in Venezuela

Le prime crepe a gennaio 2026, dopo il blitz statunitense a Caracas: Salvini aveva voluto precisare che, pur mantenendo l’apprezzamento da sempre manifestato nei confronti di Trump, non riteneva una soluzione efficace l’esportazione della democrazia, dando già allora ragione al papa, «che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo Stato di diritto». Adesso la definitiva (?) presa di distanza. E guarda caso c’è sempre il pontefice di mezzo.

Meloni dopo l’incontro con Zelensky: «L’Occidente diviso sarebbe un regalo alla Russia»

Nel corso del bilaterale andato in scena a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni e Volodymyr Zelensky hanno fatto «un punto della situazione sullo stato di avanzamento del processo negoziale, i prossimi passi da compiere per arrivare alla fine della guerra in Ucraina e su come continuare il sostegno» alla nazione invasa dalla Russia nel 2022. Lo ha detto la presidente del Consiglio nelle dichiarazioni congiunte dopo l’incontro, sottolineando che «in questi quattro anni la posizione dell’Europa e dell’Italia è stata sempre la stessa al fianco di Kyiv, del suo popolo e delle sue istituzioni».

Meloni: «In gioco c’è anche la sicurezza dell’Europa»

Sostenere l’Ucraina, ha detto Meloni, «non è solo un dovere morale, ma una necessità strategica» perché «è in gioco anche la sicurezza dell’Europa». Un Occidente diviso o un’Unione europea spaccata, ha aggiunto la premier, «sarebbe un regalo a Mosca». La presidente del Consiglio ha poi spiegato che l’Italia è interessata alla produzione dei droni con l’Ucraina.

Le parole di Zelensky dopo l’incontro con Meloni

«La guerra è cambiata e ora senza una difesa veramente solida e sicura da tutti i tipi di droni e nessuno può sentirsi al sicuro. L’Ucraina ha sviluppato un formato speciale di accordo sulla sicurezza, lo chiamiamo formato “Drone deal” ed è importante che ci sia interesse da parte dell’Italia in merito», ha detto Zelensky confermando le parole di Meloni. E poi: «Possiamo lavorare insieme per la produzione di sistemi di contraerea, perché dobbiamo assolutamente evitare la normalizzazione di queste azioni della Russia».

Ribaltone a Mps, vince la lista Lovaglio che resta ceo

Si è riunita mercoledì 15 aprile 2026 a Siena l’assemblea degli azionisti di Banca Mps per decidere il rinnovo della governance per il prossimo triennio. La sfida per conquistare la maggioranza del Consiglio, e i posti di vertice, era tra la lista promossa dal Consiglio uscente, che proponeva come amministratore delegato Fabrizio Palermo e la riconferma del presidente uscente Nicola Maione, e quella promossa dal piccolo azionista Plt Holding guidata da Luigi Lovaglio, amministratore delegato uscente di Mps, e Cesare Bisoni, ex Unicredit. C’era poi la lista di Assogestioni. A spuntarla è stata, a sorpresa, la lista Lovaglio con il 49,95 per cento dei voti. Quella del cda ha raccolto il 38,79 per cento dei consensi mentre quella di Assogestioni il 6,94.

A2A, un libro che immagina come comunicheranno le imprese da qui al 2035

Che cosa significherà comunicare da qui al 2035? In un contesto segnato da diffusione dell’intelligenza artificiale, sovrabbondanza informativa, competizione per l’attenzione e pubblici sempre più frammentati, la comunicazione d’impresa non può più limitarsi a inseguire strumenti e piattaforme. Deve imparare a leggere il futuro, a interpretare i segnali del cambiamento e a costruire senso. Da qui nasce l’esigenza di interrogarsi non solo su come evolveranno i canali, ma anche su quali profili professionali, competenze, attitudini e strumenti serviranno alle imprese per restare rilevanti. A queste domande prova a rispondere I comunicatori del futuro, volume curato da Alberto Mattiacci – professore ordinario di Economia e gestione delle imprese alla Sapienza Università di Roma e senior fellow in Luiss Business School – e Carlotta Ventura – chief Communication, Regional affairs & Sustainability officer di A2A e chairwoman di Amsa – edito da Egea, casa editrice dell’Università Bocconi, e dal 17 aprile in libreria.

