Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro

Peter Thiel sbarca in Italia e immediatamente scatta la sindrome Don Lurio: quella che colpisce americani di un certo talento che arrivano nel nostro Paese per trovare qui l’America che non li ha capiti. Don Lurio fu un ballerino che ebbe un discreto successo negli show del sabato sera con le gemelle Kessler, restò per sempre qui, aprendo anche un negozio di moda a Porto Ercole. Thiel, multimilionario per aver fondato PayPal con Elon Musk e, recentemente, Palantir, l’azienda che sviluppa software di analisi dei dati preferita dai governi, dalle intelligence e dagli apparati di Difesa, non avrà bisogno di buttarsi sull’abbigliamento ma, se viene qui, qualche ragione economica ci sarà. Un po’ come quando Musk ronzava tanto intorno a Giorgia Meloni e poi si scoprì che voleva solo venderle i servizi di Starlink. Questi americani: arrivano millantando amore disinteressato e poi pensano sempre ai soldi.

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
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Chi ha partecipato agli incontri a Roma

Su Peter Thiel grava questa comica nomea di “illuminista oscuro” perché, come nel film di Christopher Nolan uscito nel 2008, il tycoon si presenta come un cavaliere attanagliato da un dilemma morale: fino a che punto può spingersi per combattere il male senza diventare lui stesso un mostro? Scrive Andrea Venanzoni, giurista ed esperto di tecnologie, che Peter è stato accolto a Roma «da un mix di intellettuali conservatori, imprenditori, analisti politici e figure legate al mondo cattolico internazionale tra cui, oltre a lui stesso, il giornalista Daniele Capezzone, il finanziere Guido Maria Brera, lo storico Giovanni Orsina, l’economista Alberto Mingardi, il diplomatico Antonio Zanardi Landi».

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Il benvenuto di Welcome to Favelas, megafono di Musk e della destra

La pagina social Welcome to Favelas, che dopo aver incontrato i rappresentanti di Musk è diventata, da oltre un anno, megafono della propaganda di destra (persino sul referendum sulla giustizia), ha accolto Thiel con uno striscione col Colosseo sullo sfondo, scrivendo in un post: «In occasione della visita di Peter Thiel a Roma insieme agli amici di @therightside.podcast abbiamo voluto omaggiarlo con uno striscione di benvenuto. Porgiamo i migliori auguri per i lavori che si terranno in questi giorni a tutti i partecipanti, auspicando che le parole di una delle menti più brillanti del nostro tempo trovino terreno fertile proprio qui, nella Città Eterna, sempre più minacciata dai falsi pacificatori e dai predicatori dell’entropia ormai radicati nella politica e nei vecchi media».

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La foto pubblicata sul profilo Instagram di Welcome to Favelas con il benvenuto a Roma al magate fondatore di Palantir, Peter Thiel (foto Ansa).

Le teorie sull’Anticristo e la paura dell’Armageddon

Il cavaliere oscuro voleva andare all’Angelicum o alla Pontificia Università Gregoriana a raccontare la sua teoria sull’Anticristo che, secondo lui, «tornerà sfruttando la paura dell’Armageddon per consolidare il controllo politico e imporre un governo mondiale», ma i preti sveglissimi di quelle prestigiose istituzioni devono aver subito “sgamato” che l’Anticristo dal quale Thiel voleva metterli in guardia era praticamente lui, e si sono affrettati a ribadire più volte che loro non c’entravano nulla con quel «seminario a porte chiuse» annunciato a più riprese, per solleticare la curiosità delle mezze calze.

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Flash mob del movimento No Kings contro Peter Thiel davanti al ministero Difesa (foto Ansa).

È più grottesco lui o chi gli dà credito?

Thiel e Musk vogliono fortissimamente diventare immortali: uno colonizzando Marte, l’altro raccontando alle persone in giro per il mondo che l’Anticristo ha le sembianze di Greta Thunberg. Non si sa cosa sia più grottesco: se lui o quelli che gli danno credito. Thiel vuole “bombardare” questa modernità decadente, la guerra è tornata a essere l’igiene dei popoli e «il bellissimo azzardo che risveglia dal sonno del declino».

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Greta Thunberg (Ansa).

L’ecologia, la Sharia e lo Stato comunista totalitario sono le ideologie da abbattere, dice quest’uomo che si presentò alla convention repubblicana del 2016 per appoggiare Donald Trump dicendo di essere «orgogliosamente gay, americano e innovatore».

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Peter Thiel alla convention repubblicana nel 2016 (foto Ansa).

Il patriarca che doveva dare una svolta neo-reazionaria alla Silicon Valley

La sua biografia dice che è nato a Francoforte, ma si è trasferito bambino negli Stati Uniti, passando però alcuni anni «molto formativi» in una colonia tedesca della Namibia, in Africa, nota per accogliere chi non si rassegnò mai a rinnegare gli ideali nazisti. Quando, a fine Anni 90, fondò PayPal con Musk, Roelof Botha e David Sacks (tutti sudafricani) divenne subito, tra i tre, il patriarca ideologico incaricato di imprimere una svolta neo-reazionaria alla Silicon Valley, dove si costruisce il futuro tecnologico dell’umanità.

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La biografia di René Girard.

Avendo studiato a Stanford, pare che abbia avuto tra i suoi maestri René Girard, il filosofo e critico letterario francese del celebre Il capro espiatorio (1982). E provocano ilarità in un certo mondo accademico coloro che, oggi in Italia, lo assecondano disquisendo dottamente di teoria mimetica e analisi dei miti; meno male che Edoardo Camurri, in una delle sue interviste che vanno in onda la domenica su Rai Radio 3, ha interrogato direttamente Girard domandandogli: «È vero che Peter Thiel è stato suo allievo?». Ottenendo dal grand’uomo questa risposta: «Cosa vuole, non ricordo, i miei studenti erano così numerosi».

Sondaggi politici: calano Forza Italia e Lega, bene il M5s

La rilevazione settimanale di Swg per il Tg La7 sulle intenzioni di voto degli italiani fotografa un quadro relativamente stabile. Fratelli d’Italia è ancora ampiamente il primo partito del Paese, con il 29,4 per cento, dato invariato rispetto al sondaggio del 9 marzo. Scende di un decimo percentuale il Partito democratico: 21,7 per cento. Bene il Movimento 5 stelle, che sale al 12,3 per cento (+0,3). Perdono due decimi di punto Forza Italia (8 per cento), Lega e Alleanza Verdi e Sinistra (6,6 per cento). Guadagnano rispettivamente lo 0,2 e lo 0,1 Azione e Futuro Nazionale, dati al 3,5 per cento. In leggero calo al 2,3 per cento Italia Viva (-0,1). Stabile +Europa all’1,5 per cento. Noi Moderati è dato all’1,1 per cento (+0,1).

Il direttore del Centro antiterrorismo Usa lascia per protesta contro la guerra in Iran

Joe Kent, dal 31 luglio 2025 direttore del National Counterterrorism Center, organizzazione del governo degli Stati Uniti preposto al coordinamento di tutte le attività nazionali e internazionali in materia di antiterrorismo, ha lasciato l’incarico con effetto immediato in segno di protesta contro la guerra in Iran, voluta dall’Amministrazione Trump.

La lettera di dimissioni di Kent (con elogi per Trump)

«Non posso, in coscienza, sostenere il conflitto in corso. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione: è evidente che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni esercitate da Israele e dalla sua potente lobby americana», ha scritto Kent nella lettera di dimissioni. Poi, rivolgendosi direttamente a Donald Trump: «Sostengo i valori e le politiche in ambito estero che lei ha sostenuto nel 2016, nel 2020 e nel 2024 e che ha attuato nel suo primo mandato. Fino a giugno 2025, lei ha compreso che le guerre in Medio Oriente erano una trappola che ha privato l’America delle preziose vite dei nostri patrioti e danneggiato la ricchezza e la prosperità della nostra nazione». E ancora: «Nella sua prima Amministrazione, lei ha compreso meglio di qualsiasi presidente moderno come usare in maniera decisiva la potenza militare senza trascinarci in guerre infinite. Lo ha dimostrato uccidendo Qasam Soleimani e sconfiggendo l’Isis». Poi, secondo Kent, sono subentrati i “veri” poteri forti. Infine: «È stato un onore servire sotto la guida del presidente degli Stati Uniti e del direttore generale dell’Intelligence, Tulsi Gabbard, e guidare i professionisti del National Counterterrorism Center».

Complottista e di estrema destra: chi è Joe Kent

Nato in Oregon nel 1980, Kent è un politico di estrema destra, noto anche per essere promotore di varie teorie del complotto, come quella secondo cui i vaccini anti-Covid sarebbero una terapia genica sperimentale. In passato è stato agente delle operazioni speciali dell’esercito degli Stati Uniti e della Cia: ha lasciato il secondo incarico nel 2019 dopo la morte della moglie Shannon, soldatessa uccisa in un attentato kamikaze dell’Isis a Manbij, nel nord della Siria. Successivamente si è candidato due volte alla Camera dei rappresentanti per il terzo distretto congressuale di Washington, perdendo entrambe le volte contro la democratica Marie Gluesenkamp Perez. Nel 2025 era stato scelto da Trump come direttore del National Counterterrorism Center.

Trump: «Bene che Kent se ne sia andato»

«Ho letto la sua dichiarazione, ho sempre pensato che fosse una brava persona, ma anche che fosse debole in materia di sicurezza, molto debole in materia di sicurezza», ha detto Trump ai giornalisti alla Casa Bianca, liquidando Kent: «Ho capito che è un bene che se ne sia andato, perché ha detto che l’Iran non era una minaccia. Invece lo era. Ogni Paese sapeva quanto fosse una minaccia l’Iran. La questione è se volessero o meno fare qualcosa al riguardo».

Cardinale Becciu, processo da rifare: decretata la «nullità relativa» del primo grado

La Corte d’appello vaticana ha decretato la «nullità relativa» del primo grado del processo Becciu, in cui il cardinale era stato condannato per peculato e truffa legati all’acquisto opaco di un immobile di lusso al 60 di Sloan Avenue a Londra. L’operazione, avvenuta tra il 2014 e il 2018 con fondi della Segreteria di Stato, ha causato perdite stimate in oltre 139 milioni di euro. A distanza di oltre un anno (la condanna risale a dicembre 2023), la Corte ha ordinato la «rinnovazione del dibattimento» e il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio.

Accolto il ricorso delle difese che avevano eccepito errori procedurali

Processo da rifare dunque, anche se non da zero. I giudici hanno infatti precisato che «non dichiarano la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado, del dibattimento come della sentenza. Questi infatti mantengono i propri effetti». Il nuovo giudizio, dunque, tiene formalmente in vita le condanne di primo grado, che però verranno inevitabilmente superate dal processo che riparte dall’Appello. Tutto è partito dal ricorso delle difese, che avevano eccepito errori procedurali nel dibattimento. La questione riguarda, tra i vari rilievi, il mancato deposito integrale del fascicolo istruttorio da parte del promotore di giustizia. Le parti dovranno comparire il 22 giugno 2026 per stabilire il calendario delle udienze.

La difesa del porporato: «Soddisfatti»

Così i difensori di Angelo Becciu, gli avvocati Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo: «Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto».

Attentato alla sinagoga di Roma, identificati dopo 43 anni gli altri componenti del commando

AGI - Dopo oltre quarant'anni sono stati identificati i responsabili dell'attentato del 9 ottobre 1982 davanti alla Sinagoga di Roma compiuto da un commando armato di bombe a mano e mitra in cui rimase ucciso Stefano Gaj Taché, di appena due anni, e furono feriti 40 fedeli di religione ebraica. La procura di Roma, al termine di complesse attività, ha emesso l'avviso di conclusione indagini nei confronti di cinque persone per le quali si ipotizza la corresponsabilità nell'attentato con finalità terroristiche.  

Il 415 bis riguarda Abou Zayed Walid Abdulrahman, 68enne, detenuto in Francia e a giudizio per la strage del 2 agosto del 1982 di Rue des Rosiers a Parigi; Abed Adra Mahmoud Khader, 71enne cittadino palestinese residente in Cisgiordania; Al Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, 74enne di origine palestinese residente in Giordania, Hamada Nizar Tawfiq Mussa, 65enne di origine palestinese residente in Giordania; Abu Arkoub Omar Mahid Abdel Rahman, 66enne di origine palestinese, residente in Giordania. "Si ipotizza che abbiano agito in concorso anche con Alhamieda Rashid Mahmoud alias Fouad Hijazy, Maher Said Al Awad Yousif alias Arabe El Arabi Tawfik Gamal ora deceduti", si legge nella nota della procura di Roma.

Le indagini e gli accertamenti

"Nel corso delle indagini sono stati sviluppati accertamenti ad ampio spettro, anche con mirate attività tecniche e acquisizione di testimonianze e documentazione, in correlazione con la rilettura, l'analisi e il raffronto con gli atti istruttori e dibattimentali dell'epoca, le fonti diplomatiche e giornalistiche, i documenti di archivi privati e pubblici, sia relativi all'attentato in questione che degli altri compiuti a Roma in quegli anni e riconducibili alla stessa organizzazione", si legge ancora nella nota dei pm.

Le evidenze e i ruoli nell'attentato

"Il complesso delle evidenze ha consentito di confermare la collocazione dell'evento nella strategia dell'organizzazione di Abu Nidal, di far emergere le convergenze oggettive e soggettive tra gli attentati di Roma e Parigi e di individuare quindi gli appartenenti all'organizzazione che si ritiene abbiano contribuito al compimento dell'attentato alla Sinagoga di Roma, concorrendo con diversi ruoli e funzioni: decisione e supervisione, organizzazione e logistica, contributo operativo.

L'organizzazione terroristica Abu Nidal

Sono emersi dal lavoro di ricostruzione i tratti della storia e della collocazione dell'organizzazione terroristica, fondata nel 1974 da Sabri Khalil Abdul Hamid Al Banna alias Abu Nidal nel segno del radicale rifiuto di ogni tipo di dialogo con Israele, a seguito della decisione di Arafat di rinunciare a effettuare azioni violente fuori da Israele e dai Territori Occupati - si legge ancora -. Numerosi furono gli attacchi terroristici, ai danni di obiettivi ebraici e non solo, perpetrati in Europa, Italia compresa, e in Medio Oriente fra la seconda metà degli anni '70 e gli anni '80.

Contesto storico degli attentati

fatti di Parigi e Roma si inserivano in un contesto di fortissima tensione. Solo quattro mesi prima dell'azione omicidiaria condotta presso il Tempio Maggiore di Roma, precisamente il 4 e il 5 giugno 1982, vi era stato un raid aereo delle forze armate israeliane sui campi profughi palestinesi e altri obiettivi dell'OLP a Beirut e nel Sud-Libano, che aveva causato la morte di 45 persone e il ferimento di altre 150, mentre il successivo 6 giugno aveva inizio l'operazione nel sud del Libano nota come 'Operazione Pace per la Galilea'".

Comunità ebraica riconoscente agli inquirenti

La Comunità Ebraica di Roma "accoglie con amarezza" la notizia della chiusura delle indagini sull'attentato del 9 ottobre 1982 davanti al Tempio Maggiore. Dopo oltre quarant'anni, l'avviso di conclusione delle indagini nei confronti di cinque persone segna un passaggio importante nel percorso di accertamento della verità e di restituzione della giustizia. La Comunità "esprime riconoscenza agli inquirenti, alla magistratura e alle istituzioni che hanno lavorato in questi anni, anche in cooperazione internazionale, per riaprire e sviluppare le indagini. L'attentato colpì famiglie inermi, segnando una delle pagine più tristi e dolorose della storia della nostra Comunità e della Repubblica".

Lo sconcerto per il tempo trascorso

"Resta forte lo sconcerto per il tempo trascorso e per il muro di omertà, reticenze e ostacoli che ha rallentato per decenni la piena emersione della verità, prolungando il dolore delle famiglie e della nostra Comunità", dice il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun.

"Per troppo tempo la verità è rimasta ostacolata da silenzi, protezioni e ambiguità che non possono essere accettati. Oggi si compie un passo avanti, ma resta il dovere di andare fino in fondo. Chiediamo che la ricerca della verità prosegua senza esitazioni e che tutti i responsabili vengano finalmente portati davanti a una corte di giustizia. È un diritto delle vittime e delle loro famiglie, ma è anche un dovere dello Stato".

Una ferita che riguarda l'intero Paese

L'attentato del 9 ottobre 1982 non è una pagina chiusa: è una ferita che riguarda l'intero Paese. La morte di Stefano Gaj Taché, come ricordato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, "un nostro bambino, un bambino italiano", e il ferimento di decine di innocenti restano un monito che interpella ancora oggi le istituzioni e la società.

La giustizia come dignità e forza democratica

"Non ci fermeremo finché non sarà fatta piena luce su ogni responsabilità. La giustizia, anche dopo tanti anni, è l'unico modo per restituire dignità alle vittime e forza ai valori democratici su cui si fonda il nostro Paese", prosegue Fadlun.

Appello contro antisemitismo e terrorismo

La Comunità Ebraica di Roma continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi giudiziari "nel ricordo di Stefano Gaj Taché e di tutte le vittime dell'odio e della violenza antisemita, con la determinazione a non lasciare che il tempo cancelli verità e responsabilità. E facciamo appello all'intera comunità nazionale - conclude il Presidente CER -, contro il rischio di abbassare la guardia e sottovalutare l'aumento degli episodi concreti di antisemitismo e gli indizi di attività terroristica".

 

Referendum, il Pd contro lo «scandaloso monologo di Meloni su Rete 4»

Protesta dei parlamentari dem in Commissione di Vigilanza Rai contro la puntata di lunedì 16 marzo di Quarta Repubblica, su Rete 4, che ha dato spazio a una lunga intervista a Giorgia Meloni, definita «uno scandaloso monologo di mezz’ora in prima serata senza contraddittorio» a favore del Sì, a pochi giorni dal referendum sulla giustizia. «Sembrava di essere a TeleTrump o a TeleOrban», hanno denunciato i membri del Pd della Commissione di Vigilanza Rai, parlando di «copione provato e recitato» e chiedendo all’Agcom «una sanzione esemplare» e un intervento immediato di riequilibrio della par condicio.

La puntata del programma di Nicola Porro («conduttore primo fan» di Meloni per il Pd) è iniziata con 15 minuti dedicati alla storia del presentatore televisivo Enzo Tortora, accusato erroneamente nell’estate del 1983 di associazione camorristica e traffico di droga: in studio la figlia Gaia, giornalista e conduttrice. Poi l’intervista a Meloni (che è stata pure da Fedez), seguita da un altro quarto d’ora sul caso Tortora, con riferimenti diretti alla riforma su cui gli italiani saranno chiamati a votare il 22 e 23 marzo. Dopo un momento di confronto tra il fronte del Sì e quello del No, osservano i parlamentari dem, la trasmissione è poi tornata a ospitare praticamente solo figure a favore della riforma della giustizia. In chiusura altri 25 minuti con Giuseppe Cruciani, anche lui per il Sì.

Nel mirino del Pd è finito non solo il programma Quarta Repubblica, ma l’intero palinsesto Mediaset. Sulle reti del Biscione, per riequilibrare i tempi di parola, viene sì dato spazio a servizi dedicati alle ragioni del No. Ma solo formalmente: gli interventi di chi è contro la riforma costituzionale vengono da diversi giorni (anzi notti) confinati nelle fasce con meno pubblico, ovvero tra l’1:30 e le 6. Quando la maggior parte degli elettori, ovviamente, sta dormendo.

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno

Non solo è scesa in campo, ma è entrata direttamente nel ring. Dopo varie ospitate e gli appelli sui social, Giorgia Meloni si gioca l’ultimo asso per lanciare la volata al Sì: partecipare a Pulp Podcast di Fedez e Mr Marra. La puntata, di cui è uscito un brevissimo estratto, sarà messa online giovedì. Una mossa, quella di Meloni, che a pensar male potrebbe sembrare un’ultima spiaggia. Sebbene bella popolata se si considera che alcuni episodi di Pulp Podcast, come quello con Roberto Vannacci, o con l’ex nemico Maurizio Gasparri (a cui Fedez ha offerto addirittura una canna) sono diventati virali. Forse la premier grazie al gancio di Fedez forse spera di raggiungere gli elettori più giovani e sicuramente meno ideologizzati.

L’ospitata segna pure il disgelo definitivo tra la leader di FdI e il rapper. Era il 2022 quando dal palco di Atreju Meloni attaccava frontalmente gli influencer e indirettamente l’allora signora Lucia, Chiara Ferragni: «Il vero modello da seguire non solo gli influencer che fanno soldi a palate indossando degli abiti, mostrando delle borse o addirittura promuovendo carissimi panettoni con i quali si fa credere che si farà beneficenza, ma il cui prezzo serve solo a pagare cachet milionari». Fedez ovviamente replicò. «Evento singolare è che pochi minuti fa la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sul palco della sua fantastica festa del partito, abbia deciso di parlare delle priorità del Paese: avrà parlato della disoccupazione giovanile? No. Ha parlato della manovra finanziaria che stanno facendo col cu*o e che non hanno ancora finito? No. Ha parlato della pressione fiscale del Paese? No. Ha deciso di dire: ‘Diffidate alle persone che lavorano sul web’. Questa è la priorità del nostro Presidente del Consiglio».

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno
Fedez con la foto di Galeazzo Bignami (Ansa).

Acqua passata comunque. Come è passata l’era Ferragnez. Anche perché Fedez da filo grillino, gran accusatore della destra – chi non ricorda (per dirne un paio) l’elenco delle uscite omofobe della Lega snocciolate durante il Primo maggio 2021 o il freestyle durante il quale dalla Costa Smeralda al largo di Sanremo nel 2023 Fedez strappò la foto del viceministro Galeazzo Bignami in costume da nazista e attaccò la ministra Eugenia Roccella – è finito al congresso dei giovani di Forza Italia con la benedizione di Gasparri, ha cantato strofe contro Elly Schlein. E ha criticato duramente il sindaco di Milano Beppe Sala ai tempi dell’inchiesta sull’urbanistica. «Sei il sindaco della città di Mani Pulite, inchiesta che ha svelato il modus operandi di un’intera classe politica, fondato sulla corruzione. E che fai? Per manifestare la tua estraneità ai fatti e alle inchieste che stanno segnando le ultime settimane del capoluogo meneghino, decidi di usare l’espressione: ‘io ho le mani pulite’. Davvero?». Lo stesso Sala che aveva consegnato a lui e consorte l’Ambrogino d’oro. Insomma, Fedez resterà folgorato sulla via della Scrofa abbracciando in toto la causa destrorsa?

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno
Giuseppe Cruciani, Stefano Benigni e Fedez al congresso dei Giovani di Forza Italia (Ansa).

Il cappellino del Tg2 per Prevost

Credevamo di aver visto tutto: il ministro degli Esteri Antonio Tajani con in mano il cappellino Maga, gentile cadeau offerto ai partecipanti della riunione del Board of Peace di Washington e prima ancora Gennaro Sangiuliano in campagna per le Regionali campane con in testa il ‘tarocco’ con la scritta “Make Naples Great Again”. E invece no. Lunedì di cappellino ne è volato un altro, e questa volta tra tra le mura vaticane. Il direttore Antonio Preziosi ha donato a Papa Leone XIV il copricapo brandizzato Tg2, realizzato per festeggiare il mezzo secolo di vita della testata. In prima fila, c’era la vicedirettrice del Tg2 Elisabetta Migliorelli, ex signora Petrecca.

Prima gaffe involontaria del pontefice americano: «Saluto l’amministratore delegato della Rai», ha esordito il Pontefice. Peccato che Giampaolo Rossi fosse assente. Ma niente panico: «Ah, non c’è? Primo sbaglio! Stasera al Tg2 delle 20:30 vedrò che il Santo Padre ha detto questa cosa… Comunque comunicate i miei saluti anche all’amministratore», ha scherzato Prevost.

Festa all’Aniene per Maira

Circolo Canottieri Aniene in festa lunedì sera. Il neurochirurgo di fama mondiale Giulio Maira, proprio nel giorno del suo compleanno (classe 1944) ha presentato il suo libro Dove danzano i pensieri. Capire il mondo con le neuroscienze. Tanti i vip presenti nel sodalizio romano caro a Giovanni Malagò: da Luigi Gubitosi a Luigi Abete, fino a Silvia Calandrelli, direttrice Rai per la Sostenibilità e monsignor Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia accademia per la vita.

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno
Giulio Maira (Imagoeconomica).

Se i quotidiani diventano set cinematografici

Durante la festa per la free press Leggo è stato ricordato che la redazione è stata set per film famosi, come Smetto quando voglio I e II, Beata ignoranza e Ricchi di fantasia. La scorsa settimana pure la sede de Il Messaggero, in via del Tritone, ha ospitato le scene di un film.

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno
Una scena de Il provinciale girata nella redazione del Messaggero.

E non è stata la prima volta. Perché il quotidiano fu al centro della storia del film Il provinciale, diretto nel 1971 da Luciano Salce con protagonista Gianni Morandi, un giovanotto arrivato nella Capitale con l’ambizione di diventare giornalista…

Meloni da Fedez, il cappellino del Tg2 al Papa e le pillole del giorno
Gianni Morandi ne Il Provinciale.

Energia verde per il Vaticano

La settimana prossima la Camera dei Deputati dimostrerà di avere a cuore il Vaticano. Dopo il referendum sulla giustizia, Montecitorio dovrà occuparsi dell’accordo tra Italia e Santa Sede per un impianto agrivoltaico a Santa Maria di Galeria, già approvato dal Senato. Di che si tratta? Della definizione, con tanto di bollo parlamentare, di quanto era stato firmato a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, con l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, e l’ambasciatore Francesco Di Nitto, rappresentante italiano presso la Santa Sede. A Santa Maria di Galeria, area di proprietà della Santa Sede, sorgerà un impianto agrivoltaico per produrre energia elettrica rinnovabile destinata alla Città del Vaticano: un progetto pensato «per conciliare l’uso agricolo del suolo con la produzione energetica, per proteggere l’equilibrio idrogeologico, ridurre l’impatto ambientale e tutelare il patrimonio culturale, archeologico e paesaggistico della zona», voluto da Papa Francesco, che con la Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio “Fratello Sole” del 21 giugno 2024, aveva affidato, al presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e al Presidente dell’amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, «l’incarico di realizzare un impianto agrivoltaico ubicato all’interno della zona extraterritoriale di Santa Maria di Galeria, che assicuri, non soltanto l’alimentazione elettrica della stazione radio ivi esistente, ma anche il completo sostentamento energetico dello Stato della Città del Vaticano». Insomma, una scelta “autarchica” voluta dal pontefice che aveva elaborato la teoria della «terza guerra mondiale a pezzi» e che oggi, a causa del conflitto in Medio Oriente, diventa ancora più strategica. L’agrivoltaico permette di produrre energia rinnovabile sfruttando pannelli solari installati su terreni agricoli, senza rinunciare alla loro coltivazione, un approccio che consente di conciliare la produzione agricola con quella energetica, in modo sostenibile, proprio nella zona extra territoriale dove sorge il Centro Radio in onda corta della Radio Vaticana, curato dal Dicastero per la Comunicazione. 

