AGI - “Al mio arrivo, ho visto molte persone ferite e molte persone che aiutavano noi pompieri a prendere in carico i feriti. Tra queste ultime c’era anche Jacques Moretti”. È un interrogatorio tra le lacrime quello di David Vocat, il capo dei pompieri di Crans Montana che, dalla notte dell’incendio al ‘Le Constellation’, ha raccontato ai pm di vivere “un incubo senza fine”. Nell’ultimo dossier delle indagini della Procura vallese depositato dalle parti c’è anche il verbale della sua audizione come testimone.
Quella serata di lavoro era cominciata bene, nulla lasciava presagire l’inferno che si sarebbe portato via 41 persone, la gran parte ragazzi e ragazze e la serenità di una località nota per le sue piste di sci. I vigili del fuoco avevano rafforzato la loro presenza in vista del Capodanno perché, spiega Vocat, “alla fine di dicembre a causa dei prati secchi c’era il rischio di roghi e negli anni precedenti avevamo vissuto molti fuochi di sterpaglia. Per questo motivo, avevamo chiesto alle autorità politiche un divieto di fare fuoco sui tre comuni di nostra competenza. Ho costituito un team di servizio in caserma dalle 22:00 alle 02:00 con la presenza di 14 vigili del fuoco in caserma e 3 distaccati a Randogne, pronti per un intervento. Ci siamo organizzati per passare il tempo insieme. Avere 15 persone in caserma è una situazione eccezionale. Intorno all’una e mezza, ci siamo detti che avremmo potuto passare una serata tranquilla e riaggiornarci per un punto alle due. Ma abbiamo ricevuto l’allarme dalla centrale della polizia cantonale. Era un’allerta rossa che sul "Fuoco al bar ‘Le Constellation’". Un allarme rosso è un evento di grande portata”.
Il capitolo dei soccorsi e le critiche
E qui Vocat apre il capitolo dei soccorsi, sui quali alcuni legali di parte civile hanno espresso delle critiche quanto a tempestività ed efficacia. “Ho preso contatto con la CEN (centrale di impegno della polizia cantonale) per avere informazioni complementari. Mi hanno informato che si trattava di un fuoco con esplosione. È per questo che ho mobilitato mezzi supplementari chiedendo immediatamente due elicotteri. Poi, ho organizzato le partenze dei primi mezzi di soccorso, persone che potevano intervenire direttamente arrivando sul posto con apparecchi di protezione della respirazione pronti a essere utilizzati. I primi mezzi sono partiti molto rapidamente. Le prime decisioni sono state prese solo 15 minuti dopo l'allarme. È stato messo in sicurezza anche tutto il perimetro con la polizia cantonale e intercomunale. Si sono decisi gli interventi e individuato un’area dove mettere gli elicotteri. Immaginavo che ci sarebbero stati molti feriti. Poi, mi sono recato io stesso sul posto: arrivato sul posto, 10-12 minuti dopo l'allarme per me (3-5 minuti dopo per i primi), il capo dell'intervento aveva già preso le prime misure”. Vocat spiega che “la comunicazione era complicata perché la rete Polycom, la radio nazionale della sicurezza, era saturata”. “Era una situazione di caos e di guerra, come non si vede mai nella vita e bisogna affrontarla al meglio che si poteva” sintetizza.
L'incubo che non finisce e il sostegno psicologico
C’è spazio anche per una domanda sul suo stato d’animo. “Mi sento in un incubo che non finisce mai. Penso enormemente a tutte le famiglie che hanno perso i loro figli, che si occupano dei feriti e cerco di tenere occupato il mio gruppo di colleghi e me stesso al meglio perché è importante. Ho ridotto la mia attività del 50%”. “David Vocat piange” annotano chi trascrive il verbale. “Devo continuare a salvare le persone e a occuparmi delle persone che sono volontari e non avrebbero mai dovuto vivere una situazione come questa. Abbiamo subito ingaggiato degli psicologi d'urgenza di Ginevra. Per quanto mi riguarda, ho avuto un sostegno quotidiano durante le due settimane che sono seguite. Nessuno nella mia compagnia ha cessato la sua attività. So che in altre compagnie sì. Questo è stato forse dovuto alla presa in carico e al sostegno del loro comandante”.
Dopo il fermo dell’agente Carmelo Cinturrino con l’accusa di omicidio volontario in relazione ai fatti di Rogoredo del 26 gennaio, il consulente nominato dalla sua difesa, Dario Redaelli, ha lasciato l’incarico. «Non posso pensare di difendere una persona che ha preso in giro non solo il sottoscritto ma soprattutto l’istituzione di cui ho fatto parte per 40 anni», ha affermato secondo quanto riportato da Tgcom24. Redaelli, in passato esperto della polizia di Stato in materia di investigazioni scientifiche, ha aggiunto: «Mi dispiace molto per tutti i poliziotti che ogni giorno si impegnano per garantire la sicurezza degli italiani e che rappresentano al meglio la divisa che indossano».
Il poliziotto avrebbe organizzato una messinscena per coprire l’omicidio di un pusher
Secondo il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola che hanno coordinato le indagini, Cinturrino avrebbe sparato e ucciso il pusher Abderrahim Mansouri quando questi era disarmato. Solo in un secondo momento, e dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio. Una messinscena organizzata per coprire l’omicidio resa palese nei giorni successivi anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni. In più, mentre la vittima era a terra agonizzante, ma ancora viva, Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi, né avrebbe segnalato alla centrale operativa della questura quanto successo. La chiamata sarebbe avvenuta solo 23 minuti dopo.
Nella prima conferenza stampa della 76esima edizione del Festival di Sanremo, il direttore artistico e conduttore Carlo Conti è tornato (imbeccato dalla stampa) sulle polemiche politiche che hanno fatto seguito all’annunciata presenza – poi saltata – di Andrea Pucci sul palco dell’Ariston. «Quando c’era Renzi sono stato definito renziano, oggi meloniano, domani sarò cinquestelliano. Per fortuna in questi 40 anni sono un uomo libero, ci tengo a essere indipendente nel mio lavoro. In televisione sono un giullare e orgogliosamente faccio il giullare», ha detto Conti.
Conti: «Meloni può venire a Sanremo se compra il biglietto»
Dopo aver smentito di essere meloniano, Conti ha anche negato di aver invitato la presidente del Consiglio all’Ariston: «Fantascienza pura. Non ho nessun rapporto con lei. Io credo che la mia storia parli per me, parli per gli ospiti che ho portato al festival. Sanremo l’ho fatto con un governo e l’ho fatto con un altro». E poi: «La premier è una cittadina libera, se compra il biglietto e vuole venire, può venire. Come qualsiasi altro cittadino. Non è che decido io chi può venire o non venire a vedere il Festival».
Sul forfait di Pucci: «Dispiace umanamente e professionalmente»
Conti ha inoltre confermato di non aver ricevuto pressioni per far approdare Pucci a Sanremo: «Ripeto e sottolineo: preferisco che si dica che io non so fare il mio mestiere piuttosto che qualcuno dica che mi hanno obbligato a prendere qualcuno o mi hanno tirato per la giacca per favorire questo o quel comico o artista su quel palcoscenico». Il presentatore si è poi detto stupito dalle polemiche attorno alla figura del comico milanese: «È stato ospite di miliardi di trasmissioni, ha fatto programmi di grande successo, a settembre gli abbiamo dato il premio all’Arena di Verona per i suoi incassi. Sono andato a teatro a vederlo e non ci ho trovato niente di sconvolgente. Quando penso di invitare un artista non è che gli chiedo cosa pensa, cosa vota, da che parte è». Quanto alla rinuncia da parte del comico, Conti ha dichiarato: «Mi dispiace umanamente e professionalmente per lui. Da un lato lo posso anche capire, perché voi tutti eravate testimoni di quello che è successo a un grande fuoriclasse con Maurizio Crozza su quel palcoscenico: quindi lui ha avuto paura di reazioni. Ha preferito fare un passo indietro».
Dietro la figura dell’eroe dei due mondi, oltre la camicia rossa e il mito risorgimentale, si cela un uomo sorprendentemente moderno e visionario. Virman Cusenza con L’altro Garibaldi. I Diari di Caprera (Mondadori) ci invita a conoscere il Garibaldi meno noto, accompagnandoci nella sua vita quotidiana, liberando il mito dagli stereotipi. Sull’isola infatti Garibaldi non si limita a guidare un’azienda agricola modello, ma importa macchinari innovativi, realizza un mulino d’avanguardia, impianta 14 mila viti e alleva una sorta di secondo esercito, composto da un migliaio di capi di bestiame. Fondatore della Società Reale di Protezione degli Animali, l’eroe cosmopolita coltiva idee e relazioni, accoglie amici, intellettuali e visitatori, sperimentando forme anticipate di famiglia allargata. In questo senso I Diari agricoli testimoniano una vita scandita da zappa e spada, raccolgono osservazioni meteorologiche e annotazioni puntuali su eventi storici: dalla visita di emissari reali allo sbarco di Bakunin. Caprera si rivela così più di un buen retiro, ma un laboratorio da cui osservare il mondo senza smettere di influenzarlo. Lettera43 vi propone un estratto da L’altro Garibaldi.
La copertina di L’altro Garibaldi di Virman Cusenza.
La guerra delle api
Non si comanda un esercito, se prima non si impara a governare un alveare. È la lezione più importante che il generale trae dopo i primi anni a Caprera, dove ha sperimentato la complessità dell’apicoltura. Organizzare questi piccoli insetti, farli acquartierare proficuamente, garantirne il pascolo con la più grande diversità di fiori possibile, sfamarli in inverno quando corolle e petali scarseggiano non è meno complesso che organizzare le truppe. Perfino raccogliere il frutto della loro laboriosità è operazione non priva di rischi. Ma Garibaldi, forse proprio per questo, si appassiona. Arrivando a confessare nel ’73 a un esperto come Isidoro Guerinoni, direttore della Società apistica di Pistoia e suo «maestro» in quest’arte, che la sua «principale occupazione sono le api. Se avessi cominciato trent’anni prima, ne farei un’estesa coltura». Si emoziona quando esce il primo sciame. Ancora più che con le pianticelle che fanno capolino tra i solchi che ha sarchiato. Con le api l’orgoglio è doppio, perché è come se la sua mano per qualche istante si trasformasse in quella del demiurgo: dirige la vita di creature tra le più organizzate e strutturate militarmente che conosca. Troppo facile accostare la loro perizia e determinazione ai tentennamenti di chi dovrebbe riunire l’Italia e non lo fa. Se in politica potesse fare con Roma e Venezia quel che riesce a realizzare con le api, ecco che avrebbe già completato l’opera.
Ma il demiurgo è re Vittorio Emanuele, e l’Italia non è un apiario. Facile capire quindi perché, con cellette e alveari, si prenda le soddisfazioni che non raggiunge in altri campi. Ma non si accontenta certo. Anzi, qui si allena: alveari, grano, viti, nonché mucche, agnelli e tori, cavalli, pecore e asini, sono il suo reggimento ma pure il motivo di ilarità quotidiana, quello che gli strappa un sorriso, nonostante certe mattine esca di casa carico di tensione come alla vigilia di un temporale. Menotti, Basso e Fruscianti – ciascuno a modo suo – lo prendono in giro perché dicono che il bestiario di Caprera in fin dei conti è il suo battaglione sardo in servizio permanente effettivo. Non sappiamo se a sfidarlo siano state, inconsciamente, le evidenti affinità con il più complesso sistema politico-sociale nascente (fare l’apiario per capire come riunire gli italiani). Di sicuro, l’approccio dello stratega è ancora una volta scientifico, come lo è stato sin dall’inizio per le coltivazioni da impiantare nell’isola. Le pagine dei Diari dedicate all’allevamento delle api sono organizzate come l’altro libro mastro: varie colonne registrano anno, mese e giorno, numero delle arnie, temperatura, pressione barometrica, fioritura, provviste, sciami, operazioni e osservazioni, prodotti. In certe pagine vengono segnate anche uscite ed entrate, perché non bisogna dimenticare che tutto questo il generale non lo fa per la gloria ma per arrotondare i conti di casa, grazie alla vendita del miele e della cera. Il biennio superstite dei quaderni ci racconta come il numero delle arnie con gli anni si sia assottigliato. Tra il ’73 e il ’74 ne restano una quarantina. I nemici sono più insidiosi dei francesi o dei borbonici, e si chiamano formiche e tarme. Infestano le casse in cui sono ospitate le api e, nonostante la periodica mattanza di questi due indesiderati ospiti, la minaccia ritorna ciclicamente. A questa si aggiunge un flagello ancora maggiore: nella stagione più fredda – quindi con una fioritura assai ridotta – bisogna sfamare gli sciami che muoiono letteralmente di fame. La cura migliore è quella del miele rimasto, di scarsa qualità naturalmente, ma pur sempre prezioso. Nel maggio del 1873 apprendiamo che gli alveari vivono una stagione di conflitti più accesa delle guerre di indipendenza. Apparentemente, le trentanove arnie rimaste lavorano bene, essendovi tuttora molti fiori di muschio, cardi, fichi d’India, mirto ed erba medica. Ma si è scatenata «la guerra mortale fra le api, forse perché le arnie sono troppo vicine».
Virman Cusenza (Imagoeconomica).
Un po’ come succede tra garibaldini e mazziniani nelle dispute dentro e fuori del Parlamento. A sedare gli animi e a sfamare la popolazione, Garibaldi invia una vivandiera d’eccezione, la figlia Clelia. Che così racconta l’impresa da piccola ardita nelle pagine di Mio padre: Nella stagione invernale portavo il miele alle api. D’inverno, senza fiori, nelle arnie si fa la fame. Il miele più scadente si teneva appunto per quest’uso. A Fontanaccia, vicino all’aranceto, c’è una minuscola costruzione che molti si chiedono che cosa possa essere. Era la casa delle api. Io entravo con due piattini, uno per mano, ripieni del dolce nettare e li posavo vicino alle arnie, non senza un vago senso di paura per le tante api che mi svolazzavano intorno. Papà notava la mia esitazione e dolcemente mi incoraggiava: «Bambina, non aver paura. Entra pure. Loro sanno benissimo che tu porti da mangiare; non ti faranno nulla». Allora entravo, sicura come se fosse stata la voce di mio padre a scongiurare ogni pericolo. Le api mi si posavano sulle mani e sul viso ma io me ne restavo tranquilla. Papà, fuori, mi aspettava. Posavo i piattini e uscivo, felice di aver terminato il mio coraggioso compito. Soltanto una volta un’ape entrò nei miei capelli e sentendosi prigioniera mi punse. Papà mi levò subito il pungiglione e premendo sulla parte lesa la lama del suo temperino mi disse: «Ora non sentirai più nessun dolore. Tutto è passato, vero?». Il generale nei Diari agricoli è in versione «scienziato», registra ogni minima variazione: alla fine di settembre annota che le api «non trovano più polline». A dicembre che stanno «dentro per il freddo». Comunque, prima di tuffarsi con il solito entusiasmo in questa impresa, ha studiato a dovere. Si è abbonato a riviste specializzate, ha letto manuali e consultato esperti. Si è fatto spedire dall’Inghilterra addirittura un’arnia di vetro che gli consente di assistere a tutte le operazioni senza disturbare le laboriose inquiline. La descrizione di questo ingegnoso oggetto ce l’ha lasciata l’agronomo Eugenio Canevazzi: un cilindro sormontato da una cupola, entrambi coperti di paglia intrecciata. Il congegno all’interno ospitava anche un barometro ed era dotato di porticine, piccole saracinesche e serrande di la- mina da cui si poteva osservare il lavoro delle api. Quando l’alveare era colmo di miele e di cera, chiusi i fori, si sollevava il coperchio e dalle tre campane di vetro sottostanti si estraeva il prodotto.
Più tardi negli anni, di pari passo alla decadenza di tutta l’azienda agricola, anche l’apicoltura va in malora. Garibaldi chiede aiuto all’esperto Guerinoni, lamentando di essere stato abbandonato dal custode che si è impiegato nelle più redditizie ferrovie sarde, per cui è costretto a servirsi di un novizio. Si è ridotto a sole quarantacinque casse e ha urgente bisogno di un modello più moderno «a favo mobile, comodo per il matrimonio delle famiglie». Ogni tanto torna il flagello biblico delle formiche, pari a un esercito invasore contro cui la guerriglia del generale – specialità in cui era esperto – poco può fare. Le tarme, poi, sono peggio dei fucili Chassepot a Mentana. Divorano il legno delle casse, che sono diventate sei. «Credo sia indispensabile avere del legname idoneo, cioè inattaccabile, o per sua natura o mediante iniezione di qualche composto chimico», scrive disperato al direttore della rivista milanese «L’Apicoltore». Solo pochi anni prima, era stato più facile battere i prussiani a Digione.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato in visita a Niscemi, il comune siciliano in provincia di Caltanissetta colpito dal ciclone Harry. Il capo dello Stato ha voluto toccare con mano la situazione che la popolazione sta vivendo dal 25 gennaio, quando una parte dell’abitato è stata inghiottita da una frana e un centinaio di famiglie hanno perso per sempre le loro case. Dopo aver sorvolato l’area in elicottero, Mattarella è stato accolto dal sindaco Massimiliano Valentino Conti e ha fatto un giro nelle strade del centro storico. Si è recato anche alla scuola Mario Gori sgomberata dopo la frana. «È difficile in queste condizioni, lo capisco. Nelle case c’erano gli affetti, c’era la vostra vita. Lo capisco bene. Per questo sono venuto qui per far vedere che il sostegno si mantiene alto. Ci siamo e stiamo lavorando per Niscemi», ha detto. La sua visita segue quella della premier Giorgia Meloni, che aveva annunciato lo stanziamento di 150 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio.
AGI - Un premio nazionale dedicato alla ricerca accademica italiana sulla biodiversità. Lo ha annunciato Dolomia, brand di fitocosmetici che utilizza principi attivi naturali, minerali ed estratti di piante autoctone delle Dolomiti di Unifarco. Il premio, il Dolomia Biodiversity Award, è realizzato in collaborazione con il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi.
Obiettivi e ambiti di ricerca
L'iniziativa nasce per valorizzare tesi di laurea magistrale e di dottorato che affrontano, con rigore scientifico, i temi della conservazione degli ecosistemi, delle specie autoctone e dei modelli sostenibili, con particolare attenzione ai contesti montani. Il Dolomia Biodiversity Award si inserisce in un percorso che negli anni ha visto Dolomia impegnata nel promuovere conoscenza e cultura della biodiversità attraverso progetti sul territorio e azioni divulgative.
I progetti sul territorio e la divulgazione
Un esempio è il Progetto pilota sui prati a narciso avviato nel 2019 nell'area di Lentiai, iniziativa volta a riportare attenzione e cura su un habitat prezioso. Accanto alla dimensione territoriale, Dolomia ha scelto anche linguaggi culturali capaci di avvicinare il grande pubblico al tema: dall'Edicola Dolomia durante la Fashion Week, pensata come presidio urbano di divulgazione, fino a iniziative che invitano a trasformare la curiosità in conoscenza.
La visione del brand
"Con questo premio vogliamo dare riconoscimento a chi produce ricerca solida e utile: metodo, misura, osservazione. La biodiversità è complessità e la complessità merita competenza", dichiara Valentina Da Rold, Dolomia brand manager.
Biodiversità come “chimica del vivente”
Un tratto distintivo dell'iniziativa e' il legame con la ricerca che studia la biodiversità anche come "chimica del vivente": la variabilità genetica e ambientale puo' modificare il profilo molecolare delle piante e quindi la qualità di essenze e principi funzionali dagli antiossidanti alle sostanze lenitive, fino a frazioni aromatiche e zuccherine. Un tema di grande interesse scientifico e divulgativo, che rafforza l'idea di una biodiversita' non "generica", ma misurabile e descrivibile con precisione.
Categorie e premi
Il premio prevede tre categorie: miglior tesi di laurea magistrale sulla biodiversità; miglior tesi di dottorato sulla biodiversità; miglior tesi (magistrale o dottorato) sulla biodiversità delle Dolomiti (con territorio di studio nelle Dolomiti). Per ciascuna categoria è previsto un premio di 1.500 euro lordi, oltre a targa ufficiale e attestato di merito; la giuria potra' assegnare menzioni speciali.
La Giuria riunirà rappresentanti di Unifarco del brand Dolomia, esperti accademici e rappresentanti istituzionali del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, con criteri di valutazione basati su originalità, rigore metodologico, rilevanza applicativa e chiarezza espositiva. Le candidature sono aperte a tesi discusse tra il 1 gennaio 2023 e il 31 marzo 2026. La scadenza per l'invio delle candidature e' fissata al 31 marzo 2026. I vincitori saranno proclamati nel mese di maggio 2026; la presentazione pubblica delle ricerche vincitrici e' prevista il 22 maggio 2026 a Belluno.
AGI - C'è un settimo indagato nell'inchiesta della procura di Napoli sul caso del trapianto di un cuore danneggiato a Domenico, bambino di due anni e mezzo deceduto sabato mattina nella Rianimazione dell'ospedale Monaldi. Secondo quanto apprende l'AGI, si tratta di un'altro sanitario dell'ispedale. I pm titolari del fascicolo hanno anche chiesto un incidente probatorio al momento dell'esame autoptico della perizia del medico legale collegiale.
Sale dunque a sette il numero degli indagati inseriti nel registro della procura di Napoli, che oggi ha deciso di richiedere l'incidente probatorio al momento dell'esame autoptico e della perizia medico legale collegiale, per il caso del piccolo Domen. I reati ipotizzati in via provvisoria dal sostituto Giuseppe Tittaferrante riguardano il fatto che in concorso tra loro e con condotte colpose indipendenti, con negligenza, imprudenza e imperizia, e con colpa specifica, che sarebbe stata causata dalla violazione delle linee guida in materia di conservazione e trasporto degli organi destinati al trapianto e delle buone pratiche clinico assistenziali e chirurgiche, cagionavano il decesso del minore.
Diversi quesiti dal pm per l'incidente probatorio
Con la richiesta di incidente probatorio e l'autopsia, gli inquirenti puntano ad avere diverse risposte dai tecnici, che dovranno essere nominati, per ricostruire la catena di eventi che ha portato alla morte di Domenico Caliendo, il bambino di due anni sottoposto a un trapianto di un cuore danneggiato, morto dopo 59 giorni dall'intervento durante i quali è stato tenuto in vita da un macchinario in attesa di un nuovo trapianto ritenuto possibile fino a un paio di giorni prima del decesso.
La richiesta è stata inoltrata anche agli indagati, che da oggi sono sette, da quanto emerge dalla richiesta di incidente probatorio visionata dall'AGI. I quesiti posti dal pm sono focalizzati sulla sussistenza di profili colposi e il riscontro di negligenze, imprudenze ed imperizia da parte dei sanitari che hanno prestato assistenza al bambino.
I consulenti dovranno chiarire se le operazioni di prelievo chirurgico, di trasporto e conservazione del cuore, donato e prelevato dall'equipe di espianto a Bolzano il 23 dicembre scorso, siano avvenute secondo le linee guida vigenti in materia di trapianti. Dovranno essere dunque verificate le condizioni dell'organo impiantato al bambino di due anni e la presenza di alterazioni anatomiche e funzionali collegate a errori dei sanitari dell'equipe del prelievo e del trapianto. Inoltre, i periti dovranno anche esprimersi sulla correttezza e l'adeguatezza delle scelte chirurgiche e terapeutiche dell'equipe dell'ospedale Mondali di Napoli, che ha operato il trapianto.
I magistrati chiedono di chiarire se l'intervento chirurgico sia stato correttamente eseguito nei modi e nei tempi con particolare riferimento al momento in cui è stato asportato il cuore malato del paziente e i tempi di arrivo e presentazione in sala operatoria dell'equipe di espianto. Le risposte dovranno anche riguardare la prevedibilità e la prevenibilità della morte del bambino e quanto questo sia collegabile all'attività del personale del Monaldi, in particolare se erano possibili scelte alternative, da fare non solo nella fase del trapianto ma anche dopo il trapianto fallito. Scelte che avrebbero consentito una diversa evoluzione clinica. Gli inquirenti puntano anche alla verifica del rispetto, nelle cure prestate, delle linee guida e delle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica.
La madre: "La giustizia va avanti, scopriremo tutto"
"All'ospedale non voglio dire niente. Penso che tutto quello che c'è fuori all'ospedale parli da se'", ha detto Patrizia Mercolino, la mamma del bambino. "La giustizia sta andando avanti - aggiunge - e scopriremo tutto. Ora io non ho niente da dire su questo. Confido nella giustizia, faranno il loro lavoro. La cosa che mi ha fatto più male è stata perdere mio figlio".
"Nessun bambino deve soffrire come il mio"
La costituzione di una fondazione nasce dall'idea evitare altri casi di mala sanità e spingere maggiormente per agevolare i trapianti, ha spiegato Mercolino prima di recarsi con il suo legale dal notaio per la costituzione della fondazione. "Vedremo meglio come utilizzare questa fondazione - spiega - non ci dimentichiamo che mio figlio aveva bisogno di un trapianto. Non dovrà succedere più a nessun altro bambino e a nessuna famiglia di dover soffrire come abbiamo sofferto noi".
Il legale della famiglia: "l'espianto poteva essere posticipato"
"Il momento dell'espianto poteva essere posticipato, in quanto Domenico non era un bambino moribondo". Lo dice Francesco Petruzzi, l'avvocato della famiglia del bambino di due anni deceduto sabato scorso all'ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore fallito. "Domenico era affetto da una patologia - ricorda il legale - ma attendeva un cuore da due anni e ne poteva aspettare anche altri due"
Nuove accuse contro l’ex principe Andrea, arrestato e poi rilasciato con l’accusa di cattiva condotta in pubblico ufficio. Alcuni ex alti funzionari britannici hanno dichiarato alla Bbc che l’uomo addebitava regolarmente ai contribuenti del Regno Unito spese personali per «massaggi» e costi di viaggio «eccessivi» durante il suo mandato come inviato speciale per il Commercio nel periodo dal 2001 al 2011.
Una fonte: «I vertici del ministero mi scavalcarono e il conto fu saldato con soldi pubblici»
Un ex dipendente del ministero del Commercio, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha rivelato all’emittente pubblica di essersi opposto a suo tempo alla richiesta di rimborso per «servizi di massaggio» presentata da Andrea dopo una missione in Medio Oriente, ritenendola inappropriata. «Dissi chiaramente che non dovevamo pagare, ma i vertici del ministero mi scavalcarono e il conto fu saldato comunque con soldi pubblici», ha rivelato la fonte. Il ministero chiamato in causa non ha smentito le accuse, limitandosi a rimandare all’inchiesta di polizia in corso.
Rispondendo a una domanda su Carmelo Conturrino, ovvero il poliziotto arrestato per omicidio volontario dello spacciatore Abderrahim Mansouri ucciso a Rogoredo, pur ribadendo di avere «rispetto e stima e fiducia nelle forze dell’ordine» Matteo Salvini ha affermato che, «se qualcuno invece usa la divisa per fare affari o per regolamenti di conto personali, non è degno di quella divisa».
Salvini aveva difeso Cinturrino «senza se e senza ma»
Eppure, come sottolineato da più parti, la sera dell’uccisione di Mansouri – avvenuta il 26 gennaio – a Salvini erano bastati 37 minuti per affermare sui social: «Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma».
37 minuti.
È il tempo trascorso tra la prima notizia dell’uccisione di Abderrahim Mansouri a Rogoredo e il post con cui Matteo Salvini dichiarava: "Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma".
Oggi, mentre emergono particolari inquietanti sulla vicenda, sulla…
Il 29 gennaio, Salvini aveva definito «ingeneroso» indagare per omicidio volontario un agente che ha difeso se stesso la sua vita e i suoi colleghi da un pregiudicato», puntando il dito contro la sinistra che stava «facendo politica sulla pelle di un poliziotto».
Salvini, Bignami di Fratelli d’Italia (che è pure avvocato) e L’immancabile Cruciani sono un fulgido esempio di come invocare lo scudo penale per le forze dell’ordine e ritenere superflui approfondimenti perché “sto con i poliziotti/carabinieri” deve essere un dogma, è una… pic.twitter.com/e9hE7AxpaO
Il 30 gennaio, Salvini aveva poi scritto sui social: «Io sto col poliziotto. La Lega lancia una nuova campagna di raccolta firme per sostenere chi ogni giorno difende la nostra sicurezza». E poi: «Solidarietà all’agente di Polizia indagato che, durante un controllo antidroga a Milano, ha fatto il proprio dovere difendendosi. Giù le mani dalle Forze dell’Ordine!».
IO STO COL POLIZIOTTO. La Lega lancia una nuova campagna di raccolta firme per sostenere chi ogni giorno difende la nostra sicurezza.
Solidarietà all’agente di Polizia indagato che, durante un controllo antidroga a Milano, ha fatto il proprio dovere difendendosi. Giù le… pic.twitter.com/lSQx66euqI
Lo sparo e la messinscena: perché l’agente è stato arrestato
Secondo quanto emerso dalle indagini – scattate come «atto dovuto» – Cinturrino avrebbe colpito Mansouri e poi, dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo dello spacciatore la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio, organizzando la messinscena dell’arma puntata contro di lui e, dunque, della legittima difesa. In tutto questo, mentre la vittima era a terra agonizzante, Cinturrino non avrebbe chiamato subito i soccorsi, ritardando la telefonata di oltre 20 minuti.
Chi ha detto che il cosiddetto campo largo è morto e sepolto? Con la sua infinita pazienza, Goffredo Bettini, la «mente storica della sinistra italiana», quello che viene definito anche come «l’ultimo ideologo del vecchio Pci», mette un’altra volta insieme, a un tavolo, la segretaria del Partito democratico Elly Schlein e il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, per parlare di politica. L’occasione è unica: nella serata di lunedì 23 febbraio, a Roma, viene organizzato un aperitivo per la nuova Rinascita, la storica rivista fondata da Palmiro Togliatti e che ha ora per dominus lo stesso Bettini e il sostanziale aiuto di Andrea Orlando, ex ministro del Lavoro. Tutto andrà in scena a Testaccio, in un locale di via Libetta: ci sarà molto lavoro per i vigili urbani, che saranno impegnati fino a tarda sera per evitare l’ingorgo di auto blu. Nel comitato scientifico della rivista ci sono Mario Turco, il tarantino fedelissimo di Conte e che dei pentastellati è vicepresidente, l’ex direttore del quotidiano AvvenireMarco Tarquinio, in compagnia di Enzo Amendola, Miguel Gotor, Pietro Bartolo, Rosa Calipari, Giacomo Marramao, gli ex ambasciatori Giorgio Starace e Michelangelo Pipan, Tosca (sì, la cantante). Nel comitato di direzione della rivista ecco Enrico Rossi, Enrico Gasbarra, Roberto Morassut, Michele Meta, Daniele Marantelli, Livia Turco, Massimiliano Smeriglio e Massimo Zedda. Inevitabilmente si discuterà di Ucraina, con Bettini pronto a parlare di pace immediata e fine delle ostilità, trovando sul tema un alleato di ferro come Conte, con il classico “no alla guerra”: ma non ditelo a Carlo Calenda…
Lucio non Presta l’altra guancia
Forse è l’unico che può rompere le uova al Festival di Sanremo: Lucio Presta, uno dei protagonisti del mercato delle star televisive, con il suo libro L’uragano soffia sul fuoco. E il Corriere della Sera offre molto spazio all’agente che se la prende con Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli, Amadeus, Maria De Filippi, la Rai. L’unico che viene graziato è Urbano Cairo, che oltre a essere editore del Corsera è proprietario di La7, e guarda caso tutte le stelle del piccolo schermo che vengono citate lavorano con le reti concorrenti. A proposito, dagli uffici romani della televisione di Urbanetto ricordano che è ancora vacante il posto di amministratore delegato, lasciato vuoto con la prematura morte di Marco Ghigliani. E qualcuno vaticina un futuro manageriale per Presta, alla guida di una tivù privata…
Lucio Presta (Imagoeconomica).
Belloni sulla neve, al Cimone, e una villa…
Ora si parla di appalti, su Domani, ma sì, qualche giorno fa quella signora sugli sci era proprio Elisabetta Belloni, la (ex) candidata grillina alla presidenza della Repubblica, l’ex dirigente dei Servizi segreti, al vertice del Dis, l’ex consigliera personale di Ursula von der Leyen all’Unione europea. È andata sul monte Cimone, «in quanto la mamma Lea era sestolese doc, che sposò l’ingegner Giorgio Belloni e si trasferì nella Capitale», hanno sottolineato le gazzette locali. Una giornata sulla neve, spinta da Luciano Magnani, presidente del Consorzio Cimone. Con Magnani pronto a dire a Il Resto del Carlino che la presenza belloniana è «un onore e un incentivo a proseguire il nostro impegno nel migliorarci continuamente nell’impiantistica e nelle iniziative promozionali», con un “autogossip” della stessa Belloni, con la decisione di restaurare la villa di Sestola lasciata dalla madre a lei e alla sorella, oltre che per un valore affettivo anche per l’aumentata attrattività turistica della zona. E Domani parla proprio di 331 mila euro per i lavori di sicurezza di una villa…
Elisabetta Belloni (Imagoeconomica).
Le case popolari occupate? Ai poliziotti
Per qualcuno è un incentivo, per altri si tratta comunque di una motivazione per impegnare i poliziotti negli sgomberi, fatto sta che l’iniziativa non cadrà nel vuoto: le unità immobiliari dell’Ater di Roma, ossia le case popolari, se liberate dall’occupazione abusiva e ancora in attesa di un’assegnazione saranno destinate alle forze dell’ordine. L’accordo è ufficiale, scritto nero su bianco, tra il ministero dell’Interno e la Regione Lazio. L’intesa tra il ministro Matteo Piantedosi e il governatore regionale Francesco Rocca dovrebbe anche riuscire a risolvere la cronica assenza di appartamenti a Roma per le forze dell’ordine. Però ad alcuni giuristi tutto questo non piace, dato che «è come arrestare gli autori di un furto e poi, se nessuno reclama il denaro o i gioielli ritrovati, autorizzare la divisione del bottino tra coloro che hanno compiuto l’arresto». Per ora nel governo qualcuno si limita a commentare che «sarà grande festa quest’anno per la liberazione. Sì, delle case occupate».
Matteo Piantedosi e Francesco Rocca (foto Imagoeconomica).