Il metodo dei future studies per capire come sarà la comunicazione aziendale

Il progetto prende forma da una collaborazione tra A2A e Sapienza Università di Roma e affronta la comunicazione come una leva strategica del management contemporaneo, applicando i metodi dei future studies al settore della comunicazione aziendale. Non per prevedere rigidamente il futuro, ma per esplorarne scenari possibili, individuare forze di cambiamento e offrire una mappa utile a navigare l’incertezza. Il lavoro si fonda su un approccio interdisciplinare e intergenerazionale ispirato alla Bauhaus, che ha coinvolto docenti, ricercatori, manager e professionisti under 30 provenienti da funzioni diverse del Gruppo A2A.

I comunicatori dei prossimo decennio dovranno essere figure sempre più ibride

Il punto di partenza è semplice: chi comunica dovrà farlo in un mondo più difficile da decifrare. Per questo riuscire a porre domande rilevanti diventa una competenza strategica primaria. La crescita delle organizzazioni dipende sempre più dalla capacità di interrogare il presente con continuità, chiedendosi cosa sta cambiando, perché sta accadendo e con quali implicazioni per i diversi stakeholder. Queste domande aprono uno spazio di confronto in cui la strategia diventa un processo di sensemaking collettivo. In un contesto in cui cresce il dialogo con le macchine, l’attenzione diventa la vera moneta del mercato, le audience si frammentano, le identità generazionali cambiano e i messaggi vengono continuamente filtrati, rilanciati, reinterpretati. Per questo i comunicatori del prossimo decennio non potranno essere solo produttori di contenuti ma essere figure sempre più ibride, capaci di muoversi tra strategia, tecnologia, relazioni umane e cultura. Le competenze più ricercate non saranno più legate a una iper-specializzazione, ma alla resilienza operativa, cioè a quella capacità di reinventarsi costantemente.

Le competenze e i profili professionali del futuro

Al centro del volume si pone uno strumento operativo originale, ovvero la Tavola delle competenze dei comunicatori 2035. Costruita sul modello della tavola periodica di Mendeleev, identifica 31 competenze-atomo organizzate in tre domini – Business, Human, Tech – che possono combinarsi in modi diversi per dare forma ai profili professionali del futuro. Da questa architettura prendono forma profili differenti, che restituiscono la natura sempre più ibrida dei comunicatori del futuro. Tra questi:

  • il digital humanist, che unisce sensibilità culturale e competenze tecnologiche e interpreta il cambiamento senza separare umanesimo e innovazione;
  • lo strategic orchestrator, che governa la complessità, tiene insieme visione, processi e stakeholder diversi e trasforma la comunicazione in una leva di coordinamento e indirizzo;
  • l’innovatore AI-powered, che lavora invece sul confine tra creatività, dati e automazione, integrando l’intelligenza artificiale nei processi comunicativi senza rinunciare al giudizio umano;
  • l’architetto di cultura, che presidia la dimensione simbolica e valoriale delle organizzazioni, contribuendo a dare forma a identità, reputazione e senso di appartenenza.

Figure diverse, dunque, ma tutte riconducibili a una stessa meta-identità: quella dell’architetto di senso, chiamata a costruire coerenza, orientamento e significato condiviso in un ambiente segnato da rumore informativo, polarizzazione e incertezza.

Premio Guido Carli, alla kermesse di Liuzzo c’è anche Piantedosi (da remoto)

Se ne è andato Guglielmo Pepe, e nella redazione di Repubblica i “vecchi” ricordano con affetto un giornalista che ha dato molto al quotidiano fondato da Eugenio Scalfari. Ma nelle stesse ore si torna a parlare di un’altra firma che ha scritto per anni a piazza Indipendenza, avendo a che fare proprio con Pepe quando era alla guida della redazione di Roma. La giornalista poi cambiò testata, si dice su interessamento di Gianni Letta, per non doversi trasferire nella nuova sede di largo Fochetti, su via Cristoforo Colombo, lontana dal centro storico. Si parla di Romana Liuzzo, che entrò nella redazione capitolina di Panorama, in via Sicilia, settimanale allora del gruppo Mondadori.

Premio Guido Carli, alla kermesse di Liuzzo c’è anche Piantedosi (da remoto)
Guglielmo Pepe (Imagoeconomica).

I saluti e video saluti istituzionali

Liuzzo, definita «l’anima del premio Guido Carli», torna in scena con una nuova edizione, la numero 17, della manifestazione dedicata allo storico governatore della Banca d’Italia. La kermesse si terrà l’8 maggio presso la sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma. Ad aprire la cerimonia sarà il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, dopo il saluto iniziale della stessa Liuzzo, cui seguiranno il video saluto istituzionale del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, e un video intervento del vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Raffaele Fitto.

