Risarcimento da 76mila euro a Sea-Watch. Meloni “Vergognoso”

AGI - Il Tribunale di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire la ONG Sea-Watch con una somma di 76mila euro. La sentenza si riferisce al blocco amministrativo imposto nel 2019 alla nave dell’organizzazione, allora guidata dalla comandante Carola Rackete, in seguito agli eventi che portarono all'ingresso forzato nel porto di Lampedusa. La decisione ha immediatamente riacceso lo scontro frontale tra il potere esecutivo e l’ordine giudiziario, con il Governo che contesta duramente la legittimità politica del provvedimento.

Per Sea-Watch, la pronuncia rappresenta una vittoria di principio oltre che economica. "Mentre il Governo annuncia il 'blocco navale' e attacca le ONG, il diritto ancora una volta dà ragione alla disobbedienza civile", ha dichiarato l’organizzazione in una nota ufficiale, rivendicando la correttezza del proprio operato a fronte delle sanzioni subite cinque anni fa.

La reazione della premier Meloni

Di segno diametralmente opposto la reazione della Presidenza del Consiglio. Attraverso un video diffuso sui canali social, la premier Giorgia Meloni ha espresso profondo sconcerto, collegando la sentenza ad altri recenti provvedimenti in materia migratoria. "Non più tardi di ieri ho commentato la surreale decisione della magistratura di condannare il Ministero degli Interni a risarcire con i soldi degli italiani un immigrato irregolare con 23 condanne alle spalle", ha esordito Meloni, definendo tale notizia "vergognosa, ma che sembra una sciocchezza rispetto a quello che è accaduto oggi".

La ricostruzione dell'esecutivo e l'attacco al risarcimento

La premier ha ricostruito la vicenda dal punto di vista dell’esecutivo, ricordando lo speronamento della motovedetta della Guardia di Finanza avvenuto nel 2019 e criticando l'assoluzione di Rackete, avvenuta perché "secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell'immigrazione illegale di massa". Meloni ha poi attaccato direttamente il merito del risarcimento: "I giudici prendono un'altra decisione che lascia senza parole. Hanno condannato lo Stato italiano a risarcire con 76mila degli italiani la ONG proprietaria della nave capitanata dalla Rackete perché dopo lo speronamento ai danni dei nostri militari l'imbarcazione era stata, giustamente, trattenuta e posta dopo sequestro".

Il ruolo della magistratura e la linea della fermezza

Il cuore della polemica politica riguarda il ruolo della magistratura, accusata dal Governo di interferire con l'indirizzo politico sulla sicurezza nazionale. "La mia domanda è: il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge?", ha incalzato la presidente del Consiglio, ipotizzando l'esistenza di una "parte politicizzata della magistratura pronta a mettersi di traverso". Nonostante il duro colpo giudiziario, Meloni ha ribadito la linea della fermezza: "Siamo particolarmente ostinati e continueremo a fare del nostro meglio per rispettare la parola che abbiamo dato agli italiani e per far rispettare le regole e le leggi dello Stato italiano".

Il commento di Maurizio Gasparri

Sulla stessa linea si è attestato Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di Forza Italia, che ha definito la sentenza "un paradosso inaccettabile". Secondo l'esponente azzurro, la decisione di Palermo finisce per "legittimare chi ha agito in contrasto con le scelte delle autorità nazionali in materia di immigrazione e sicurezza". Gasparri ha concluso parlando di "decisioni politicizzate e incomprensibili" il cui costo ricade interamente sulla collettività: "Si violano le regole, si sfidano le decisioni dello Stato e alla fine si viene persino premiati con un risarcimento".

Pusher morto a Milano, interrogatori per 4 poliziotti indagati

AGI - Saranno interrogati tutti domani in Questura a Milano, a partire dalle 9 e 30, i 4 agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso nell'inchiesta sull'intervento antidroga terminato con la morte di Abderrahim Mansouri. Il procuratore Marcello Viola e il pm Giovanni Tarzia hanno individuato diverse incongruenze nelle loro testimonianze e riscontri su possibili ritardi nel chiamare i soccorsi per il 28enne di origine marocchina quando era "agonizzante" dopo essere stato colpito alla testa da un colpo esploso dalla pistola di Carmelo Cinturrino, l'agente indagato per omicidio volontario.

Gli agenti potranno scegliere di avvalersi della facoltà di non rispondere in attesa che si delineino con più chiarezza gli accertamenti della Procura che hanno portato alla loro iscrizione nel registro degli indagati oppure cercare di difendersi dalle contestazioni che hanno letto negli inviti a comparire ricevuti ieri.

Le contestazioni agli agenti

Il 26 gennaio in una zona vicina al 'bosco della droga' di Rogoredo, tre dei poliziotti ora indagati erano impegnati nell'arresto di un presunto pusher e un quarto sarebbe stato vicino a Cinturrino, secondo il racconto di quest'ultimo, quando ha sparato. Tra le altre cose, agli agenti viene contestato di avere omesso di "riferire della presenza sul luogo del delitto" di testimoni e di avere riferito "in modo non conforme al vero la successione dei propri movimenti, la posizione e la condotta degli altri soggetti presenti". In sostanza l'ipotesi è che i colleghi abbiano voluto 'proteggere Cinturrino'.

Repubblica, è scontro tra il Cdr e il direttore Orfeo

Toni accesi a Repubblica tra il Comitato di redazione e il direttore Mario Orfeo. Durante una riunione del 17 febbraio, quest’ultimo ha chiesto di effettuare l’evento di Affari e Finanza, il settimanale economico, in programma per il 2 e 3 marzo, nonostante i rappresentanti sindacali e i fiduciari delle redazioni decentrate abbiano deciso di bloccare tutte le iniziative che vanno oltre la normale realizzazione del giornale a seguito delle mancate risposte della proprietà sulla vendita in atto del quotidiano. Le parti hanno confermato la loro decisione, non accogliendo l’invito di Orfeo che ha quindi minacciato «conseguenze» nei confronti dell’organismo sindacale e di tutta la redazione. Il Cdr ha respinto e criticato «le inaccettabili parole di vera e propria minaccia espresse dal direttore».

Il Cdr: «Il direttore cerca di condizionare la libera espressione della redazione»

Inaccettabile, secondo il Comitato, è «il ricatto sulle ventilate ricadute economiche sul futuro della redazione». I caporedattori ricorda il Cdr, «sono, come tutte e tutti, tutelati dal Contratto nazionale di lavoro e lavoratrici e lavoratori dipendenti». «L’atteggiamento mostrato da Mario Orfeo non è in linea con la storia e la cultura di questo giornale. Nelle ultime dure settimane di vertenza sindacale il direttore ha anche cercato di condizionare la libera espressione della redazione addirittura in corso di assemblea, un condizionamento del naturale svolgimento di un percorso democratico che avevamo già denunciato mesi fa», ha concluso il Cdr.

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr

Una viaggiatrice polacca dell’Internet, Karosolotravel, ha scatenato il putiferio a Bologna dicendo che la città semplicemente fa schifo: «C’è puzza di urina dappertutto e sembra che non venga pulita da anni. Perché le autorità cittadine non puliscono le strade e i palazzi, che da arancioni sono diventati neri? Perché la gente su TikTok consiglia Bologna? È disgustosa».

Sotto le torri si respira già clima pre-elettorale

Boom. Il post sui social è diventato virale, rilanciato dagli sfidanti del sindaco Matteo Lepore, Pd, alle prossime Amministrative del 2027: Alberto Forchielli (sì, lui), Giovanni Favia (sì, sì, proprio lui) e Alberto Zanni (il presidente di Confabitare) sono candidati civici alle elezioni bolognesi dell’anno prossimo. La città è già in clima pre elettorale, c’è una vibrante tensione, basta poco per scatenare le teorie del complotto, come quella del sindaco Lepore, secondo cui «la destra ha scelto dei finti candidati civici, finanziandoli, per correre alle prossime elezioni e per attaccare e insultare il sindaco, parlare male di Bologna e diffondere false notizie tutti i giorni, senza alcun timore». Ri-boom. I tre civici non l’hanno presa bene. «Il sindaco di Bologna Matteo Lepore sta dando segni evidenti di nervosismo», ha commentato Zanni, candidato della lista Una Nuova Bologna. «Definire i candidati civici “non veri” e “pagati dal centro-destra” significa non voler discutere nel merito. È un modo per accendere la tifoseria invece di affrontare i problemi»

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr

La battaglia sul Cpr tra De Pascale e Lepore (appoggiato dal Nazareno)

E i problemi in Emilia-Romagna, Bologna compresa, non mancano. Uno riguarda la vicenda del Cpr, di cui ci siamo già occupati. Nelle ultime ore, negli ultimi giorni, sta andando in scena un duello fra il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, e il Pd bolognese. Il presidente, che già si è esposto, ha rilanciato il dialogo con il governo sulla sicurezza: «Sul tema dell’espulsione dei soggetti socialmente pericolosi», ha detto intervenendo in Assemblea legislativa, «le istituzioni si devono parlare e l’Emilia-Romagna, al tavolo col governo, si deve sedere e portarci tutti gli elementi e le proposte di miglioria e critica». Perché se i Cpr oggi «hanno un problema di umanità e di efficacia», ha continuato il successore di Stefano Bonaccini, si può «entrare nel merito» per modificarli, a patto però «che la volontà non sia quella di fare propaganda politica». De Pascale poi rilancia: sulla falsariga degli stati generali dem sulla sanità che si terranno a Milano, propone un momento di confronto anche sulla sicurezza, perché «ci sono tante voci da ascoltare, a partire dai sindacati di polizia, sono certo che il Pd lo farà».

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Michele De Pascale (Imagoeconomica).

Lepore dal canto suo ribadisce il suo no: finché il sindaco è lui, non si faranno centri a Bologna. A dargli manforte è arrivato anche lo stop del Nazareno: «Non riteniamo necessaria la costruzione di nuovi Cpr», ha tagliato corto Igor Taruffi, responsabile organizzazione e braccio destro di Elly Schlein. «Il Pd nazionale in queste settimane è impegnato in un importante e prezioso percorso di ascolto del Paese incentrato su vari temi. La sicurezza è uno di questi», ha spiegato. Un tema complesso che «mal si presta a semplificazioni e a spot propagandistici».

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Elly Schlein e Igor Taruffi (Imagoeconomica).

Il destra-centro approfitterà delle spaccature?

Con a Palazzo d’Accursio il vulcanico Forchielli le cose, dice lui, sarebbero diverse: «L’aggressore dell’ultimo accoltellamento, irregolare con precedenti, è stato portato in un Cpr. Ma quale? In Emilia-Romagna non ce n’è nemmeno uno, perché l’Amministrazione locale si è sempre opposta alla loro realizzazione. Si chiede fermezza, ma si negano gli strumenti per applicarla», ha scritto qualche giorno fa su Facebook. Quella di Bologna sarà inevitabilmente una campagna elettorale sulla sicurezza. I dati peraltro sembrano dare ragione a chi dice che quantomeno un problema c’è e non va sottovalutato. Secondo l’ultimo report sulla qualità della vita del Sole24 Ore, per quanto riguarda la voce “Giustizia e sicurezza”, la provincia di Bologna è al 102° posto su 107, mentre nell’indice di criminalità è al quarto. Al che viene da chiedersi se il Pd possa davvero rischiare qualcosa nel capoluogo di un’altra (ex) Regione rossa. «Fino a che Unipol e Coop sostengono il centrosinistra non succederà niente», ci dicono da Bologna, dove comunque c’è un’aria frizzante ancorché un po’ acida. Il destra-centro potrebbe approfittare della situazione, del caos, ma Galeazzo Bignami e Marco Lisei, due campioni della destra meloniana bolognese, mica hanno voglia di rischiare di fare una figuraccia.

Bologna è già in campagna elettorale e il Pd si spacca su sicurezza e Cpr
Galeazzo Bignami (Imagoeconomica).

Perché l’Italia dovrà risarcire la ong Sea Watch

Il tribunale di Palermo ha stabilito che la organizzazione non governativa Sea Watch dovrà essere risarcita dallo Stato italiano per oltre 76 mila euro, a causa del fermo subito a Lampedusa dalla nave Sea Watch 3 a giugno del 2019, dopo che la comandante Carola Rackete aveva forzato il blocco navale per far sbarcare 42 migranti sull’isola siciliana.

Perché l’Italia dovrà risarcire la ong Sea Watch
Carola Rackete (Ansa).

Perché lo Stato italiano dovrà risarcire Sea Watch

L’Italia dovrà risarcire le somme sborsate tra ottobre e dicembre del 2019 da Sea Watch per spese portuali, di agenzia e legali, così come per il carburante resosi necessario per mantenere la nave attiva durante il fermo.

Perché l’Italia dovrà risarcire la ong Sea Watch
Matteo Salvini, all’epoca ministro degli Esteri (Ansa).

Cosa era successo a giugno del 2019

Il 12 giugno la Sea Watch 3 raccolse oltre 50 migranti nel Mediterraneo, al largo della costa libica, respingendo subito dopo un’offerta di attracco a Tripoli, destinazione considerata non sicuro dall’Ue e dalle organizzazioni umanitarie. L’imbarcazione di diresse così verso Lampedusa. Il 14 giugno l’Italia chiuse i suoi porti alle navi di salvataggio dei migranti: l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini si appellò al decreto Sicurezza Bis, approvato pochi giorni prima, rifiutandosi di consentire l’attracco fino a quando altre nazioni europee non avessero accettato di prendere i migranti. Dopo giorni di stallo (durante i quali 10 migranti considerati fragili furono autorizzati a sbarcare), il 29 giugno Rackete forzò il blocco navale e attraccò a Lampedusa, urtando nelle manovre una vedetta della Guardia di Finanza. La comandante della Sea Watch 3 fu arrestata dalle autorità italiane con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e resistenza a navi da guerra. Le accuse nei confronti di Rackete, assolta perché «salvare migranti è un dovere previsto dal diritto internazionale e la Libia non è un porto sicuro», è stata definitivamente archiviata a dicembre del 2021.

Domenico non avrà un nuovo trapianto di cuore. “Sua madre sa che non ce la farà”

AGI - Non ci sarà un trapianto di cuore per il piccolo Domenico. Il parere negativo è arrivato e non c'è alternativo. "La mamma è rassegnata all'idea che il figlio non ce la farà" sono le parole definitive del legale della famiglia, l'avvocato Francesco Petrucci. "Ora la mamma sta chiedendo le cartelle cliniche per studiarle e farle vedere al consulente di parte. Se è finito il momento della speranza, inizia quello della responsabilità'". Ha aggiunto l'avvocato Petrucci.

"La mamma vede che il figlio è ancora in vita, non ha chiuso ancora gli occhi, ma i migliori specialisti le hanno detto che non può ricevere un nuovo trapianto, quindi è anche rassegnata. Non abbiamo motivo di contraddirli, ma dobbiamo vedere un attimo la documentazione". Parlando con i giornalisti all'esterno del Monaldi, l'avvocato spiega inoltre che alla mamma "non è stata prospettata alcuna alternativa" e lancia una frecciata all'ospedale napoletano. "Una nota di cinque righe dopo 57 giorni non è sufficiente - attacca - dobbiamo leggere la documentazione".

L'incontro con il presidente della Regione

Petrucci riferisce infine che la donna ha incontrato il presidente della Regione, Roberto Fico, arrivato al Monaldi per esprimere personalmente la propria vicinanza. "Le ha chiesto scusa - racconta l'avvocato - anche se non è colpa sua e le ha detto che sarà fatta giustizia".

Il parere negativo dell'Heart Team

L'Heart Team riunito all'ospedale Monaldi di Napoli ha espresso parere negativo sul nuovo trapianto da effettuare sul bimbo di due anni, al quale lo scorso 23 dicembre era stato trapiantato un cuore arrivato danneggiato. Lo comunica in una nota l'Azienda ospedaliera dei Colli.

L'equipe di esperti arrivati a Napoli da Roma, Padova, Bergamo e Torino ha valutato le condizioni del piccolo paziente e la predisposizione a un nuovo trapianto, considerando che da oltre 50 giorni è collegato all'Ecmo per garantirgli il supporto extracorporeo alla funzione cardiaca.

La decisione collegiale e la vicinanza alla famiglia

L'Azienda ospedaliera, alla quale fa riferimento l'ospedale Monaldi, spiega che il consulto tra gli esperti provenienti dalle principali strutture sanitarie del Paese che si occupano di trapianto di cuore pediatrico ha consentito un confronto collegiale e una valutazione condivisa quanto più completa e ampia possibile. Alla luce delle valutazioni effettuate al letto del paziente e sulla base degli ultimi esami strumentali, si legge nella nota, si è stabilito che le condizioni del bambino non sono compatibili con un nuovo trapianto. La Direzione strategica ha provveduto a informare il Centro nazionale trapianti ed esprime la più sincera vicinanza alla famiglia, prontamente informata, in questo momento così difficile.

L'indagine del ministero della Salute

Questa mattina, intanto, all'ospedale Monaldi sono arrivati gli ispettori inviati dal ministero della Salute per acquisire i documenti relativi al trapianto di un cuore danneggiato eseguito in un bambino di due anni lo scorso 23 dicembre. Gli ispettori dovranno svolgere lo stesso lavoro anche a Bolzano, dove il cuore risultato compromesso, probabilmente durante il trasporto, è stato espiantato, per ricostruire quanto accaduto dal momento della comunicazione di una disponibilità d'organo

Teatro Sannazaro, Giuli: “Iniziato il percorso per il restauro”

AGI - Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, accompagnato dal prefetto di Napoli Michele di Bari, è arrivato in via Chiaia, e, accolto dal comandante provinciale dei vigili del fuoco Giuseppe Paduano e dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, ha compiuto un sopralluogo solo esterno al teatro Sannazaro andato a fuoco ieri.
Il ministro poi sarà in prefettura per una riunione. Con il ministro ci sono anche Lara Sansone, proprietaria e direttore del teatro, e il marito. 

"Abbiamo iniziato a stabilire un percorso che ci porterà attraverso la cooperazione con i gestori, proprietari del Teatro Sannazaro, come istituzioni locali e nazionali, a raggiungere il prima possibile l'obiettivo di restaurare e rigenerare il teatro". Lo dice parlando con i giornalisti dopo una riunione sul recupero dello storico teatro, in prefettura a Napoli, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli.
Questo avverrà "senza che la programmazione delle attività del teatro venga meno", ha sottolineato il ministro.

Intanto, la procura di Napoli ha aperto un fascicolo per incendio doloso a carico di ignoti. Le operazioni di smassamento e messa in sicurezza del teatro, degli esercizi commerciali e degli appartamenti connessi allo stabile del teatro non consentono ancora le ispezioni e i rilievi necessari per comprendere l'origine e il punto di innesco delle fiamme.

Musk con Robinson chiede l’arresto di Sanchez

Sta facendo discutere un commento su X di Elon Musk in cui, appoggiando l’estremista di destra Tommy Robinson (quello che qualche settimana fa ha incontrato Matteo Salvini al ministero), il magnate sostiene che il premier spagnolo Sanchez vada arrestato. Il suo piano di regolarizzazione, accusa un post di Visegràd 24 condiviso da Robinson, riguarderebbe «oltre 1 milione e 350 mila migranti, non i 500 mila stimati». Di qui la sua conclusione: «Sanchez dovrebbe essere arrestato». Il proprietario di X l’ha commentato apponendo il suo sigillo: «Assolutamente, “dirty Sanchez” è un traditore della Spagna».

Schlein: «Comportamento inaccettabile, Meloni intervenga»

Un post che ha creato polemica anche in Italia, con la segretaria del Partito democratico Elly Schlein che ha dichiarato: «Ancora oggi, e non è la prima volta, Elon Musk sulla sua piattaforma social insulta violentemente Pedro Sanchez e chiede sia arrestato. Un comportamento inaccettabile che dimostra tutta la pericolosa arroganza di chi, forte della sua ricchezza e della sua influenza tecnologica, si permette di insultare e rendere bersaglio di odio il capo di un governo straniero democraticamente eletto. A Pedro Sanchez va la nostra solidarietà. Speriamo che la solidarietà arrivi anche dalla presidente Meloni, a un suo collega europeo».

In California il primo processo ai social con Zuckerberg testimone

In California è in corso un processo storico sulla dipendenza da social media, dove il fondatore di Facebook e amministratore delegato di Meta Mark Zuckerberg è chiamato a testimoniare. Tutto nasce dalla denuncia di una ragazza che accusa le piattaforme di essere progettate per creare dipendenza tra i giovani. Sarà la prima volta che Zuckerberg testimonierà davanti a una giuria, sotto giuramento, sulla sicurezza delle sue applicazioni utilizzate da miliardi di persone. 12 giurati in un tribunale civile dovranno stabilire entro la fine di marzo se YouTube (Google) e Instagram (Meta) siano in parte responsabili dei problemi di salute mentale di Kaley G.M., la ventenne californiana da cui è nata la causa fortemente coinvolta nell’uso dei social fin dall’infanzia.

Cosa dovrà stabilire il procedimento

Il processo mira a stabilire se Google e Meta abbiano consapevolmente progettato le loro piattaforme per incoraggiare un consumo incontrollato da parte dei giovani utenti di internet a scapito della loro salute mentale, alimentando quella che molti definiscono un’epidemia di depressione, ansia e disturbi alimentari. Il dibattimento si concentrerà esclusivamente sulla progettazione delle app e sulle funzionalità di personalizzazione degli algoritmi. La legge statunitense, infatti, garantisce alle piattaforme un’immunità pressoché totale per i contenuti pubblicati dagli utenti, ma non le esenta dalle responsabilità legate alla struttura tecnica e psicologica dei loro software.

Al via i lavori della tratta T2 della metro C di Roma

AGI - Partiranno il 25 febbraio i lavori della tratta T2 della Metro C di Roma, con quattro nuove stazioni tra Chiesa Nuova, nell'area di Torre Argentina, e piazza Mazzini. Ad annunciarlo è stato il sindaco Roberto Gualtieri durante la presentazione dei progetti in Campidoglio, spiegando che la consegna delle aree avverrà dopodomani e che l'avvio operativo dei cantieri è previsto nei giorni immediatamente successivi.

"Oggi presentiamo non solo il progetto delle nuove stazioni, ma anche l'apertura dei cantieri: è il risultato di un percorso lungo, fatto di molti passaggi, che ora ci permette di partire", ha detto il primo cittadino, aggiungendo che "entro l'estate l'obiettivo è avviare anche i lavori della tratta T3 successiva verso Farnesina, compreso il segmento Auditorium-Farnesina".

Accelerazione dei tempi e obiettivo 2036

L'amministrazione capitolina guarda a una possibile accelerazione dei tempi complessivi dell'opera. Secondo il cronoprogramma attuale la linea fino a Farnesina dovrebbe essere completata nel 2037, ma il Campidoglio punta a chiudere in anticipo. "La scadenza formale è il 2037, ma contiamo di recuperare qualche mese e arrivare al traguardo nel 2036: ci diamo un orizzonte di circa dieci anni per completare l'intervento - ha affermato Gualtieri -. È poi allo studio la realizzazione di un'ulteriore prosecuzione della Metro C da Farnesina fino a Grottarossa".

Dettagli del progetto e finanziamenti

Il progetto annunciato dal sindaco riguarda una nuova tratta composta da cinque stazioni, con uno sfioccamento, ossia una diramazione di un paio di fermate della tratta T1 (T1A) da Farnesina a Tor di Quinto. "Il costo dei lavori fino a Farnesina è di 2,5 miliardi di euro", ha chiarito il primo cittadino, sottolineando poi che l'eventuale prolungamento richiederà ulteriori finanziamenti. "Stiamo ragionando sulla prosecuzione da Farnesina a Grottarossa, tuttavia bisogna individuare i finanziamenti. Vorremmo però far partire i lavori entro il 2036, prima della chiusura del cantiere fino a Farnesina, ma dobbiamo reperire le risorse", ha concluso Gualtieri.