AGI - Il giovane fermato dalla polizia e portato in questura per aver investito alcuni passanti a Modena ha 31 anni ed è un italiano di origine marocchina residente in provincia di Modena. È stato bloccato da una volante della Polizia dopo essere sceso dall'auto con in mano un coltello, cercando di fuggire facendosi largo tra i passanti.
L'uomo si chiama Salim El Koudri, è nato il 30 marzo 1995 a Seriate (Bergamo). E' cittadino italiano, di origini maghrebine incensurato e risiede a Ravarino, nel Modenese, con i genitori. E' stato portato in questura per l'interrogatorio necessario a far luce sull'accaduto mentre la polizia ha perquisito l'abitazione dell'uomo. Al termine dell'interrogatorio è stato sottoposto a fermo indiziato di delitto, disposto dal pm, con l'accusa di strage.
L'investitore "attenzionato" per disturbi schizoidi
Il 31enne è laureato in Economia e, a quanto si apprende, in passato sarebbe stato in cura psichiatrica. Nel 2022 per l'uomo "si era evidenziato uno stato di alterazione psichica. Era stato attenzionato dal Centro di salute mentale per disturbi schizoidi ma dopo questo primo periodo di osservazione presso il centro sanitario se ne erano perdute le tracce". Lo ha detto in conferenza stampa il prefetto di Modena, Fabrizia Triolo. "Al momento dell'arresto - ha sottolinetao la prefetta - non era sotto sostanze psicotrope".
"Salim El Koudri. Questo il nome del criminale 'di seconda generazione' che oggi a Modena ha falciato, con la sua auto a folle velocità, dei passanti innocenti. Fermato da coraggiosi cittadini nonostante avesse un coltello, è stato arrestato. Non ci può essere nessuna giustificazione per un delitto così infame". Lo afferma sui social Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio e leader della Lega.
AGI - Un grave incidente ha sconvolto il centro di Modena oggi pomeriggio, quando un'auto ha travolto a tutta velocità un gruppo di pedoni in via Emilia Centro. Il veicolo si è diretto a gran velocità su via Emilia centro proveniente da Largo Garibaldi, terminando poi la sua corsa contro la vetrina di un negozio di abbigliamento investendo e schiacciando una donna contro le vetrine.
Il bilancio dell'incidente è di 8 persone travolte e rimaste ferite, due delle quali versano in condizioni gravissime (sono state intubate). Tra i feriti ci sono una cittadina tedesca e una polacca, secondo quanto emerso nel corso di una conferenza stampa in prefettura. Al volante Salim El Koudri, 31enne di Seriate (Bergamo), cittadino italiano di origini maghrebine incensurato e risedente a Ravarino, nel Modenese, con i genitori. E' stato portato in questura per l'interrogatorio e poi è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto, disposto dal pm, con l'accusa di strage.
La dinamica dell'incidente
La dinamica dei fatti è tuttora al vaglio degli investigatori, ma i primi elementi delineano uno scenario drammatico anche nei momenti successivi all'impatto. Secondo le immagini delle telecamere di videosorveglianza del centro storico sembra che si sia trattato di un gesto deliberato. L'uomo alla guida dell'auto, proveniente da largo Garibaldi, avrebbe subito puntato verso il marciapiede a velocità sostenuta per poi finire la propria corsa contro la vetrina di un negozio schiacciando una donna di 55 anni: ha peso entrambe le game e al momento è in terapia intensiva in condizioni gravissime.
La fuga e il ferimento con il coltello
Il conducente, rimasto a sua volta ferito, è dunque scappato a piedi ferendo con un coltello una persona che gli si era lanciata addosso per fermarlo ma è stato poi bloccato all'incrocio tra rua Pioppa e corso Adriano. Tra i primi quattro cittadini intervenuti per fermare Salim El Koudri "c'erano due stranieri". Lo ha sottolineato in conferenza stampa il sindaco della città, Massimo Mezzetti.
