Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere

«L’hanno rimasto solo», citando Vittorio Gassman nell’Audace colpo dei soliti ignoti. Beffardo destino, quello di Elon Musk. Neanche fosse un contrappasso dantesco, l’uomo che dice di avere a cuore il futuro dell’intera umanità è lo stesso che, in alcuni dei reel più recenti che circolano in Rete, appare isolato, evitato pressoché dall’umanità intera. Ma lui non demorde. Così la sua preoccupazione per le «magnifiche sorti e progressive» (questa volta la cit. è da La ginestra di Giacomo Leopardi) è sbarcata anche nelle aule di tribunale grazie alla causa intentata contro Sam Altman, numero uno di OpenAI, l’azienda dietro ChatGPT. L’accusa mossa dal nostro è quella di aver tradito il patto originario di mantenere OpenAI una non-profit e di averla invece trasformata in una macchina da soldi.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Il Ceo di OpenAI Sam Altman (Ansa).

Elon, abbiamo imparato a conoscerti

Chiariamo subito. Non che l’uno sia meglio dell’altro. Ma forse a Elon sfugge che, nel corso degli anni, abbiamo imparato a conoscerlo. E, proprio per questo, grazie a massicce dosi di anticorpi, non ce la beviamo più. Così finisce (per il momento) che il tribunale federale di Oakland, in California, abbia rigettato la causa per un vizio formale, senza neanche entrare davvero nel merito della questione. Il che offre lo spunto per capire la portata simbolica di questo scontro tra titani.

La fondazione come ente senza scopo di lucro

Tutto ebbe inizio nel 2015. OpenAI fu fondata come ente senza scopo di lucro, con l’obiettivo di sviluppare intelligenza artificiale «per il bene dell’umanità». Musk fu tra i primi a metterci i soldi. Nel 2018 però lasciò il consiglio di amministrazione. Ufficialmente, per evitare conflitti con Tesla, l’altra sua azienda impegnata nello sviluppo di un’intelligenza artificiale per la guida autonoma. Ma in realtà sembra che Musk avesse chiesto, senza successo, il controllo totale della società e avesse persino tentato di fondere OpenAI con Tesla, senza riuscirvi.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Il logo di OpenAI (Imagoeconomica).

Una questione etica, con richiesta di risarcimento

Nel 2019 OpenAI creò una controllata for-profit, OpenAI LP, legata alla non-profit ma con un obiettivo diverso: fare business, scalare, attrarre capitali, crescere e attrarre capitali ancora. Nel 2024 Musk ne ha fatto una questione etica, intentando l’azione legale. E chiedendo, in qualità di investitore della prima ora, un risarcimento, secondo alcune stime, pari a 180 miliardi di dollari per «guadagni illeciti» nonché il riconoscimento del fatto che OpenAI abbia usato quei soldi per scopi diversi da quelli inizialmente dichiarati. Una truffa, in sostanza.

Due visioni dell’IA, tra bene pubblico e infrastruttura privata

Il resto è cronaca recente. Dopo poche settimane di udienza, il tutto si è chiuso con un nulla di fatto. Il problema, a quanto pare, è che Elon si sia mosso troppo tardi. Tuttavia, il punto interessante di questa storia fatta di miliardi, tecnologia, avidità e risentimento non è giuridico quanto simbolico, come dicevamo. Vale a dire il confronto tra due visioni dell’intelligenza artificiale, tra bene pubblico e infrastruttura privata, oltre alla trasformazione dell’idealismo tech in una guerra di potere.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Elon Musk (Ansa).

Musk è stato costretto a rincorrere con Grok

È noto infatti che nel mondo dell’innovazione tecnologica chi tardi arriva, male alloggia. Il primo di solito si prende tutto, struttura il mercato, ne decide il funzionamento, imposta il gioco. E poi diventa difficile scalzarlo. OpenAI, con ChatGPT, è arrivata per prima. Così Musk ha perso la bussola e si è ritrovato ai margini, fuori dalla cabina di regia, in ritardo e costretto a rincorrere con Grok, il modello d’intelligenza artificiale di xAI, integrato in X (ex Twitter) e pensato esplicitamente come concorrente di ChatGPT. Solo che, ed Elon lo sa, Grok gioca in serie B, fuori dagli accordi che contano, dalle forniture che fanno fare il salto di qualità, finendo troppo lontano dalla “casalinga di Voghera” che l’idea per una ricetta oggi la chiede direttamente a ChatGPT.

Musk contro Altman: la scusa dell’etica e l’idealismo tech diventato guerra di potere
Grok, chatbot di X (Ansa).

Vari scandali, dal deepfake all’antisemitismo

E poi resta un fatto. Di quale etica Elon si fa portavoce se proprio la sua intelligenza artificiale, Grok, è stata al centro di una serie di scandali? Un modello venduto come più libero e meno censurato rispetto a ChatGPT ha perso il controllo generando deepfake e contenuti estremi, dalla pedopornografia ai contenuti antisemiti, tanto da attirare pressioni da autorità di mezzo mondo che lo hanno costretto a limitare parte delle sue funzionalità.

L’umanità non ama chi non sa perdere

Intendiamoci: se Musk vuole parlare di etica, è il benvenuto. Tuttavia, vale la pena chiedersi di quale etica stia parlando. È l’etica che protegge il bene comune e i minori, o quella che lascia che un chatbot generi contenuti oltre ogni limite, prima che le autorità lo costringano a metterci una pezza? Alla luce di tutto, e più semplicemente, sembra che la questione sia più banale di quanto appaia. A Elon non piace perdere. E infatti ha già annunciato ricorso. Resta tuttavia il fatto che la gente comune, insomma l’umanità, non ama chi non sa perdere. Per questo Elon, alla fine, balla da solo.

“Verità e giustizia sulle stragi”, a Palermo oltre 8mila in corteo. Maria Falcone: “Giovan…

AGI - Sono oltre 8 mila i partecipanti al corteo promosso a Palermo da un folto cartello di associazioni e collettivi che chiedono "giustizia e verità" sulle stragi di mafia, nel 34esimo anniversario dell'eccidio di Capaci.

Le associazioni presenti

Tra gli organizzatori dell'evento Agende Rosse, Cgil, Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, Centro Studi Paolo e Rita Borsellino e Our Voice. "Fuori la mafia dallo Stato", tra gli slogan. "Basta silenzi e depistaggi", si legge sugli striscioni.