Premio Guido Carli, alla kermesse di Liuzzo c’è anche Piantedosi (da remoto)
Romana Liuzzo e Matteo Piantedosi nel 2023 (Imagoeconomica).

Premiato un tris di donne: Cuccarini, Fagnani e Ferzetti

Dopo i saluti da remoto, verrà dato il via allo spettacolo vero e proprio: una live performance di Leo Gassmann, in prima linea contro bullismo e cyberbullismo. Tra le 12 “eccellenze” premiate, spicca un tris di donne: Lorella Cuccarini, per i 40 anni di carriera e la vicinanza ai malati oncologici e alle loro famiglie con Trenta ore per la vita; Francesca Fagnani, conduttrice di Belve e autrice di inchieste sulla criminalità romana, e Anna Ferzetti, interprete di La Grazia di Paolo Sorrentino, di Domani interrogo di Umberto Carteni e del dramma sulle dipendenze People, Places & Things di Duncan Macmillan, per la regia del marito di Ferzetti, ossia Pierfrancesco Favino. Auliche le parole di Liuzzo: «La forza dell’impegno sociale e del sogno europeo di pace e prosperità in un mondo segnato dal maggior numero di conflitti dal Dopoguerra è il valore che vogliamo onorare, in memoria di Carli, coniugando leggerezza e profondità». In giuria siedono due ex premiati: il fondatore di PizzAut, Nico Acampora e Gino Cecchettin, il papà di Giulia, vittima di femminicidio. Chi condurrà l’evento? Veronica Gentili, direttamente da Le Iene. Le solite malelingue spifferano che sarebbe stata prevista anche la partecipazione di Claudia Conte, ma dopo i noti fatti il suo nome sarebbe stato “espunto” dalla lista. Mah. Intanto Piantedosi si limiterà come detto a un video saluto. Non è però ancora esclusa la sua partecipazione alla tradizionale cena a porte chiuse che viene organizzata alla fine del premio Carli, nella Coffee House di Palazzo Colonna, proprio davanti a via IV Novembre dove, a Palazzo Valentini, si trova la sede della Prefettura guidata da Lamberto Giannini.

Abusano di una ragazza e filmano la violenza, sette indagati a Cesena

AGI - Due possibili episodi di violenza sessuale di gruppo ai danni di una ragazza sono al centro di un'indagine dei carabinieri di Cesena, coordinata dalla Procura di Forlì.

Le indagini dei carabinieri di Cesena 

I fatti risalgono ai primi di aprile, quando la vittima, ospite in casa di conoscenti, per gli investigatori è stata costretta a subire abusi approfittando di uno stato di alterazione dovuto all’assunzione di sostanze.

Sette giovani indagati 

La ragazza ha riportato lesioni giudicate guaribili in circa dieci giorni; gli episodi sarebbero stati anche ripresi con telefoni cellulari. Dall’attività investigativa, che ha portato a individuare e denunciare sette ragazzi tra i 19 e i 25 anni, sono scattate perquisizioni eseguite il 10 aprile con il supporto del Nucleo cinofili di Bologna.

Sequestri e arresti a Cesena 

Nel corso dei controlli sono stati sequestrati 15 smartphone e modiche quantità di stupefacenti; due indagati sono stati segnalati alla Prefettura come consumatori. Nel corso dell’operazione è stato arrestato un 23enne per detenzione ai fini di spaccioresistenza e lesioni a pubblico ufficiale, oltre che di detenzione illegale di munizioni e porto di oggetti atti ad offendere.

Un arresto per droga 

Nella sua abitazione i militari hanno sequestrato oltre mezzo chilo di hashish, circa 30 grammi di cocaina, un bilancino di precisione, un caricatore con proiettili e un dissuasore elettrico.

Il giovane ha tentato di disfarsi di parte della droga lanciandola nel fiume Savio e avrebbe aggredito i militari, causando lievi ferite a uno di loro. L'arresto è stato convalidato dal giudice del tribunale di Forlì, che ha disposto la custodia cautelare in carcere. Le indagini sono in corso.