L'interrogatorio in questura
L'uomo è stato condotto in questura per essere sottoposto a interrogatorio. I magistrati e gli inquirenti della Polizia di Stato sono al lavoro per comprendere le ragioni e la natura del gesto.
Il giovane fermato ha 31 anni ed è un italiano di origine marocchina residente in provincia di Modena. E' stato fermato da quattro cinque passanti che lo hanno inseguito aiutando le forze dell'ordine, che lo hanno poi bloccato. Lo ha spiegato alla stampa locale il sindaco di Modena Massimo Mezzetti. "Voglio ringraziare questi cittadini, hanno avuto coraggio e grande senso civico - ha detto in sindaco. Il mio ringraziamento forte va a loro in questo drammatico momento".
Il sindaco: basta sciacallaggio sui social
L'uomo che nel pomeriggio con la sua auto ha investito diversi pedoni nel centro di Modena "è stato fermato grazie al coraggio di quattro cittadini, di cui due stranieri che lo hanno immobilizzato e consegnato alle forze dell'ordine: sono due egiziani, e negli attimi successivi altri stranieri, esercenti commerciali della zona, sono intervenuti prontamente". Lo ha detto a Rainews24 il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti. "Voglio sottolinearlo - spiega - perché in questo momento vedo tanto sciacallaggio sui social e non solo e voglio invitare ancora una vola a riflettere sul fatto che gli stranieri non sono tutti assimilabili a chi ha compiuto questo atto, ce ne sono tanti onesti che servono alla nostra comunità".
"I quattro cittadini coraggiosi - ricorda il sindaco - sono stati ringraziati dal presidente della Repubblica, dalla presidente del Consiglio e dal ministro Piantedosi che mi hanno telefonato esprimendo la loro vicinanza alla città e ai modenesi. Tanti anche i sindaci che mi hanno scritto in queste ore. La nostra è una comunità ferita, che come sempre saprà rispondere con lucidità e fermezza: Modena non si lascia certo intimidire da gesti sconsiderati come questo".
Un testimone: "Lo abbiamo rincorso in 5 o 6"
"Ho visto piombare l'auto sul marciapiede" ad alta velocità "ho sentito degli schiocchi della gente che veniva colpita. Veniva nella mia stessa direzione, sono riuscito a buttarmi. Lo ha riferito a RaiNews24 uno dei passanti rimasti feriti a Modena. "È scappato dalla macchina, l'abbiamo rincorso in 5 o 6, aveva un coltello, ho dovuto disarmarlo".
Si chiama Luca Signorelli l'uomo che per primo ha cercato di bloccare il 31enne . L'uomo, ai microfoni di Sky Tg24 con la testa ancora sanguinante, ha spiegato di aver inseguito l'uomo uscito dall'auto, ricevendo due fendenti: "un primo fendente sono riuscito a evitarlo, l'altro l'ho preso. Poi gli ho bloccato il polso. E poi l'ho neutralizzato" con l'aiuto di altre "4/5 persone arrivate nel frattempo".
Il Foro Italico non è un luogo: è una metafora. Di una città capitale, di un Paese, di un popolo intero con la sua anima guitta ch’è peso netto anziché tara. Il Foro Italico siamo noi. Per questo dovremmo guardare con serietà a tutto ciò che in questi giorni si è mosso intorno all’epicentro di un pasticciaccio brutto. Perché la vicenda parla di noi: della povera cosa che siamo diventati come Stato. Ma soprattutto perché siamo al cospetto di un vero “foro”: un buco ampio e profondo da cui è stata inghiottita la credibilità italica. Da qui in avanti, quando pronunciate “Foro Italico”, percepite la formula in questo senso.
Le frecce tricolori sopra il Foro Italico (foto Ansa).