 

 

Il corteo nel cuore della città

Partiti dal palazzo di giustizia, i manifestanti hanno attraversato piazza Verdi, via Ruggero Settimo, piazza Castelnuovo e via Libertà, nel cuore della città, per raggiungere l'area vicina all'Albero Falcone. Musica e slogan hanno scandito il percorso. Tantissimi i giovani presenti, con striscioni e magliette colorate.

C'è anche un monitor che segna l'orario quest'anno sul palco allestito ai piedi dell'Albero Falcone, in via Notarbartolo. Così alle 17:58 in punto - orario in cui un'esplosione sventrò l'autostrada uccidendo Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani - è a tutti visibile il momento in cui viene poi intonato il "silenzio". Lo scorso anno furono furiose le polemiche per l'anticipo di diversi minuti dell'omaggio ai caduti.

 

 

Le parole di Maria Falcone

"Fuori la mafia dallo Stato", hanno continuato a gridare alcuni manifestanti sotto l'Albero, mentre Maria Falcone ha preso la parola dal palco: "C'è anche chi contesta, ma è il sale della democrazia. Mi auguro che non lo si faccia alle 17:58, in quel momento tremendo. E domani si riprenda pure. Vorrei solo dire - ha proseguito la sorella del magistrato - che Giovanni è nostro. E guai a chi ce lo tocca. Dobbiamo portare avanti le loro idee, loro sono di tutti". 

 

 

"Oggi (sul palco) ci sono solo io, e dietro di me ragazzi da tutta Italia che leggeranno i nomi. Vogliamo che siano loro a leggerli, perchè sono la dimostrazione che davanti alle cause importanti tutti gli italiani devono essere d'accordo. La memoria di Giovanni e Paolo e delle scorte non deve essere sterile, ma continuo ricordo alla città che non bisogna fermarsi e mai dire 'abbiamo vinto'", ha concluso Maria Falcone.

Gli applausi per Nino Di Matteo

All'evento era presente, tra gli altri, il magistrato Nino Di Matteo, accolto tra gli applausi. "Si arriverà alla verità sulle stragi - ha detto Di Matteo - se le istituzioni e il popolo italiano la vorranno trovare. I segnali però non sono oggi positivi. C'è una parte significativa del Paese e delle istituzioni che vuole archiviare per sempre alcune pagine importanti, ritenendo soddisfacente l'esito della condanna dei mafiosi, che è un esito importante, ma che non ha ricostruito tutta la verità", ha detto il magistrato.

Il trauma e la memoria, incontro con Mulè e Provenzano 

Storicizzare, senza perdere la memoria del trauma: il 1992 è entrato nella mente e nel corpo di una intera generazione, che con la strage di Capaci e quella di via D'Amelio "è venuta al mondo una seconda volta" ma con l'obbligo di "trasformare in qualcosa che aiuta". Se ne è parlato all'Istituto Comprensivo Statale "Giovanni Falcone" nel quartiere palermitano dello Zen, scenario di una attuale recrudescenza mafiosa, durante l'incontro "Le stragi del 1992 tra storia, politica e memoria" organizzato dalla facoltà di Scienze politiche del capoluogo siciliano."La generazione venuta al mondo durante le stragi è stata segnata, come sono segnati i bambini che vengono al mondo sotto le bombe di qualunque guerra", ha detto, tra gli altri, siciliano e responsabile Esteri del Pd Giuseppe Provenzano, che ha ricordato "la mobilitazione collettiva" seguita alle stragi.

 

 

E' toccato a Giorgio Mulè, anche lui siciliano e vice presidente della Camera (FI), entrare nel vivo di quel trauma: "Per me, come per tanti altri, Capaci e via D'Amelio sono le Fosse Ardeatine, Sant'Anna di Stazzema, punti di non ritorno rispetto all'abisso e alla malvagità". La "fortuna" di chi è nato dopo è di poter meglio "storicizzare ciò che è accaduto, e non vivere quegli eventi con le diottrie di chi in quegli anni e dopo si è impadronito di quella memoria perchè doveva essere indirizzata da una parte, e se non ti allineavi eri un nemico".

La contesa odierna riguarda, appunto, la "memoria" di ciò che accadde in quegli anni, e in questa battaglia tra i fronti una proposta l'ha fatta sul Giornale di Sicilia il direttore di Scienze Politiche, Costantino Visconti: si può "ripartire da un patrimonio già condiviso, ossia che la mafia dei corleonesi ha voluto eliminare l'acerrimo nemico impiegando tutte le sue risorse, militari e politiche. Proviamo?". 
 

 

 

 

 

 

La Cina scopre che spingere le nascite è più difficile che limitarle

«Compagne, va costruita una nuova cultura del matrimonio e della maternità». Nel 2023, un anno dopo l’inizio del calo della popolazione della Cina, Xi Jinping pronunciò queste parole al Congresso nazionale delle donne cinesi. Un intervento che chiariva già una delle più profonde preoccupazioni strategiche della leadership cinese: la crisi demografica. Dopo decenni trascorsi a limitare le nascite attraverso la politica del figlio unico, Pechino si è ritrovata improvvisamente a fare i conti con il problema opposto: sempre meno bambini, sempre meno matrimoni e una società che invecchia a ritmi tali da minacciare crescita economica, sistema pensionistico e modello di sviluppo. Il richiamo di Xi è stato uno dei primi segnali che anche la demografia è diventata una questione di sicurezza nazionale.

La Cina scopre che spingere le nascite è più difficile che limitarle
Il presidente cinese Xi Jinping (foto Ansa).

La metà delle cinesi nate dopo il 2000 non vuole avere figli

A distanza di alcuni anni, però, la risposta della società cinese sembra andare nella direzione opposta. Secondo un nuovo sondaggio di Zhaopin, una delle principali piattaforme cinesi di reclutamento online, quasi la metà delle donne nate dopo il 2000 afferma di non voler avere figli, per l’esattezza il 47 per cento. Si tratta di una percentuale impressionante se confrontata con le generazioni precedenti: tra le nate dopo il 1995 la quota scende al 33,9 per cento, al 15,7 per cento per quelle nate dopo il 1990, addirittura al 9,1 per cento tra le nate dopo il 1980. I dati sono il sintomo di un cambiamento culturale profondo. La Cina sta scoprendo che convincere qualcuno a fare un figlio è molto più difficile che impedirglielo. Lo aveva già mostrato l’esperienza della fine della politica del figlio unico. Prima la leadership ha eliminato il limite del figlio unico, poi ha autorizzato il secondo e infine il terzo. Ma la risposta delle famiglie è rimasta tiepida. Nel tempo sono infatti cambiati i costi, i valori, le aspettative e l’idea stessa di famiglia.