Vance al Papa: «Dio con gli americani quando hanno liberato la Francia dai nazisti»

Continua lo scontro tra la Casa Bianca e la Santa Sede, con JD Vance che ha invocato la Seconda Guerra mondiale per difendere i bombardamenti contro l’Iran dalle critiche del Papa. Il vicepresidente americano, secondo quanto riportato dal New York Times, sostiene che il pontefice abbia sbagliato nel dire che i discepoli di Cristo non sono «mai dalla parte di chi un tempo brandiva la spada e oggi sgancia bombe». Questa la tesi di Vance: «Dio era dalla parte degli americani quando hanno liberato la Francia dai nazisti? Credo certamente che la risposta sia sì». Il vice di Trump ha poi detto di apprezzare quando il Santo Padre interviene su temi come l’aborto, l’immigrazione o «questioni di guerra e di pace», ammettendo però di non essere sempre d’accordo con lui: «Ci sono certamente cose che il Papa ha detto negli ultimi mesi con cui non sono d’accordo». E ancora: «Come il vicepresidente americano è cauto sulle questioni di politica, anche il Papa dovrebbe essere cauto quando parla di teologia».

Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra

Mentre i giornali lo allisciano nei soliti salamelecchi, celebrando con toni agiografici l’ennesima medaglia di Iginio Massari, un dettaglio macroscopico viene ignorato per pura convenienza o per una preoccupante distrazione collettiva. Al Vinitaly 2026, il riconoscimento di “Ambasciatore della cultura enogastronomica lombarda” è stato consegnato nelle mani del maestro bresciano da Regione Lombardia. Ossia l’ente pubblico dove sua figlia, Debora Massari, è assessora al Turismo e alla Moda da ottobre 2025 per Fratelli d’Italia. E non a caso era lei stessa presente al Vinitaly a inizio aprile, per la presentazione del padiglione della Lombardia.

Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
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Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra
Iginio Massari premiato da Regione Lombardia, cioè… dalla figlia: la scelta maldestra

Nella migliore e meno maliziosa delle ipotesi, la scelta è politicamente maldestra. Nella peggiore, un esempio di autoreferenzialità istituzionale che mina la credibilità delle onorificenze pubbliche. Ci mancherebbe: nessuno mette in discussione il valore tecnico di Massari, la cui carriera parla da sé, ma è proprio la sua statura a rendere superflua una premiazione avvenuta sotto l’egida familiare. C’è chi ha notato la “stonatura”: se un premio è indiscutibile, può attendere; se deve essere consegnato con urgenza mentre un parente di primo grado gestisce le deleghe regionali, il sospetto di una corsia preferenziale diventa imbarazzante.

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Cortocircuiti di potere tra la Regione e le pasticcerie bresciane

La rassegna stampa degli ultimi giorni è un catalogo di titoli fotocopia che celebrano l’eccellenza, il territorio (termine abusatissimo) e il saper fare. Nessuno che si ponga la domanda elementare sull’opportunità politica di questa iniziativa. La narrazione dominante preferisce appiattirsi sulla santificazione del personaggio piuttosto che analizzare i cortocircuiti di potere tra via Pola e le pasticcerie bresciane.

In un Paese che si riempie la bocca di meritocrazia, questa vicenda dimostra che il merito (anzi, in questo caso il “meritozzo”) in Italia, viaggia spesso in tandem con la visibilità istituzionale dei congiunti. Istituire una commissione tecnica per validare il nome è il solito paravento burocratico: la realtà politica dice che la Lombardia ha premiato il padre di chi, quella Lombardia, la governa. Invece di proteggere il prestigio del nome e del brand Massari, questa operazione lo espone a critiche evitabili, trasformando un tributo professionale in un caso di scuola sulla mancanza di pudore istituzionale. Perché in molti hanno alzato un sopracciglio, ritenendo che quando la politica premia la propria famiglia, non sta celebrando il talento: sta semplicemente esercitando un privilegio, sperando che i giornali continuino a confondere la cortesia con l’informazione.

Teheran minaccia di bloccare il traffico commerciale nel Mar Rosso

L’esercito del’Iran ha avvertito che bloccherà il traffico commerciale nel Mar Rosso, se dovesse continuare il blocco navale degli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz. «Le potenti forze armate della Repubblica islamica non permetteranno alcuna esportazione o importazione nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman o nel Mar Rosso», ha minacciato il generale Ali Abdollahi, comandante del quartier generale centrale Khatam al-Anbiya. Il militare ha poi aggiunto che «il mantenimento delle restrizioni e dell’insicurezza per le navi mercantili e le petroliere iraniane» potrebbe portare a un’interruzione del cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile.