L’Istat risponde alle critiche del governo sulla verifica dei conti

Nella seconda giornata di audizioni sul Documento di Finanza Pubblica, presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli ha replicato ai recenti attacchi di Giorgia Meloni sulla verifica dei conti, sottolineando il ruolo «autonomo e indipendente» dell’istituto, che «segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei».

L’Istat risponde alle critiche del governo sulla verifica dei conti
Giorgia Meloni (Ansa).

La spiegazione di Chelli

La verifica dei Conti di finanza pubblica, ha spiegato Chelli in audizione alla Camera, viene effettuata con cadenza semestrale (entro il primo aprile e il primo ottobre di ogni anno) «sotto il coordinamento tecnico di Eurostat». In questo contesto l’Istat, «pur mantenendo un ruolo autonomo e indipendente come responsabile ultimo della qualità dei dati prodotti», svolge anche «una funzione di coordinamento e di sintesi tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte, a vario titolo, nella produzione dei dati di finanza pubblica», come la Banca d’Italia e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, «assicurando la coerenza tra le varie fonti informative nazionali».

Cosa aveva detto Meloni

Meloni se l’era presa con l’Istat sulla questione della mancata uscita dalla procedura di infrazione, affermando che non avrebbe calcolato le risorse recuperate dalle frodi Superbonus. La premier, in particolare, sui social aveva definito «una beffa per l’Italia e per gli italiani» la misurazione del Pil che ha portato l’istituto (e l’Eurostat) a collocare il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo dell’Italia al 3,1 per cento, quindi in procedura d’infrazione: «Da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo».

Decreto lavoro in Cdm, dal salario giusto allo Spid per i rider: cosa prevede

In Consiglio dei ministri è atteso il decreto lavoro, un provvedimento che punta al salario giusto legando gli incentivi a chi lo applica. Per la sua individuazione si fa riferimento al trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, rispetto al quale anche gli altri accordi non possono essere inferiori. La bozza prevede, tra gli altri interventi, la proroga fino a fine anno dei bonus (in scadenza il 30 aprile) per le assunzioni dei giovani under 35, di donne lavoratrici svantaggiate e nell’area Zes. Un’altra novità riguarda i rider e il rafforzamento delle loro tutele. L’accesso alla piattaforma digitale può avvenire con Spid, Carta di identità elettronica (Cie), Carta nazionale dei servizi (Cns) oppure con un account rilasciato dalla stessa piattaforma con un sistema di autentificazione a più fattori. La piattaforma non può rilasciare più di un account per ogni codice fiscale, né commissionare prestazioni temporalmente inconciliabili allo stesso lavoratore. Infine nel testo c’è, in via sperimentale, la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le persone che svolgono l’attività di caregiver familiare.

Grazia a Minetti: il Ministero della Giustizia conferma la regolarità della procedura, lei annuncia querele

«Nessuno degli elementi negativi presentati in recenti articoli di stampa consta agli atti della procedura». È quanto precisato dal Ministero della Giustizia in relazione alla grazia concessa a Nicole Minetti, su cui il Quirinale ha chiesto approfondimenti dopo alcuni dubbi sollevati sulla regolarità dell’adozione di un minore uruguaiano con gravi problemi di salute, al centro dell’istanza di clemenza. «Alla domanda dell’atto di clemenza proposta dall’interessata alla presidenza della Repubblica ha fatto seguito l’istruttoria di rito, in esito alla quale il procuratore generale di Milano ha espresso parere favorevole», si legge nella nota di Via Arenula. «Ad esso hanno fatto seguito, in assenza di elementi di connotazione negativa a carico della Minetti, analogo parere della competente Direzione del ministero della Giustizia e il conseguente parere favorevole espresso dal ministro e trasmesso alla Presidenza».

Restano le ombre sull’adozione del bambino in Uruguay

Poche ore dopo la richiesta del Colle, il Ministero della Giustizia ha dunque confermato che la procedura che ha portato al provvedimento di clemenza per motivi umanitari è stata seguita in maniera corretta. Ma sono diverse le ombre calate sull’adozione – da parte di Minetti e del compagno Giuseppe Cipriani – del bambino uruguaiano. Sotto la lente d’ingrandimento c’è la condizione famigliare del piccolo: i genitori erano sì indigenti, ma non lo avrebbero abbandonato. Inoltre, a causa di una seria patologia, il minore nel 2021 sarebbe stato portato a Boston per un intervento chirurgico, contro il parere dei medici di due ospedali italiani. Ma all’epoca la coppia non avrebbe avuto la patria podestà sul bimbo. Inoltre l’operazione non è stata risolutiva, tanto che ad aprile del 2025 sarebbero emersi rischi di recidiva e complicazioni. La madre del bambino, inoltre, da qualche mese è scomparsa nel nulla. E poi il compagno di Minetti, erede della dinastia dell’Harry’s Bar, compare negli Epstein Files.

La procedura è stata regolare: ma Minetti ha detto la verità?

Almeno dal punto di vista procedurale, in Italia risulta tutto in regola. C’è da capire, come chiede il Quirinale, se gli elementi presentati da Minetti nella domanda di grazia sono veritieri. In tal caso il provvedimento di clemenza potrebbe essere sospeso o revocato. La Procura generale della Corte d’appello di Milano – dopo il via libera del Ministero della Giustizia – ha avviato accertamenti in Uruguay e Stati Uniti. «La procedura riguardante la richiesta di grazia ci è arrivata dal ministero a fine 2025. Sulla base di quanto chiesto, il quadro era completo e non emergevano dati anomali. L’acquisizione documentale è avvenuta attraverso i riscontri sanitari dei carabinieri», ha detti all’Ansa il sostituto procuratore Gaetano Brusa, che all’epoca della richiesta si è occupato degli accertamenti.

Minetti annuncia querele, il Pd incalza Meloni su Nordio

Da parte sua Minetti, condannata a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato nei processi Ruby ter e Rimborsopoli (da scontare ai servizi sociali), ha dichiarato: «Le informazioni diffuse sono prive di fondamento e gravemente lesive della mia reputazione personale e familiare», annunciando poi querele. Intanto, le opposizioni hanno colto la palla al balzo. «Cosa sta aspettando Giorgia Meloni a far fare un passo indietro al ministro Carlo Nordio? Non c’è più tempo da perdere: la sua permanenza al Ministero della Giustizia si sta rivelando estremamente dannosa e il dicastero appare privo di guida e controllo», ha detto la responsabile Giustizia del Pd Debora Serracchiani.

Trump scettico sulla proposta iraniana per riaprire Hormuz e rinviare il nucleare

Donald Trump e i suoi consiglieri alla sicurezza nazionale sono scettici sull’offerta dell’Iran per riaprire lo Stretto di Hormuz e sospendere le trattative sul nucleare. Lo riporta il Wall Street Journal citando alcune fonti. La Casa Bianca continuerà a negoziare con Teheran e probabilmente presenterà la sua risposta e le sue controproposte nei prossimi giorni. Anche se l’offerta iraniana non è stata respinta categoricamente, Trump e i suoi consiglieri sono dubbiosi sull’azione in buona fede dell’Iran e sull’intenzione di Teheran di mettere fine all’arricchimento dell’uranio e impegnarsi a non sviluppare l’arma nucleare.

Usa: «Accordo solo se impediamo all’Iran di dotarsi di armi nucleari»

La proposta iraniana, affidata ai mediatori pachistani, riaprirebbe il transito al petrolio e ai fertilizzanti facendo rifiatare i mercati internazionali, ma priverebbe Trump di una leva importante nei futuri colloqui per la rimozione delle scorte di uranio arricchito iraniano e la sospensione dell’arricchimento, due obiettivi di guerra primari per il lui. «Gli Stati Uniti hanno il coltello dalla parte del manico e raggiungeranno solo un accordo che metta al primo posto il popolo americano, impedendo all’Iran di dotarsi di armi nucleari», ha ribadito ad Axios la portavoce della Casa Bianca Olivia Wales.

Famiglia nel bosco: il perito, “Sussiste l’incapacità genitoriale”

AGI -  Nuovi sviluppi nella vicenda della famiglia nel bosco al centro di un caso giudiziario e pure politico. "Incapacità genitoriale" per la coppia anglo-australiana. Poche parole quelle messe nero su bianco dalla psichiatra Simona Ceccoli, la perita nominata dal tribunale per i minorenni dell'Aquila nell'ambito della consulenza tecnica d'ufficio sulla famiglia del bosco di Palmoli (Chieti).

Una relazione non definitiva sulla strada del ricongiungimento famigliare tra la coppia e i loro tre figli minorenni, dallo scorso 20 novembre collocati in una struttura protetta di Vasto.

Gli sviluppi del caso sulla Famiglia nel bosco

Sulla perizia ora i consulenti di parte della famiglia anglo-australiana potranno controbattere. La perita avrà un ulteriore mese per la relazione definitiva. Si resta in attesa della decisione della Corte d'appello civile dell'Aquila, che dovrà esprimersi entro il 15 maggio sulla richiesta di ricongiungimento, contro la decisione con cui il Tribunale per i minorenni dell'Aquila, il 6 marzo, ha disposto l'allontanamento della madre dalla struttura dove si trovano, ormai da cinque mesi, i tre bambini. Un'udienza a trattazione scritta, come disciplinato dalla riforma Cartabia per alcuni casi nel processo civile.

Il ricorso della famiglia nel bosco

Nel ricorso di 37 pagine, depositato il 18 marzo scorso dai legali Marco Femminella e Danila Solinas, si evidenzia l'"unilateralità" dell'ordinanza del Tribunale che non avrebbe accolto le richieste della famiglia facendo esclusivamente affidamento sulle relazioni dei servizi sociali e non su quella della Asl, che aveva invitato a "favorire e ripristinare una consuetudine nella situazione affettiva, attraverso la garanzia di continuità dei legami familiari", dopo la prima ordinanza del novembre 2025 che aveva disposto l'allontanamento dei bimbi dall'ambiente domestico ritenuto insalubre, ma pur sempre accompagnati dalla mamma.

Le condizioni dell'abitazione

Nello stesso ricorso i legali sottolineano come i principali problemi evidenziati dai magistrati nella decisione di allontanamento dei bimbi dalla 'casa nel bosco' a Palmoli siano stati ormai risolti, a partire dall'abitazione.

Il parere dei consulenti della Famiglia nel bosco

Una "condizione di sofferenza psicologica significativa e progressiva dei minori, direttamente correlata allo sradicamento subito e alla persistente discontinuità nei loro riferimenti affettivi, educativi, identitari e organizzativi" hanno scritto nel documento più recente i consulenti della famiglia anglo-australiana, lo psichiatra Tonino Cantelmi e la psicologa Martina Aiello.

"Il protrarsi dell'attuale assetto rischia di trasformare uno stato di sofferenza reattiva in una condizione strutturata con possibili esiti duraturi sul piano dell'organizzazione emotiva e della costruzione dell'identità personale".

Psicologi che hanno ribadito: “la necessità e l'urgenza di procedere al ripristino del nucleo familiare di origine al fine di ricostruire il vissuto identitario, di interrompere il processo di disgregazione dei riferimenti fondamentali dei minori, nonché di prevenire l'evoluzione del disagio in forme più gravi e strutturate".

La Lega contro la perizia: "Inspiegabile violenza istituzionale" 

 “Siamo di fronte a una inspiegabile forma di violenza istituzionale nei confronti di una famiglia che ha scelto l’Italia, e che vorrebbe solo tornare a vivere tranquilla, nel pieno rispetto della legge italiana su casa, educazione e salute", tuona la Lega alla luce dei contenuti della perizia richiesta dal Tribunale per i minorenni. "In questo, come in altri casi, è purtroppo evidente la difficoltà dei Tribunali a correggere i propri giudizi iniziali e a cambiare rotta, nell’esclusivo e supremo interesse dei minori”. 

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni

Giù il sipario, mes amies. Dopo mesi di tenuta davanti alla veemente protesta degli orchestrali, il governo ha ‘mollato’ Beatrice Venezi. Palazzo Chigi smentisce qualsiasi coinvolgimento di Giorgia Meloni nella faccenda, ma è innegabile che con il siluramento svanisce il sogno della premier di aver favorito l’arrivo della prima donna direttrice d’orchestra in un teatro importante come La Fenice di Venezia. Il sovrintendente che aveva nominato Venezi, Nicola Colabianchi, ha ceduto dopo l’intervista a La Nación in cui la direttrice accusava i lavoratori del teatro lirico di nepotismo, provincialismo e pigrizia culturale. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, si è detto d’accordo con Colabianchi.

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
Giorgia Meloni con Beatrice Venezi (dal profilo X della premier).

Il caso Di Foggia

Qualche giorno prima, un’altra donna ritenuta vicino a Giorgia e Arianna Meloni, l’ex ad di Terna, Giuseppina Di Foggia, aveva dovuto rinunciare alla buonuscita milionaria per poter accedere alla presidenza dell’Eni, in quota FdI. Il via libera è arrivato dopo giorni segnati da una durissima presa di posizione del ministero dell’Economia e una evidente irritazione fatta trapelare da Palazzo Chigi nei confronti della dirigente da loro stessi indicata.

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica).

Ma se si scorre indietro il calendario, dalle parti del governo è stato un dietrofront su tutto. Quantomeno dal giorno del video post-voto in cui Meloni riconosceva la sconfitta al referendum, sullo sfondo una siepe e in sottofondo il canto degli uccellini (in Rete lo hanno paragonato al disastro comunicativo post-Pandorogate di Chiara Ferragni).

Le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè

La débâcle del Sì sembra aver innescato, nel partito della premier, un meccanismo subdolo, una sorta di coazione a ripetere che porta alla graduale distruzione di tutto quello che è stato costruito in tre anni e mezzo. Si è iniziato il 25 marzo, due giorni dopo il canto degli uccellini, con le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi (sull’ex Zarina di Via Arenula, come se non bastasse, ora pare pesare pure la responsabilità del caso Minetti) fino a quel momento difesi. E poi è stata la volta di Daniela Santanchè, blindata per anni. Un tentativo di risalire nei consensi? Sicuramente due cesure nette, che hanno lasciato crepe all’interno del partito. Meloni si è presa del tempo, poi ha acconsentito a intervenire in Aula sul referendum, come le opposizioni chiedevano.

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Daniela Santanchè (Ansa).

Il gelo con Israele e Trump seguito dall’abbraccio a Macron

Nel frattempo la guerra in Iran si è allargata al Libano e la premier ha deciso di sospendere il rinnovo del memorandum d’intesa sulla Difesa con Israele. Non solo, aveva anche fatto sapere di aver negato l’atterraggio nella base di Sigonella a due bombardieri degli Stati Uniti, Paese impegnato in una guerra troppo impopolare nel nostro Paese. Il climax è arrivato con la (tardiva) presa di posizione contro Donald Trump dopo le parole «inaccettabili» del capo della Casa Bianca contro Papa Leone XIV. Ed è stato allora che è convenuto alla premier correre dai Volenterosi, a Parigi, per partecipare a un incontro di una formazione fino ad allora ‘snobbata’, mostrando un afflato inedito nei confronti di Emmanuel Macron.

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
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Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni

Anche il rapporto costruito con Bruxelles rischia di incrinarsi

Insomma, sembra di essere in una di quelle soap in cui non c’è mai una fine e la narrazione riparte rimescolando trame, amori e personaggi, che appaiono brevemente, poi a un certo punto scompaiono, senza grosse spiegazioni. Con la vittoria del No alla riforma Nordio, tutta la struttura che la maggioranza aveva delicatamente costruito in tre anni e mezzo appare improvvisamente in bilico. Meloni, ancorata al suo tavolo con vista su piazza Colonna, sembra così impegnata in una partita di sciangai: toglie i bastoncini uno a uno, cercando di non urtare quelli che restano. Anche il lavoro di costruzione del rapporto con la commissione di Ursula von der Leyen rischia di essere un bastoncino da estrarre dopo la conferma dello sforamento del 3 per cento del rapporto deficit/Pil e le urgenze economiche imposte dalle due guerre in corso che probabilmente costringeranno il governo a uno scostamento di bilancio. Così come le dichiarazioni di apertura al gas russo dell’ad di Eni, Claudio Descalzi, appena riconfermato dal governo, possono minare la stabilità di un altro bastoncino importante, quello della collocazione al fianco dell’Ucraina.

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
Ursula von Der Leyen e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

De profundis per le riforme

E a proposito di Eni, dove è finito il piano Mattei, centrale nella prima parte della legislatura? Se ne parla più che altro per la diffida del nipote di Enrico Mattei a utilizzare il nome dello zio. Bastoncino caduto su un lato. Per non parlare delle riforme. Autonomia a parte, che non è mai entrata nel cuore della leader di FdI, chi crede ancora che la maggioranza avrà la forza di approvare quella sul premierato, un tempo definita da Meloni «madre di tutte le riforme»? La mancanza di visione strategica è così evidente che anche una riforma introdotta poco prima del referendum sulla giustizia, come quella della legge elettorale, è ormai considerata su un binario morto da moltissimi rappresentanti della maggioranza.

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
La cabina di regia del Piano Mattei a Palazzo Chigi (Imagopeconomica).

Non restano che i centri in Albania

Spariti pure i ‘Puma’ dell’esercito a presidio delle stazioni ferroviarie, restano solo i centri in Albania. Dove alcuni big di FdI sono voluti andare in visita nei giorni scorsi. «Il Cpr di Gjader è pieno e funzionante», hanno fatto sapere, tra gli altri, i due capigruppo di Camera e Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan. «All’interno della struttura sono già transitate 536 persone, con profili di elevata pericolosità, alcune già rimpatriate», hanno precisato. Ecco, 536. Peccato che avrebbero dovuto essere 36 mila l’anno.

Il governo dei dietrofront: tutte le crepe nel sistema Meloni
Galeazzo Bignami e Lucio Malan (Imagoeconomica).

Minetti, le ombre sulla grazia agitano il Quirinale

E al terzo giorno la pazienza finì. Dopo tre giorni di paginate del Fatto quotidiano che hanno messo in dubbio la ritrovata onestà e la ritrovata purezza adamantina di Nicole Minetti, Sergio Mattarella ha chiesto al ministero della Giustizia di verificare chi avesse ragione: il quotidiano di Marco Travaglio che dipinge come recidiva l’ex igienista dentale cara al Cavaliere o la Procura di Milano per la quale l’ex consigliera regionale di Forza Italia è redenta. Di mezzo c’è la grazia concessa dal capo dello Stato a Minetti, su richiesta di Procura di Milano e del ministero della Giustizia. E soprattutto c’è un tourbillon di proteste social che hanno accolto la notizia (tenuta riservata dal Quirinale perché di mezzo c’è un minore, figlio adottivo della Minetti e del suo compagno, l’imprenditore Giuseppe Cipriani) della clemenza che cancella i tre anni e 11 mesi di pena per una delle protagoniste delle cosiddette cene eleganti. Una benevolenza che molti non avevano mandato giù, soprattutto a sinistra.

Minetti, le ombre sulla grazia agitano il Quirinale
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

L’inedita richiesta di verifica del Colle al Guardasigilli

Fino alla shitstorm, il Presidente aveva tenuto duro: il minore adottato da Minetti è malato e davanti alla vicenda umana il muro del Colle era rimasto in piedi. Poi l’inchiesta del Fatto. Troppi i dubbi sulla condotta di Minetti, a maggior ragione visto che c’è in ballo il futuro di un bambino di nove anni. E allora ecco l’inedita richiesta di verifica al ministro Nordio, che a sua volta ha chiesto ulteriori verifiche alla Procura di Milano (che ha istruito la pratica) e via via giù per li rami all’ambasciata italiana in Uruguay, dove Minetti avrebbe interessi e dove avrebbe adottato il figlio.

Minetti, le ombre sulla grazia agitano il Quirinale
Carlo Nordio (Imagoeconomica).

Il Quirinale non ha un team investigativo e deve fidarsi delle carte

A molti è venuto in mente il film La grazia di Paolo Sorrentino, che racconta proprio della genesi di un atto di clemenza di un Presidente della Repubblica preso dalla fantasia. In quel caso il Presidente fa visita al condannato che chiede la grazia. In realtà l’iter non prevede nulla di tutto ciò: la grazia viene chiesta da un avvocato, su istanza del condannato o dei suoi familiari, il caso viene verificato in modo approfondito dalla Procura che gira il fascicolo al ministero e da qui il caso viene sottoposto al Quirinale. Che non ha un suo team investigativo e deve quindi fidarsi delle carte che gli vengono inviate. Ora però al Colle i sospetti si sono concretizzati in una richiesta di nuove verifiche.

Minetti, le ombre sulla grazia agitano il Quirinale
Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

Il precedente della grazia revocata a Mesina

Se avesse ragione il Fatto, la grazia potrebbe venir revocata, il precedente c’è e riguarda il brigante sardo Graziano Mesina, graziato da Carlo Azeglio Ciampi e poi tornato a delinquere. Ma la consolazione che un precedente c’è già non basterà a Mattarella a farsi passare i pensieri di questi giorni. Perché l’iter della grazia si basa sulla fiducia in quello che scrivono Procura e ministero. Una fiducia che potrebbe essere stata mal riposta e che da sinistra considerano sia stata eccessiva.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo

Nel 2006 la Juve e il caso Moggi. Oggi l’Inter e Beppe Marotta. Vent’anni dopo lo scoppio di Calciopoli, ha senso fare un parallelismo con la nuova Arbitropoli che sta scuotendo il campionato italiano?

L’avviso di garanzia a Rocchi per concorso in frode sportiva

Bisogna partire dai fatti. Il 25 aprile 2026, Festa della Liberazione, la procura di Milano ha notificato un avviso di garanzia per concorso in frode sportiva al designatore degli arbitri Gianluca Rocchi e al supervisore Var Andrea Gervasoni. Entro quella sera stessa entrambi si sono autosospesi. In 48 ore gli indagati noti sono diventati cinque: con loro i varisti Rodolfo Di Vuolo e Luigi Nasca e l’ex arbitro Daniele Paterna, accusato di false informazioni al pubblico ministero.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Gianluca Rocchi (foto Ansa).

Doveri, arbitro ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter

Le partite finite sotto la lente sono «quattro o cinque», nessuna del campionato in corso. Uno dei fili rossi però sembra essere chiaro: l’Inter. In due dei tre capi d’imputazione contestati a Rocchi compare infatti il club nerazzurro: la designazione «gradita» del direttore di gara Andrea Colombo per Bologna-Inter del 20 aprile 2025 e l’accordo «con più persone» (quali? chi?) a San Siro il 2 aprile 2025, per tenere lontano dalla fase conclusiva del campionato e dall’eventuale finale di Coppa Italia Daniele Doveri, ritenuto dalla procura «poco gradito» all’Inter.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Daniele Doveri in una gara dell’Inter (foto Ansa).

Il ritornello ripetuto da Marotta: «Siamo estranei»

La quarta partita è Inter-Verona dell’8 gennaio 2024, con la mancata on field review, cioè la revisione sul campo, sulla gomitata di Alessandro Bastoni a Ondrej Duda da cui l’inchiesta è partita. L’Inter, attraverso il presidente e amministratore delegato Giuseppe Marotta, ha replicato così: «Voglio tranquillizzare i tifosi. L’Inter ha sempre agito con la massima correttezza. Non c’è un elenco di arbitri a noi graditi e sgraditi. L’Inter è estranea e lo sarà anche in futuro». E ha aggiunto un grande classico, cioè l’argomentazione delle «vittime»: «L’anno scorso siamo stati penalizzati. Cito il rigore non dato in Inter-Roma». La frase chiave è «estranea». E qui vale la pena fermarsi, perché è la parola attorno a cui si gioca tutto.

Marotta ha usato «estranea» per dire una cosa precisa: nessun dirigente dell’Inter è oggi iscritto nel registro degli indagati della procura di Milano. È vero. Ed è anche, per questa fase, irrilevante sul fronte che davvero conta per un club di calcio: la giustizia sportiva. Perché le inchieste sportive e quelle penali corrono su binari diversi, con regole diverse, tempi diversi e standard di prova diversi. Lo dice la storia recente del calcio italiano. Lo dice, prima di tutto, l’articolo 7 del Codice di Giustizia sportiva della Figc.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Beppe Marotta interpellato a Sky Sport sul nuovo scandalo Arbitropoli.

Il testo è pubblico, lo si trova sul sito della Federazione: «Il compimento, con qualsiasi mezzo, di atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara o di una competizione ovvero ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica costituisce illecito sportivo. La fattispecie si perfeziona con il compimento degli atti diretti, anche se il risultato non è raggiunto».

Giuseppe Chinè ha chiesto le carte alla procura di Milano

Tre conseguenze pratiche, che la giurisprudenza federale ribadisce in decine di sentenze: l’illecito sportivo «prescinde da qualsiasi dolo specifico positivizzato dal legislatore». Cioè non serve provare l’accordo bilaterale, non serve provare lo scambio, non serve nemmeno provare che il risultato sia stato effettivamente alterato. Le società «rispondono oggettivamente, ai fini disciplinari, dell’operato dei dirigenti, dei tesserati e dei soggetti di cui all’art. 1 bis comma 5». E la stessa procura federale può aprire o riaprire il fascicolo «se emergeranno elementi nuovi e probanti», come ha già annunciato il procuratore Giuseppe Chinè il 27 aprile, chiedendo le carte alla procura di Milano.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Giuseppe Chinè (Imagoeconomica).

Vale la pena riprendere in mano il calendario di Calciopoli, perché i giorni si assomigliano. Maggio 2006: emerse il caso delle intercettazioni telefoniche. La procura di Napoli aveva aperto il fascicolo penale da mesi, ma l’inchiesta si concluse in via definitiva solo nel 2015, e con la maggior parte dei reati prescritti. La procura federale, intanto, andava per conto suo. Il 14 luglio 2006 la Caf emise la prima sentenza sportiva: Juventus in Serie B con 30 punti di penalizzazione, revoca dei due scudetti, sanzioni pesantissime per Milan, Fiorentina e Lazio.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Beppe Marotta e Gianluca Rocchi assieme.

La giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria

L’11 luglio successivo, in Appello, la sentenza venne rivista – Juve in B con -17 punti – ma il principio rimase. Quel giorno, in sede penale, contro i dirigenti bianconeri non c’era stata ancora una condanna. Non ce ne sarebbe stata una definitiva nemmeno 10 anni dopo (reati estinti per prescrizione). Eppure il club fu retrocesso. Il motivo è scritto in chiaro nelle motivazioni: l’illecito sportivo è una cosa diversa dalla questione penale, le società rispondono oggettivamente, e la giustizia sportiva non si ferma in attesa di quella ordinaria.

Testimonianza sui «codici gestuali» nei raduni settimanali

Vent’anni dopo, lo schema applicato a un altro club potrebbe essere lo stesso. Se la procura federale dovesse riaprire il fascicolo sulla base degli atti milanesi e delle nuove rivelazioni – la testimonianza dell’ex arbitro Pasquale De Meo sui «codici gestuali» nei raduni settimanali, gli audio di sala Var di Inter-Verona, i capi d’accusa già pubblici – non ci sarebbe bisogno di un dirigente nerazzurro indagato penalmente per contestare l’illecito alla società. Basterebbe dimostrare che siano stati compiuti atti diretti ad alterare il risultato o lo svolgimento di gare in cui l’Inter è stata favorita; e che gli autori, anche se non dirigenti, fossero tesserati o soggetti collegati.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Giuseppe Marotta (foto Ansa).

La differenza tra Marotta nel 2026 e Antonio Giraudo nel 2006 non è tanto giuridica, quanto temporale. Il primo ha ancora qualche settimana per dire «siamo estranei». Il secondo lo disse fino al giorno della retrocessione. Resta la difesa tramite numeri: «Siamo stati penalizzati», ha detto Marotta. Ma anche qui i dati dicono il contrario.

  • Stagione 2023/24: 14 rigori a favore dell’Inter contro quattro contro, rapporto 3,5, il più sbilanciato della Serie A.
  • Stagione 2024/25: secondo Tuttosport del 25 febbraio 2025, il saldo Open Var a favore dell’Inter è «tanto quanto Juventus, Napoli e Atalanta», non meno.
  • Stagione 2025/26: secondo i dati Aia Open Var, il saldo è sostanzialmente in pari.

Vent’anni fa Stefano Palazzi, l’ex procuratore federale che istruì il filone post-Calciopoli, disse a Tuttosport una frase che la stampa nerazzurra ha provato a rimuovere: l’Inter del 2006 avrebbe potuto rischiare la retrocessione in Serie B, altro che lo scudetto. Quel titolo restò ai nerazzurri per una decisione amministrativa del Consiglio di Stato nel 2023, quando fu respinto l’ultimo ricorso della Juventus, e non per un’assoluzione di merito.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Il procuratore federale Stefano Palazzi nel 2012 (foto Ansa).

Perché sullo sfondo sembra muoversi Lotito

A margine, ma non per caso, oggi sullo sfondo si muove Claudio Lotito. Il presidente della Lazio – vent’anni fa anche lui condannato in Calciopoli, in primo grado, alla retrocessione, poi salvato in Appello, con permanenza in A e pesanti penalizzazioni – è oggi, secondo Dagospia, in asse con il ministro dello Sport Andrea Abodi sull’ipotesi di un commissariamento della Figc, con un disegno di legge già pronto in parlamento. Sono 19 su 20 le squadre di Serie A favorevoli alla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza federale. Una sola contraria: la Lazio.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio Claudio Lotito (foto Ansa).

Se l’inchiesta sugli arbitri portasse al commissariamento della Federcalcio, e poi alle elezioni anticipate, Lotito sarebbe in corsa. È un effetto collaterale dell’inchiesta, non il suo cuore. Ma è un effetto che merita di essere registrato.

Al vertice della procura di Milano c’è un interista sfegatato

Resta un punto di metodo. Il vertice della procura di Milano è Marcello Viola, noto tifoso dichiarato dell’Inter, che pranzò con Marotta e l’amministratore delegato corporate Alessandro Antonello pochi giorni dopo l’insediamento nel giugno 2022 e che il 30 settembre 2024 si presentò alla conferenza stampa sull’inchiesta Doppia Curva con il telefono provvisto di cover dell’Inter.

Marotta e il caso Moggi: quel parallelo tra Inter e Juve e il nodo cruciale dell’illecito sportivo
Marcello Viola con la cover dell’Inter.

Il pm titolare dell’inchiesta Arbitropoli è Maurizio Ascione. Il 27 aprile l’Ansa ha scritto che «in procura si respirerebbe un clima di tensione legato alla gestione dell’indagine da parte del pm rispetto ai vertici dell’ufficio». Tradotto: chi indaga e chi coordina non sono allineati. Il perché è intuibile.

Una società di calcio si difende come può. Marotta continua a ribadire che l’Inter è estranea: ha parlato di «registro degli indagati», di procura penale, scegliendo il binario più comodo. Ma il binario che decide la vita sportiva di un club non è quello. Lo sa l’Inter, lo sapeva la Juventus del 2006. La differenza, oggi, è che negli atti pubblici della procura di Milano viene usata la parola «gradito» riferita a un arbitro designato per una partita dell’Inter. È esattamente la fattispecie che l’articolo 7 chiama illecito sportivo. Il resto è una questione di tempi.

Scontro social tra Tozzi e Burioni sulla caccia

Botta e risposta sui social tra Mario Tozzi e Roberto Burioni sulla caccia. Tutto ha avuto inizio quando Tozzi, geologo e divulgatore scientifico, ha condiviso una notizia del DailyMail riguardante la morte di un cacciatore statunitense milionario calpestato a morte da cinque elefanti mentre cacciava antilopi. «Purtroppo la caccia è questa m***a qui. Spiace sempre per una morte, ma i cacciatori non dicono sempre che è uno sport? Questo qui ha perso», ha scritto ripostando la news. Tra i tanti commenti non è passato inosservato quello di Burioni: «Scusa ma a ragionare così allora anche l’alpinismo sarebbe una m* perché ogni tanto qualcuno ci lascia la pelle. Premesso che della caccia non me ne frega niente, a me pare un atteggiamento più ideologico che science-based. Nulla di male, per carità, basta dirlo».

Burioni: «Gli animali me li mangio con gusto e senza rimorso»

Lo scambio di tweet è proseguito con Tozzi che ha osservato: «A Robe’ ma leggiti almeno Bekoff, De Waal e Safina, e magari pure Lorenz. Individui. Gli animali sono individui, ciascuno diverso dagli altri, ciascuno prodotto di cultura di specie. Proprio come noi. Te lo dico io: studia! Sempre con simpatia, eh». Quindi la controreplica di Burioni: «A Marie’, i fanatici che mescolano scienza e ideologia già ci hanno rovinato nel 1987 con il nucleare, da quella volta mi stanno antipatici anche se parlano di caccia. Sempre con simpatia, eh. PS: gli animali saranno individui, ma me li mangio con gusto e senza rimorso».

Arbitri: chi è il designatore ad interim Dino Tommasi

Sarà Dino Tommasi a prendere fino a fine stagione il posto di Gianluca Rocchi come designatore degli arbitri di Serie A e B, dopo lo scandalo che ha travolto l’Aia. La nomina è arrivata nel corso del Comitato Nazionale andato in scena nella giornata di lunedì 27 aprile. Ex arbitro originario di Bassano del Grappa (Vicenza), il 50enne Tommasi era uno dei cinque vice dello stesso Rocchi assieme a Maurizio Ciampi, Elenito Di Liberatore, Mauro Tonolini e Andrea Gervasoni, anch’egli indagato.

Arbitri: chi è il designatore ad interim Dino Tommasi
Dino Tommasi mentre redarguisce Domenico Berardi del Sassuolo (Ansa).

La carriera di Dino Tommasi

Tommasi non è stato un fischietto di primo piano, anche se ha comunque arbitrato 54 partite in Serie A tra il 2008 e il 2015. La sua carriera nelle serie professionistiche è iniziata nel 2003, con la promozione alla Commissione arbitri nazionale (Can) di Serie C: 52 le partite arbitrate in quattro stagioni, tra cui la finale playoff del 2007 tra Avellino e Foggia. A seguito della promozione alla Can A-B, il 15 marzo del 2008 ha debuttato in massima serie arbitrando Udinese-Lazio. Dal 2010, dopo la scissione della Can A e B, per tre anni ha fatto parte dell’organico degli arbitri designabili per la serie cadetta. In questo triennio la gara più importante diretta da Tommasi è stata la finale di ritorno dei playoff tra Livorno e Empoli nel 2013. Promosso in Serie A, ha chiuso poi la carriera il 18 maggio 2015 con un Fiorentina-Parma, venendo poi dismesso dalla Can per “motivate valutazioni tecniche“. Poco dopo è stato inserito nell’organico degli osservatori per la Can B. Dopo essere stato presidente del Comitato Regionale Veneto dal 2016 al 2020, Tommaso è diventato responsabile del Cai (Comitato arbitri interregionale).