La Cina scopre che spingere le nascite è più difficile che limitarle
Immagine realizzata con l’IA.

Dai costi alle conseguenze sulla carriera: perché si dice no alla maternità

Le ragioni indicate dalle giovani donne raccontano una Cina molto diversa da quella che il Partito Comunista continua spesso a immaginare. Come sottolineato da Caixin, il 40,4 per cento cita l’elevato costo del mantenimento dei figli; il 30,5 per cento teme un peggioramento della qualità della vita; il 29,8 per cento parla dell’incertezza sul futuro e della paura di non riuscire ad assumersi una responsabilità così grande. Il 28,5 per cento teme invece conseguenze sulla carriera. La maternità, insomma, viene associata a un potenziale rischio economico e sociale. Negli ultimi anni, tra le giovani cinesi è diventata centrale una formula traducibile con “penalità materna“. La percezione è che fare figli porti a un congelamento, o addirittura arretramento, della propria carriera. Secondo il sondaggio di Zhaopin, il 61,5 per cento delle madri lavoratrici ritiene di non avere quasi nessuna possibilità di ottenere una promozione sul lavoro. Solo il 5,3 per cento pensa invece di avere reali prospettive di avanzamento professionale.

La Cina scopre che spingere le nascite è più difficile che limitarle
Quasi la metà delle donne cinesi nate dopo il 2000 afferma di non voler avere figli (Ansa).

Il difficile equilibrio tra famiglia, lavoro e vita sociale

Le difficoltà iniziano ancora prima dell’assunzione. Il 60,9 per cento delle donne intervistate racconta di aver ricevuto domande sul proprio stato civile o sui progetti di maternità durante i colloqui di lavoro, contro il 35,5 per cento degli uomini. La pressione non riguarda soltanto la carriera. Riguarda anche il tempo. L’85,4 per cento delle madri lavoratrici trascorre la maggior parte del proprio tempo libero occupandosi della famiglia, contro il 73,4 per cento dei padri. Quasi un terzo dedica oltre due ore al giorno ai lavori domestici. Solo il 6,4 per cento riesce a utilizzare il tempo libero per socializzare. In pratica molte donne cinesi finiscono intrappolate in un equilibrio estremamente fragile tra lavoro, cura familiare e sviluppo personale. Nel frattempo, il contesto demografico continua a peggiorare. Nel 2025 la popolazione cinese è diminuita per il quarto anno consecutivo. Le nascite sono scese a 7,92 milioni e il tasso di fertilità si colloca ormai intorno a un figlio per donna, ben lontano dal livello di sostituzione di 2,1. Anche i matrimoni continuano a diminuire. Nei primi mesi del 2026 le registrazioni sono calate del 6,2 per cento su base annua e sono ormai circa la metà rispetto ai livelli del 2017. In Cina questo dato pesa particolarmente perché figli e matrimonio restano ancora strettamente legati, sia culturalmente sia dal punto di vista amministrativo.

La Cina scopre che spingere le nascite è più difficile che limitarle
Nei primi mesi del 2026 i matrimoni in Cina sono calati del 6,2 per cento su base annua e sono ormai circa la metà rispetto ai livelli del 2017 (Ansa).

Le contromisure prese da Pechino non bastano

Di fronte a questi numeri Pechino sta sperimentando di tutto. Sussidi alle famiglie, aiuti all’infanzia, congedi parentali, copertura sanitaria completa per i costi del parto, promozione dell’anestesia epidurale durante il parto, nuovi incentivi fiscali e persino misure simboliche come la reintroduzione della tassa su farmaci e dispositivi contraccettivi dopo 30 anni di esenzione. Tutto risponde alla stessa logica: segnalare che l’epoca del contenimento delle nascite è finita e che ora la priorità è opposta. Alcuni governi locali stanno sperimentando anche i cosiddetti mom jobs, lavori flessibili pensati per madri con figli piccoli. Ma oltre il 40 per cento delle donne teme che questa formula rafforzi ancora di più l’idea che la cura familiare sia una responsabilità esclusivamente femminile. Molte chiedono invece un cambiamento più radicale: orari flessibili per tutti, sistemi di promozione più equi e una distribuzione più paritaria del lavoro domestico. Alcuni studiosi e funzionari iniziano a suggerire soluzioni più profonde: congedi parentali obbligatori e non trasferibili per i padri, maggiore condivisione dei costi tra Stato e imprese, incentivi per ridurre la discriminazione verso donne in età fertile. Perché il problema, sostengono sempre più esperti, è strutturale. Finché avere un figlio continuerà a comportare costi professionali quasi interamente scaricati sulle donne, difficilmente gli appelli patriottici o i bonus statali riusciranno a invertire la tendenza.

Sono a Malpensa le salme dei 4 sub italiani morti alle Maldive

AGI - È atterrato intorno alle 13 e 10 il volo della Turkish Airlines che ha riportato in Italia le salme dei quattro sub morti durante una immersione. I corpi di Monica Montefalcone, docente di biologia marina all'Università di Genova, di sua figlia Giorgia Sommacal e dei due giovani ricercatori piemontesi Federico Gualtieri, di Omegna e Muriel Oddenino di Poirino, nel Torinese, dopo le operazioni di sbarco verranno portate all'obitorio dell'ospedale di Gallarate (Varese), struttura di riferimento per l'aeroporto di Malpensa.

Da lunedì le autopsie dei quattro corpi

Qui, a partire da lunedì, saranno eseguite le autopsie. L'esame autoptico sarà eseguito su tutti i corpi, compreso quello di Benedetti, a partire dal pomeriggio di lunedì 25. La procura della Repubblica di Busto Arsizio, che opera per delega della Procura di Roma che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, affiderà l'incarico con i relativi quesiti a Luca Tajana, dell'Istituto di medicina legale dell'Università di Pavia, alla tossicologa forense Cristiana Stramesi, sempre di Pavia, e all'anestesista, rianimatore e specialista di medicina sportiva e subacquea Luciano Ditri, uno dei massimi esperti italiani in medicina iperbarica. I legali delle famiglie potranno nominare i propri consulenti di parte. La famiglia Gualtieri indicherà la dottoressa Carola Vanoli, medico legale dell'Asl del Verbano Cusio Ossola.