Quei 30 minuti di scarto che hanno salvato la situazione
La Lazio e la Roma (più le altre otto squadre che dovevano giocare in contemporanea per ragioni di “regolarità”). La Lega di Serie A e la federazione italiana del tennis (Fit). La prefettura di Roma e il Tar del Lazio, con l’avvocatura dello Stato a fare rinterzo. E poi Jannik Sinner e Maurizio Sarri. E ancora: il pallone e le palline, le scarpe coi tacchetti e le racchette. Una serie di dualismi che potrebbe continuare fino al derby di ritorno e alla finale degli Internazionali, mettendoci dentro anche la domenica alle 12.30 e il lunedì alle 20.45. Alla fine del caos, la decisione si è trovata in mezz’ora. Quei 30 minuti di scarto, l’inezia che ha salvato le capre del calendario e il cavolo di situazione in cui s’erano cacciate. Che a leggerla così era la soluzione più semplice del mondo: partita di domenica alle 12 anziché 12.30. Una cosa così facile che pare di rivedere il Lino Banfi di Fracchia la belva umana mentre si dà manate sulla pelata per certificare quanto è stato abile nella cogitazione. E invece si era stati davvero a mezz’ora dal casino supremo.
Ezio Simonelli, presidente della Serie A (Imagoeconomica).
Dire che adesso siano tutti contenti sarebbe una fake news. Diciamo che sono sollevati. Se avessero l’opportunità di ritrovarsi in un vicolo, e contassero sulla certezza che tutto quanto avvenga lì non sia portato fuori, si accapiglierebbero a morsi e sputi. Ma poiché sono soggetti di pubbliche responsabilità e governance, allora tocca loro indossare la parte di quelli che sono riusciti a venire a capo della situazione. Per il resto, devono incrociare le dita. Perché soltanto il test di questa domenica bestiale potrà dire se la soluzione ha funzionato. Cosa mica scontata, dato che i ceffi abituati ad aggirarsi intorno al derby romano possono fare casino a mezzogiorno della domenica come alle nove di sera del lunedì, e indipendentemente dal fatto che nei dintorni si giochi la finale degli Internazionali di tennis o un Burraco Contest.
Sarri e la Lazio si presenteranno?
Chi vivrà vedrà. E saprà anche quale sarà la soluzione per uno degli interrogativi collaterali: davvero l’allenatore Sarri si rifiuterà di accomodarsi sulla panchina laziale al mezzodì di domenica? Parole forti, quelle da lui pronunciate nel post partita della finale di Coppa Italia persa contro l’Inter. E certo, bisogna riservargli qualche comprensione per la rognosa stagione che gli è toccato affrontare. Ma spararla così grossa, suvvia. Fosse per lui, la Lazio non dovrebbe nemmeno presentarsi in campo per la partita dell’ora di pranzo, «che tanto, anche se ci penalizzano di un punto in classifica, non ci cambia niente». Come no? Ve l’immaginate la situazione in cui una delle due romane diserta il derby concedendo all’altra la vittoria a tavolino, e magari spianandole la strada verso la Champions League? Nemmeno Zdenek Zeman, al tempo in cui sosteneva che il derby è una partita come tutte le altre, avrebbe osato tanto.
L’allenatore della Lazio Maurizio Sarri (foto Ansa).
Ormai si è capito che si può fare soltanto di peggio
Due sole sono le certezze che questo immenso Foro Italico si lascia alle spalle. La prima: che la domenica bestiale, in qualche modo, passerà. La seconda: che la figura di melma rimane a imperitura memoria. Di più: andrebbe solennizzata, calendarizzata. Ricordata come il giorno in cui il Paese si è concesso una botta di grottesco e ancora nemmeno sapeva se sarebbe bastata. Perché ormai s’è capito che si può fare soltanto di peggio, e che gli architetti del caos sono l’unico corpo d’élite sul cui servizio permanente effettivo questo Paese possa contare.
Il presidente della Fitp Angelo Binaghi (Imagoeconomica).
Non c’è stata la minima considerazione per i tifosi
Tenetevi sempre in mente la situazione da commediola di Serie Z: 10 squadre (!) che ancora il giovedì non sapevano se avrebbero giocato la domenica mattina o il lunedì sera; le relative tifoserie messe in sospeso senza la minima considerazione per i loro diritti; la bollinatura dei responsabili del calendario di Serie A che da qui in avanti si porteranno in giro questa vicenda come una macchia di sugo sulla cravatta; il cortocircuito istituzionale; e infine, l’innata simpatia di quel presidente della Federtennis che, come direbbero nelle East Midlands, è «like sand in your underwear». Va’ a vedere che potrebbero farci anche un format, su ‘sta storia qui. Orfani come siamo di Boris, potrebbe anche essere un successone.
AGI - Venezia ha un nuovo abitante: il delfino Mimmo, che ha scelto la laguna come casa e dove nuota, mangia e vive in buona salute. Lo assicura Sandro Mazzariol del Dipartimento Biomedicina Comparata e Alimentazione dell'Università di Padova parlando del tursiope che da mesi ormai abita la laguna di Venezia.
"Il delfino mangia e appare in buona salute. A quanto pare, ha trovato nella Laguna di Venezia un luogo congeniale dove vivere, per quanto ciò possa apparire strano. Sembra che abbia ormai preso anche molto bene le misure con il notevole traffico del bacino di San Marco, dopo l'impatto con le eliche di un natante che lo scorso autunno gli aveva procurato delle ferite al fianco destro, ma che sono ormai completamente guarite".
A fare il punto sul suo stato di salute sono stati i ricercatori che oggi sono intervenuti al Museo di Storia Naturale Giancarlo Ligabue di Venezia (Luca Mizzan, biologo marino del Museo di Storia Naturale, Silvia Bonizzoni e Giovanni Bearzi, cetologi di Dolphin Biology and Conservation e Sandro Mazzariol del Dipartimento Biomedicina Comparata e Alimentazione, Università di Padova).
Il delfino che vuole vivere da solo
"Ha chiaramente scelto di vivere separato dai suoi simili - ha aggiunto Giovanni Bearzi - ma questo comportamento, pur essendo anomalo per una specie sociale come questa, non è privo di precedenti in natura, come la letteratura scientifica ci ricorda".
"I delfini solitari in certi casi tendono a compensare la mancanza di socialità cercando contatti con altre specie - ha sottolineato Luca Mizzan - La più disponibile a socializzare è spesso quella umana. Ma qui dobbiamo essere bravi noi umani. Per il suo bene, non bisogna assecondare queste eventuali ricerche di "contatto". Non dobbiamo lasciarci tentare dall'innegabile fascino dell'animale o dall'irresistibile leggerezza di postare foto sui social per qualche like in più: il delfino è una specie protetta e, anche se diventato presenza familiare in città, resta pur sempre un animale selvatico, e tale deve rimanere. Per questo va trattato, rispettato e osservato a debita distanza. Non dobbiamo addomesticarlo, nè trasformarlo in un "pet" o in un'attrazione turistica se vogliamo che un domani possa tornare a vivere in mare insieme ai suoi simili, in sicurezza e nel rispetto di un corretto rapporto con la fauna selvatica".
L'insolito incontro tra il delfino e la laguna veneta ha offerto ai ricercatori l'occasione per approfondire caratteristiche, comportamenti e abitudini dei delfini, rispondendo alle domande emerse dal pubblico. Un'opportunità di studio che ha permesso di tracciare i comportamenti di un esemplare che si presenta come solitario, monitorando il cambio di abitudini, a partire dalla sua geolocalizzazione (dal bacino di San Marco al Canale della Giudecca) la scelta delle imbarcazioni che segue, fino alla variazione del tempo di immersione ed emersione.
AGI - Un ex deposito di autobus dell'Atac, nel quartiere Prati, trasformato in una Corte Verde con una 'foresta sospesa' nel cuore di Roma: è il progetto di rigenerazione affidato allo studio dell'architetto Stefano Boeri che porterà alla realizzazione di un Centro Polivalente per cultura, formazione, commercio, co-working e tempo libero con una nuova piazza a uso pubblico e un giardino pensile di 8.000 metri quadri.