Al GF vip pure la figlia di Angelo Altea

Il Grande Fratello Vip regala sempre grandi sorprese. In questa edizione, partecipa anche Ibiza Altea, 26 anni, nata ad Atlanta, in America, ma cresciuta in Italia. La scheda personale inviata dagli organizzatori recita: «Figlia di Priscilla, vocalist americana a Ibiza, e di Angelo, ex parlamentare di origini sarde, ha vissuto a Vicenza, per poi trasferirsi a Milano, dove attualmente è modella e attrice. Per Ibiza questo mix di culture è un dono». Già, Angelo Altea, giornalista e deputato per due legislature: eletto inizialmente con Rifondazione Comunista, passò al Movimento dei Comunisti Unitari e infine ai Democratici di Sinistra. È stato anche capo servizio de L’Unione Sarda e presidente provinciale dell’Arci di Nuoro.

Fabrizio Corona rinviato a giudizio per diffamazione al calciatore Pellegrini

Il gup di Roma ha rinviato a giudizio Fabrizio Corona per l’accusa di diffamazione ai danni del calciatore della Roma Lorenzo Pellegrini. La vicenda coinvolge anche una donna che, in un’intervista pubblicata da Corona sul sito dillingernews.it, ha accusato falsamente di stalking il centrocampista giallorosso. Alla ragazza, 25 anni, sono contestate anche la calunnia e le minacce. Il procedimento è stato fissato per l’1 dicembre 2026 davanti al giudice del tribunale monocratico. «Siamo soddisfatti di questo passaggio processuale. Una decisione che ritengo doverosa, la sede dove ora verrà approfondita questa vicenda è il dibattimento», ha affermato l’avvocato Federico Olivo, legale del calciatore.

Maxi tamponamento sull’autostrada Palermo-Messina: coinvolti 80 mezzi

Maxi tamponamento sull’autostrada Palermo-Messina: coinvolti 80 mezzi
Maxi tamponamento sull’autostrada Palermo-Messina: coinvolti 80 mezzi
Maxi tamponamento sull’autostrada Palermo-Messina: coinvolti 80 mezzi
Maxi tamponamento sull’autostrada Palermo-Messina: coinvolti 80 mezzi

Autostrada Palermo-Messina bloccata tra Rometta e Milazzo, dove si è verificato un maxi tamponamento a catena che ha coinvolto circa 80 mezzi tra autovetture, furgoni e mezzi pesanti. L’incidente si è verificato nella mattinata di martedì 17 marzo 2026. La circolazione autostradale è stata completamente bloccata per consentire la gestione dell’emergenza e l’evacuazione degli automobilisti coinvolti all’interno della galleria. Non ci sarebbero feriti gravi. Sul posto ci sono diverse squadre dei vigili del fuoco, la polizia stradale e i mezzi di soccorso del 118. La tratta della A20 tra Rometta e Milazzo è stata chiusa in entrambi i sensi di marcia a causa della presenza di gasolio sulla carreggiata, che rende il fondo stradale estremamente scivoloso e pericoloso. Non ci sarebbero feriti gravi.

Udienza del Riesame a Milano, Cinturrino chiede i domiciliari

Davanti ai giudici dei Tribunale del Riesame di Milano, nel corso di un’udienza durata due ore in cui ha chiesto i domiciliari, l’agente Carmelo Cinturrino ha ribadito ancora una volta di aver «sparato per paura» a Abderrahim Mansouri e che «non voleva uccidere» il pusher, descrivendo «una tragica fatalità» quanto accaduto il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo. Il poliziotto, accusato di omicidio volontario aggravato (anche dalla premeditazione) e indagato per oltre 30 capi di imputazione, è in carcere dal 23 febbraio. Cinturrino, hanno riferito i suoi avvocati, conosceva Mansouri «solo per una foto segnaletica». L’agente ha inoltre respinto le altre accuse di spaccio, violenze e pestaggi. La decisione dei giudici è attesa per i prossimi giorni. L’inchiesta ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di altri sei poliziotti del Commissariato Mecenate, accusati a vario titolo di favoreggiamento, omissione di soccorso, arresti illegali, falso e estorsione.