 A gestire la procedura è il sostituto procuratore della Repubblica di Busto Arsizio Nadia Alessandra Calcaterra, che opera su delega della Procura di Roma, a cui afferisce il fascicolo che ipotizza il reato di omicidio colposo per ora contro ignoti. Il magistrato bustocco conferirà lunedì in un' udienza in programma alle 12,30 gli incarichi ai periti. Le parti lese potranno nominare i propri consulenti di parte. La prima autopsia a essere eseguita sarà quella del capobarca Gianluca Benedetti, il primo a essere stato riportato in Italia. 

 

Tango (Anm): “Tutti chiediamo verità e giustizia. Uniti contro la mafia”

AGI -  "Per combattere la mafia c'è bisogno di un lavoro congiunto di tutti: dai magistrati agli insegnanti, dai commercianti agli impiegati pubblici, dai rappresentanti del governo ai consiglieri di circoscrizione. Ognuno secondo il proprio ruolo. La collaborazione fra organi dello Stato è uno snodo necessario per combattere la mafia". Nel giorno del ricordo di Giovanni Falcone, assassinato 34 anni fa nella strage di Capaci, il presidente dell'Anm Giuseppe Tango, palermitano, 43 anni, parla con AGI della figura e dell'immagine positiva per il nostro Paese, offerta dal giudice che istruì il primo, storico maxiprocesso alla mafia.

La lotta alla mafia e l'eredità di Falcone 

L'eredità di Giovanni Falcone intanto è tale non solo per la magistratura palermitana, ma anche per giudici e pm di tutta Italia.     "Falcone - dice Tango, giudice del Lavoro nel capoluogo siciliano - rimane un modello di magistrato moderno, capace di indagare a fondo ogni aspetto di Cosa nostra. Un magistrato dotato di metodo, intuito e visione. Per questo è stato ucciso e rappresenta un esempio vivo: per questo abbiamo il dovere di ricordarlo, con profonda riconoscenza".  

   Il presidente dell'associazione nazionale magistrati guarda all'acume dimostrato dal collega in tutte le sue indagini, in cui agì con notevole spirito di sacrificio e grandi capacità investigative: ma è ancora così, oggi, per i magistrati italiani? "Assolutamente sì - risponde Giuseppe Tango -. Sono doti che un magistrato, soprattutto requirente, deve avere. E quindi sono doti che vanno valorizzate sempre e comunque. Fanno parte dell’eredità che ci ha lasciato Giovanni Falcone. Possiamo solo ringraziarlo per questo". 

"La collaborazioni tra istituzioni è necessaria contro la mafia" 

Tango, all'indomani della sua elezione, nei giorni successivi al referendum sulla Giustizia, chiese subito sobrietà negli atteggiamenti, anche festosi, dei suoi colleghi, e un abbassamento dei toni, a conclusione dell'acceso scontro che aveva caratterizzato quella contesa elettorale: la storia di Falcone, avversato in vita ed elogiato da morto, ha insegnato qualcosa o è ancora lontano il momento della collaborazione tra gli organi dello Stato? "La collaborazione fra organi dello Stato - dice ancora ad AGI il magistrato palermitano - è uno snodo necessario per combattere la mafia. Quello che è successo in occasione della campagna referendaria mi ha emozionato".

"Tantissime persone, giovani e meno giovani, si sono mobilitate perché hanno voluto difendere un principio: quello dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura dalla politica. Abbiamo fatto un gran lavoro per recuperare una parte della fiducia che avevamo perso per degli errori fatti negli anni passati, quando alcuni magistrati avevano messo davanti carriera e interessi personali. Abbiamo intrapreso un cammino, ma il percorso deve proseguire. Questo è il nostro compito. E dobbiamo farlo raccontandoci e spiegando alle persone come funziona la giurisdizione, il modo migliore per ricostruire questa fiducia è raccontare con trasparenza come funziona la giustizia".      

La riforma della giustizia 

È allora possibile mettere attorno a un tavolo tutte le parti coinvolte nel sistema giustizia e fare una riforma che dia finalmente efficienza a una macchina farraginosa e insoddisfacente, perché troppo spesso produce solo tardiva giustizia? "Ci stiamo provando, ci siamo incontrati con ministero della Giustizia e avvocatura. Vogliamo voltare pagina, nonostante il clima spesso particolarmente ostile della campagna elettorale. Lo possiamo fare lavorando insieme e partendo dalle cose più importanti, dalle urgenze. Noi abbiamo individuato le prime".

"Diminuire la durata dei processi"

Sullo sfondo la priorità condivisa credo sia la stessa: diminuire la durata dei processi. Partiamo da lì. Poi ovviamente ci sono vari tasselli da mettere a posto: i primi due sono stabilizzare l’Ufficio per il processo e rinviare la norma sul Gip collegiale, che paralizzerà i tribunali, purtroppo. Speriamo di avere risposte, ma l’inizio del confronto è stato positivo".      

La ricerca di verità e giustizia 

Un'ultima questione, tornando a Falcone, è l'anelito di verità e giustizia sulle stragi, il 23 maggio come il 19 luglio e in tutti gli altri giorni in cui il calendario mette di fronte anniversari tragici per il nostro Paese. "Tutti - conclude il presidente dell'Anm - chiediamo verità e giustizia. C'è un diritto inalienabile alla verità che va ribadito. Non è solo interesse dei familiari delle vittime. Non è solo interesse della magistratura. È interesse dello Stato, dell'intera collettività. Ci sono dei procedimenti aperti, devono fare il proprio corso e serve aggiungere anche questo tassello per ricostruire tutto quello che accadde nel 1992". 

La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto

Centosedicimila dollari di premio finale, secondo i calcoli sbrigativi fatti oltreoceano dal New York Post (in realtà tra cachet settimanali d’ingaggio e diritti d’immagine la cifra si avvicina ai 550 mila euro). Una pioggia di coriandoli, le telecamere accecate dal televoto al 55,95 per cento e il sipario che cala sull’ennesima stagione del Grande Fratello VIP. In Italia, l’archiviazione della pratica viene liquidata alla velocità di un clic: Alessandra Mussolini ha vinto il reality di Canale 5.

Per il pubblico nostrano si tratta di puro intrattenimento commerciale, neorealismo pop applicato al telecomando. Eppure, basta varcare i confini nazionali per accorgersi che la scatola magica della televisione italiana, agli occhi del mondo, si è trasformata in un’aula di tribunale geopolitico. Da New York a Londra, passando per Madrid, la stampa internazionale si è fessurata in un’ossessione clinica per il nostro passato, attivando un riflesso condizionato che proietta sul 2026 i fantasmi del 1945. Come se questo verdetto domestico potesse dimostrare che l’Italia, sotto sotto, non sia mai uscita dal Ventennio.

Lo stupore del New York Post

Il capofila di questo tribunale catodico è il New York Post, che nel pezzo intitolato “Mussolini’s granddaughter lands six-figure payout after winning Italy’s Celebrity Big Brother” attiva immediatamente il nesso ideologico. Per il tabloid statunitense, la trionfatrice dello show non è una navigata comprimaria dello spettacolo della Terza Repubblica, ma solo la nipote del dittatore italiano Benito Mussolini, che una volta dichiarò di essere orgogliosa di essere fascista.

Il Post spulcia la biografia dell’ex eurodeputata, ne ricorda il padre – il figlio minore del Duce, Romano – e ricostruisce le sue vecchie battaglie politiche, come quando nel 2003 abbandonò Alleanza Nazionale dopo le storiche scuse di Gianfranco Fini sul fascismo, definito il male assoluto del Novecento. Ma il vero cortocircuito scatta quando il magazine analizza la lingua dei media italiani, stupendosi del fatto che venga descritta come autoritaria, irresistibile e determinata. Agli occhi puritani di Manhattan, l’uso del termine “autoritaria” accostato a quel cognome suona quasi come un’inquietante nostalgia involontaria. Non capiscono, i colleghi di New York, che nel frullatore della tv commerciale italiana quelle parole hanno perso ogni legame con la Storia: sono diventate semplici dinamiche caratteriali da prima serata, buone per conquistare il pubblico. 

La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto

Per il Times, l’Italia è troppo rilassata nei confronti del suo passato

Per documentare le verità interiori scoperte da Mussolini dentro la bolla senza cellulare del gioco, il New York Post e il Times di Londra sono costretti a saccheggiare anche le colonne dei quotidiani della Capitale (imbattendosi nell’intervista firmata da chi scrive per Leggo). Il tabloid copia i passaggi in cui lei spiega che la gente non la conosceva sotto quella luce, che i concorrenti vivevano sospesi in una bolla spesso senza sapere cosa venisse trasmesso, e che l’esperienza è stata gratificante per riscoprire verità interiori che non vengono mai alla luce, nemmeno in famiglia. I fatti di cronaca sono presi paro paro, ma il senso viene piegato per puntellare un teorema politico preconcetto. Che Oltremanica diventa una vera e propria diagnosi pedagogica. Su The Times, il corrispondente Tom Kington sentenzia senza sconti che il trionfo della matrona televisiva è un’ulteriore prova dell’atteggiamento rilassato dell’Italia nei confronti del suo passato fascista. Secondo il blasonato quotidiano britannico, la discendenza da quel dittatore che demolì la democrazia e si alleò con Adolf Hitler è stata per la nipote di Sophia (Loren) più un aiuto che un ostacolo lungo tutta la sua eclettica parabola mediatica. Sulla stessa linea si muove Alexander Butler su The Telegraph, che spinge l’ossessione storica fino al paradosso grafico. Il quotidiano sostiene che gli elogi della critica italiana alla forte personalità della vincitrice dentro la casa siano un possibile cenno allo stile di governo di suo nonno. Per reggere la tesi, il giornale sente il bisogno di inserire nel bel mezzo della cronaca del reality un trafiletto storico d’altri tempi: ricorda le repressioni, le leggi razziali, l’alleanza con la Germania nazista, fino alla fucilazione del Duce per mano partigiana e quel corpo appeso in una stazione di servizio a Milano nel 1945. Un contrasto grafico violentissimo, dove Piazzale Loreto viene riesumato per fare traffico web sul corpo televisivo di una concorrente di 63 anni.

La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
L’esposizione dei cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti a Piazzale Loreto il 29 aprile 1945 (Ansa).

La sindrome non risparmia nemmeno i media di costume. People Magazine si dichiara meravigliato di come la protagonista abbia conquistato i fan nonostante la storia fascista della sua famiglia, confermando che per l’America l’unico codice di lettura applicabile all’Italia rimane fermo a 90 anni fa. E in Spagna? El País decide di blindare la notizia scaricandola direttamente nella sezione di politica Internazionale. Segno che per l’Europa continentale, ogni movimento, respiro o balletto che coinvolge quel cognome, perfino dentro una gabbia dorata con la ventilazione artificiale, è un fatto di rilevanza nazionale.

Lo stereotipo di Paese-operetta è duro a morire

Da una parte, dunque, c’è il nichilismo italiano, che ha così profondamente anestetizzato il Novecento (con buona pace dei La Russa), da poter digerire e normalizzare qualsiasi eredità sotto una pioggia di coriandoli in prima serata. Dall’altra c’è il moralismo della stampa estera, che pur di vendere copie e confermare lo stereotipo dell’eterno Paese-operetta incapace di rigore democratico (e se il biglietto da visita ha la faccia di Giorgia Meloni, il gioco è semplice) dove appiccare l’incendio ideologico anche davanti alla porta rossa del Grande Fratello

Mattarella: “La strage di Capaci ha segnato la storia della Repubblica”

AGI - "La data del 23 maggio ha segnato la storia della Repubblica. La strage di Capaci, manifestazione tra le più sanguinarie della disumanità mafiosa, fu un attacco di inedita ferocia contro la libertà e la dignità degli italiani. Nell’anniversario, il primo pensiero, commosso, va a Giovanni Falcone, a Francesca Morvillo e agli uomini della scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, barbaramente uccisi in quel tragico giorno. A loro saranno sempre uniti, con lo stesso filo della memoria, i nomi di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, vittime della medesima strategia eversiva e anch’essi testimoni fino al sacrificio estremo dei valori costituzionali incompatibili con le trame infami della mafia", afferma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Mattarella: "Il 23 maggio fu l'avvio della riscossa civile" 

"Il 23 maggio rappresentò l’avvio della riscossa civile, per questo è divenuto per gli italiani 'la Giornata della legalità'. L’organizzazione criminale voleva piegare le istituzioni con la violenza e il ricatto, ma si è trovata di fronte a risposte inflessibili, subendo sconfitte irreversibili. Grazie a donne e uomini delle istituzioni, coraggiosi e tenaci. Grazie al contributo decisivo dei cittadini.Un impegno che non ha mai sosta, per combattere le zone grigie, l’indifferenza, le metamorfosi della piovra criminale. Giovanni Falcone, e con lui Paolo Borsellino, ce lo hanno insegnato: la mafia finirà grazie a istituzioni salde, ad azioni di contrasto efficaci e coerenti, con un impegno educativo che sappia far crescere la fiducia in un domani da costruire insieme. L’eredità di Falcone e Borsellino costituisce un patrimonio etico e civile che appartiene alla nostra democrazia. Pegno consegnato anzitutto alle generazioni più giovani", conclude il Capo dello Stato.

Meloni ricorda la strage di Capaci: "Non dimenticare chi ha sacrificato la vita per la giustizia"

"Il 23 maggio 1992 l’Italia si fermò di fronte all’orrore della strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e collega Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Ricordare oggi questa dolorosa pagina della nostra Storia significa non lasciare che il sacrificio di chi ha dato la vita per la giustizia venga dimenticato. Anche per questo dal 2002 si celebra la Giornata Nazionale della Legalità: un momento non solo per ricordare le vittime di tutte le mafie, ma per far conoscere soprattutto ai giovani l'importanza della legalità e dell'impegno civile". Lo scrive sui social la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in occasione del 34mo anniversario della strage di Capaci.

La Russa: "L'Italia si inchina alle vittime della strage di Capaci"

"In occasione dell’anniversario della strage di Capaci, l’Italia si inchina e rende omaggio a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e agli agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, barbaramente assassinati dalla mafia il 23 maggio 1992. Il loro sacrificio resta un monito e un’eredità morale per le Istituzioni e per tutti coloro che ogni giorno servono la nazione con coraggio, onore e senso del dovere. Coltivare la loro memoria significa rinnovare l’impegno nella difesa della legalità e nella lotta contro ogni forma di criminalità mafiosa". Lo scrive sui social il presidente del Senato Ignazio La Russa.

Fontana: "La memoria richiama responsabilità e coraggio" 

“A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, il pensiero va a Giovanni Falcone, a Francesca Morvillo e agli uomini della scorta assassinati dalla mafia: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Quel giorno segnò profondamente la coscienza nazionale e mostrò tutta la brutalità della criminalità organizzata, contrastata con coraggio da uomini e donne che scelsero di servire il Paese, il bene comune e di difendere l'ordine democratico. La loro testimonianza continua a rappresentare un richiamo forte all'impegno e alla necessità di lottare costantemente contro ogni forma di minaccia mafiosa”. Lo afferma il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana
 

L’abbraccio dei ragazzi al Palazzo di giustizia di Palermo (VIDEO)

AGI - L'abbraccio dei ragazzi al Palazzo di giustizia di Palermo, ai magistrati e alle forze dell'ordine. Centinaia di giovanissimi studenti si sono radunati stamane davanti al tribunale su iniziativa della Rete per la cultura antimafia nella scuola, insieme al Consiglio dell'Ordine degli avvocati di Palermo e alla sezione di Palermo dell'Associazione nazionale magistrati. All'iniziativa hanno aderito 25 istituzioni scolastiche siciliane, il liceo delle scienze umane Avogadro di Biella, il liceo statale Laura Bassi di Sant'Antimo (Napoli), l'istituto comprensivo Guglielmo Marconi di Terni, l'istituto omnicomprensivo Primo Levi di Sant'Egidio alla Vibrata (Teramo), l'associazione Libera Palermo e il Comitato Addiopizzo. "Studentesse e gli studenti delle istituzioni scolastiche aderenti alla nostra Rete, si esibiscono con canti, balli, letture e performance teatrali, perche' costruire una cultura antimafia è la nostra principale missione educativa", afferma la Rete per la cultura antimafia nella scuola.

 

 

La dedica a Falcone, Morvillo e agli uomini della scorta

"Falcone, Morvillo, Montinaro, Dicillo, Schifani... Presenti!", si legge su un lenzuolo. "Giovanni Falcone vive nei nostri passi", e' impresso su un cartello. "Legalita'", e' l'appello stampato sulle magliette bianche indossate dagli alunni. Gran parte dei partecipanti e' arrivata in corteo sulle note di "Cento passi", inno di liberazione dalla mafia ispirata alla vita di Peppino Impastato. Il corteo, organizzato dall'istituto comprensivo Da Amicis-Leonardo Da Vinci e dall'istituto comprensivo Alberico Gentili, e' partito da via Serradifalco fino a piazza Vittorio Emanuele Orlando, per l'abbraccio simbolico al Palazzo di Giustizia.

 

Trentaquattro anni dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, il depistaggio infinito

AGI - Gli attentati a Falcone e a Borsellino. Le stragi di Capaci e di via D'Amelio. A separarle sono 57 giorni. Trentaquattro sono gli anni che invece dividono i due eccidi da una verità piena la cui ricerca è ancora oggetto di processi e nuove indagini, tra condanne, assoluzioni, prescrizioni e spunti investigativi che tengono tuttora aperto il conto con la Giustizia. Una ferita che non si rimargina

Gli attentati a Falcone e Borsellino e i depistaggi 

Gli attentati contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si consumarono in un contesto d'incapacità e complicità che va ben oltre il livello della mafia, in un quadro, certificato da una sentenza, di "colossale depistaggio".

Il 23 maggio del 1992, Giovanni Falcone, direttore degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia e candidato alla carica di procuratore nazionale antimafia, era appena atterrato all'aeroporto di Punta Raisi con la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato. Alle 17.58, sull'autostrada Trapani-Palermo, nei pressi di Capaci, la tremenda esplosione che li uccise con gli uomini della scorta.

Circa 500 chili di tritolo piazzati dentro un canale di scolo esplosero mentre transitavano le Croma. La prima auto blindata - con a bordo i poliziotti Antonino Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo - venne scaraventata oltre la carreggiata opposta di marcia, su un pianoro coperto di ulivi. La seconda Croma, guidata dallo stesso Falcone, si schiantò contro il muro di detriti della profonda voragine aperta dallo scoppio. L'esplosione divorò un centinaio di metri di autostrada.   

"Falcone aveva già cominciato a morire" 

Poco più di un mese dopo, il 25 giugno, Paolo Borsellino denunciò la costante opposizione al lavoro e al metodo di Falcone di parti consistenti delle istituzioni: "Secondo Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione. Oggi che tutti ci rendiamo conto di qual è stata la statura di quest'uomo, ci accorgiamo come in effetti il Paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò a farlo morire il primo gennaio del 1988, quando il Csm con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Meli". 


 A un certo punto, raccontò Borsellino, "fummo noi stessi a convincere Falcone, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato le esperienze del pool antimafia. Era la superprocura". La mafia "ha preparato e attuato l'attentato del 23 maggio nel momento in cui Giovanni Falcone era a un passo dal diventare direttore nazionale antimafia".  

Da Capaci a via d'Amelio, inerzia tragica

Poco fu fatto per proteggere Paolo Borsellino. 51 anni, da 28 in magistratura, procuratore aggiunto nel capoluogo siciliano dopo aver diretto la procura di Marsala, pranzò a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia. Poi si recò con la sua scorta in via D'Amelio, dove vivevano la madre e la sorella.

Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa cento chili di tritolo a bordo, esplose al passaggio del giudice, uccidendo anche i cinque agenti. Erano le 16.58. L'esplosione, nel cuore di Palermo, venne avvertita in gran parte della città. L'autobomba uccise Emanuela Loi, 24 anni, la prima donna poliziotto in una squadra di agenti addetta alle scorte; Agostino Catalano, 42 anni; Vincenzo Li Muli, 22 anni; Walter Eddie Cosina, 31 anni, e Claudio Traina, 27 anni. Unico superstite l'agente Antonino Vullo

Convergenza di interessi 

Il 14 giugno del 2022 la Cassazione ha confermato l'ergastolo per Salvatore Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello nell’ambito del processo Capaci bis.
Secondo la ricostruzione accusatoria, gli imputati avrebbero svolto un ruolo fondamentale per l’organizzazione dell’attentato. Per Maria Falcone che allora commentò il verdetto, questo "apre allo scenario della convergenza di interessi nell'attentato, prospettato nella sentenza della Corte d'assise". 

Molti filoni restano aperti 

"Le indagini sulle stragi del '92 proseguono su più fronti investigativi", ha ribadito il procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, audito in commissione nazionale antimafia. "Si è appena concluso il filone mafia-appalti", ha spiegato, "molti altri filoni particolarmente delicati sono aperti con indagini in corso, ma è troppo presto per tirare le somme". A 34 anni di distanza, le stragi continuano a essere avvolte da misteri e zone d'ombra.

Le indagini non si sono mai fermate alla ricerca della verità che si concentra sulla presunta presenza di mandanti occulti, sui depistaggi istituzionali e sulle convergenze di interessi estranei alla mafia. Quattro poliziotti, appartenenti all’epoca al gruppo investigativo "Falcone e Borsellino", sono accusati di depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio.

Avrebbero reso false dichiarazioni nel corso delle loro deposizioni in qualità di testi nel precedente processo che si è chiuso, in secondo grado, con la prescrizione del reato di calunnia per altri tre poliziotti, anche loro accusati di depistaggio. 

Indagini deviate

C'è poi un altro procedimento giudiziario aperto, che vede imputati due ufficiali dei carabinieri in pensione e un ex poliziotto. I due ex generali, entrambi con un passato di primo piano nella Direzione investigativa antimafia, avrebbero ostacolato le indagini dei magistrati nisseni volte a riscontrare le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pietro Riggio, ex agente della penitenziaria.

L'accusa sostiene che non abbiano dato il giusto peso alle sue rivelazioni, le quali avrebbero potuto contribuire a far luce sulla strage di Capaci, sul possibile arresto di Bernardo Provenzano e su un progetto di attentato al giudice Leonardo Guanotta.      

In corso a Caltanissetta un altro processo, anche questo per depistaggio, nato dalla falsa pista nera, quella che ipotizzava la regia del terrorista neofascista Stefano Delle Chiaie, nella progettazione ed esecuzione della strage di Capaci, pista finita con l'archiviazione. 

Magistrati sotto inchiesta 

Rimane aperto il fascicolo a carico degli ex magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento a Cosa nostra per aver contribuito, secondo i pm, a insabbiare, nei primi anni Novanta, una tranche dell’inchiesta Mafia e Appalti.

L'accusa sostiene che nel 1992, su presunto input dell'allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco, Pignatone avrebbe istigato Natoli e Screpanti a condurre un’indagine apparente. 

L'ex senatore 

Su alcune piste investigative i pm nisseni hanno chiesto l’archiviazione. Tra queste, l’inchiesta aperta nei confronti dell’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, indagato per le stragi del '92.
A opporsi all'archiviazione, l'avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino. L'udienza camerale, già fissata per il 18 maggio, su richiesta del difensore di Dell'Utri, è stata rinviata al 15 giugno.

Il procedimento era stato aperto prendendo spunto dai contenuti di un'intervista rilasciata dal giudice Borsellino il 21 maggio del 1992 a una televisione francese in cui il magistrato parlava dei rapporti tra Vittorio Mangano e Dell'Utri. L'ipotesi, che secondo quanto emerso non ha trovato riscontri, è che l'intervista potesse essere un possibile movente dell'accelerazione della strage di via D'Amelio, compiuta 57 giorni dopo quella di Capaci. Secondo l'avvocato Repici, "non solo le indagini sono state lacunose ma sono state del tutto travisate le risultanze acquisite". Repici sostiene che la richiesta di archiviazione arriva troppo presto, a fronte di elementi ancora non approfonditi e di connessioni rimaste sullo sfondo. Tra gli elementi da approfondire, secondo Repici, anche i rapporti tra Dell’Utri e Giuseppe Graviano. 

Mafia e appalti 

Infine "Mafia e appalti", un dossier che svela pericolosi intrecci tra mafia, politica e imprenditoria, ritenuto dagli inquirenti una concausa fondamentale per l’accelerazione della strage di via D'Amelio e il contesto in cui sarebbero maturati gli attentati del '92.

Nonostante le indagini, il fascicolo è rimasto a carico di ignoti. Il procuratore Salvatore De Luca e l'aggiunto Pasquale Pacifico hanno chiesto l'archiviazione ma la pista rimane centrale.

De Luca ha ribadito con forza che vi sono "concreti, univoci e plurimi elementi per sostenere che la gestione del procedimento mafia-appalti sia stata una sicura causa della strage di via D’Amelio e forse in misura leggermente minore di quella di Capaci".

Secondo la ricostruzione della procura nissena, l'informativa del Ros del 16 febbraio 1991 avviò un’indagine che, per quanto riguarda i rapporti tra l'imprenditore mafioso Antonino Buscemi e il gruppo Ferruzzi, non fu mai realmente sviluppata.

"Dal 1991 al 1995, Buscemi e il gruppo Ferruzzi hanno goduto di impunità totale", ha dichiarato De Luca. Nella richiesta di archiviazione del fascicolo, emerge l’isolamento e la sovraesposizione dei giudici Falcone e Borsellino; il peso del discorso pronunciato da Paolo Borsellino a Casa Professa il 25 giugno 1992 ritenuto tra le concause principali che accelerarono l'esecuzione della strage di via D'Amelio; l’evidenza che la sparizione dell’agenda rossa non rispondeva ad alcun interesse diretto di Cosa nostra, quanto piuttosto di ambienti che con la stessa erano in contatto per tenere celato quanto Borsellino aveva scoperto e, verosimilmente, annotato nell’agenda; nonché il protagonismo di La Barbera, ritenuto il vero regista del "più grande depistaggio della storia d'Italia".

La procura ha anche chiesto l'archiviazione di un’indagine aperta nei confronti di Paolo Bellini, in relazione alla sua presunta partecipazione alle stragi del 92. Si ipotizzava che l’ex esponente di Avanguardia Nazionale avesse ricoperto un ruolo esecutivo o di coordinamento nelle bombe di Capaci e via D'Amelio. A opporsi all'archiviazione, l’avvocato Fabio Repici. Si attende la decisione del Gip.

Nuovo torneo di tennis sull’erba a Milano? La Fitp punta altrove

A febbraio era già uscita l’indiscrezione che la Federtennis e padel, mettendo sul piatto quasi 27 milioni di dollari, si era comprata i diritti del torneo 250 di Bruxelles, per organizzare in Italia, a partire dal 2028, un 250 all’aperto su erba poco prima di Wimbledon. Successivamente, nei primi giorni di maggio, c’era stato un comunicato ufficiale nel quale la Fitp e l’Istituto per il credito sportivo e culturale (Icsc) formalizzavano «un accordo per il finanziamento legato all’acquisizione della licenza (Class Membership) e dei diritti del torneo Atp 250 disputato a Bruxelles. Il torneo, che sarà il primo organizzato sull’erba in Italia nel circuito Atp, entrerà nel calendario internazionale dal 2028. L’operazione, che prevede un finanziamento da 10 milioni di euro concesso da Icsc a sostegno dell’investimento federale, rappresenta un passaggio strategico nel percorso di rafforzamento della presenza italiana nel circuito internazionale e si inserisce in una fase di crescita strutturale del movimento, trainata dall’aumento dei praticanti, dal successo degli eventi e dai risultati sportivi di vertice». Sin da subito il presidente della Fitp, Angelo Binaghi, aveva detto che il nuovo torneo di tennis si sarebbe giocato nel Nord Italia. Sì, ma dove di preciso?

Tutti avevano pensato a Milano, ma…

Poiché a Torino ci sono già le Atp Finals e a Bologna le finali di Coppa Davis, tutti hanno pensato a Milano. In effetti da settimane escono notizie su terreni e soggetti che potrebbero entrare in gioco al fianco di Fitp nel capoluogo lombardo. Per esempio, uomini dell’amministrazione meneghina guidata dal sindaco dem Beppe Sala avevano fatto filtrare che il Comune avrebbe costruito strutture fisse e permanenti (dove si sarebbe insediato anche un centro federale del tennis), e le aree individuate erano la Maura (area dove c’è un importante impianto per il trotto e che viene sempre tirata in ballo, se ne parlava anche per il nuovo stadio del Milan), oppure i terreni attorno al vecchio Lido di Milano, oppure, ancora, un’area in zona Bonfadini (dove ci sono diversi insediamenti rom). Tutte ipotesi che non avevano scaldato molto i cuori.

Nuovo torneo di tennis sull’erba a Milano? La Fitp punta altrove
Angelo Binaghi con Beppe Sala (foto Imagoeconomica).

Negli ultimissimi giorni, invece, sui media si discute molto dell’area cosiddetta “San Francesco” a San Donato Milanese, ossia quei terreni che il Milan aveva comprato per realizzare il nuovo stadio, e che invece ora, con l’acquisto di San Siro insieme con l’Inter, non servono più e vanno valorizzati. Si vorrebbe realizzare, su quella superficie, sia un nuovo palazzetto per il basket (assurdo, perché a Milano-Rogoredo, cioè a un chilometro in linea d’aria da San Donato, è appena stato inaugurato il palazzetto Unipol Dome da 16 mila posti) sia, dicono alcune testate, un centro federale per il tennis. Il tutto per un investimento da 400 milioni di euro.

Nuovo torneo di tennis sull’erba a Milano? La Fitp punta altrove
L’Unipol Dome nel quartiere Santa Giulia di Milano (foto Ansa).

Clima disastroso per quel tipo di superficie

Questi bla bla bla, però, non hanno fatto i conti con l’oste. Perché la Federtennis e padel, in realtà, non ha nessuna intenzione di portare un centro federale e campi in erba a Milano, dove il clima, in primavera ed estate, sarebbe disastroso per quel tipo di superficie. La Federazione, invece, punta al Nord-Est, tra il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia: le condizioni meteo più fresche e umide sono assolutamente migliori per lo sviluppo di una struttura dedicata ai campi in erba, attorno alla quale verrà costruito un centro federale attivo tutto l’anno. E gli sponsor, peraltro, stanno spingendo all’unisono verso questa soluzione, per provare anche ad allontanarsi dalla congestionata Milano in fatto di brand.

Dal 2028 a giugno in mezzo fra Roland Garros e Wimbledon

Il torneo 250, organizzato dal 2028 nelle tre settimane di giugno che separano la fine del Roland Garros dall’inizio di Wimbledon, dovrà giostrarsi tra i due grandi 500 al Queen’s di Londra o ad Halle (in Germania), facendo a spallate con gli altri tornei 250 su erba di Stoccarda, ’s-Hertogenbosch (Paesi Bassi), Maiorca (Spagna) ed Eastbourne (Inghilterra).