L'ex rimessa Atac di piazza Bainsizza, un gioiello di architettura industriale di inizio '900e dismessa da quasi 20 anni, rinascerà a nuova vita. "Un esempio virtuoso di rigenerazione urbana", sottolinea in una nota Stefano Boeri, "grazie all'equilibrio raggiunto tra la valorizzazione di un'infrastruttura urbana, dismessa e oggi di proprietà privata, e gli interessi collettivi degli abitanti di un quartiere storico nel cuore di Roma".
"Al piano terra la corte dei nuovi Depositi delle Vittorie diventerà una piccola città di servizi commerciali, spazi per la cultura e il lavoro, mentre sulla grande copertura nascerà un giardino pensile pensato per ospitare eventi e installazioni, costruendo nel tempo un museo a cielo aperto", ha spiegato l'architetto.
La location
Il progetto ha l'obiettivo di rigenerare un nodo urbano cruciale, attraverso il recupero architettonico dell'ex deposito Atac e l'integrazione di nuovi spazi verdi e servizi alla cittadinanza, in un quartiere a vocazione fortemente residenziale.
II Depositi delle Vittorie vengono trasformati in uno spazio multifunzionale, creando un nuovo polo di attrazione per gli abitanti, al centro del quartiere nel Prati-Delle Vittorie: all'interno di un'area di 16.000 mq, il progetto propone una varietà di attività, di carattere commerciale, culturale e di svago - un hub multifunzionale dove spazi per la creatività convivono con attività commerciali e ricettive e, soprattutto, con il verde.
Il punto forte del progetto
Tra gli aspetti più significativi del progetto, un parco pensile di 8.000 mq, sospeso a 15 metri di altezza, offre una prospettiva verde sulle strade e le piazze pedonali sottostanti. Gli spazi aperti: al piano terra, una corte pubblica - l'agorà - ospiterà spazi per il tempo libero, integrandosi con il tessuto urbano esistente e creando, insieme al giardino pensile, un sistema di due piazze alberate.
Se al piano terra la corte interna dell'ex Deposito si aprirà alla città, al secondo piano il Giardino Pensile viene reinterpretato in chiave contemporanea come uno spazio espositivo per sculture immerse nel verde: concepito come un percorso labirintico, inviterà i visitatori a scoprire installazioni artistiche in un contesto naturale, creando una pluralità di visioni che si fonderanno con il paesaggio del quartiere e della vicina collina di Monte Mario.
Il verde: l'integrazione di piante e alberi, in un'area di Roma connotata da un aspetto fortemente minerale, contribuirà in modo significativo a incrementare la biodiversità e regolare il microclima locale, creando un ambiente piu' confortevole per i residenti.
AGI - Una zecca clandestina in grado di riprodurre monete da due euro, cinque cittadini cinesi sottoposti a fermo a Prato. Nel corso della mattinata, nel contesto di un'articolata attività investigativa, è stata data esecuzione a un provvedimento di fermo di indiziato di delitto, predisposto nei confronti di un presunto consorzio di natura transnazionale, costituito da soggetti cinesi radicati nell'area pratese, tutti ritenuti coinvolti, a vario titolo, in una strutturata attività di falsificazione, distribuzione e smercio di ingenti quantitativi di monete da due euro.
Il livello della contraffazione, secondo quanto reso noto da procura e comandante provinciale dei carabinieri di Prato, è di straordinario livello, in quanto idoneo a superare i più sofisticati dispositivi elettronici di controllo.
L'indagine e il meccanismo della frode
I provvedimenti cautelari d'urgenza sono scattati nella notte tra venerdì e sabato a causa del concreto pericolo di fuga degli indagati verso l'estero. Tra i cinque fermati, ora associati alla casa circondariale di Prato, figurano il vertice dell'organizzazione (47 anni) e due complici (37 e 51 anni). A loro carico l'accusa di associazione per delinquere aggravata dalla transnazionalita', finalizzata alla produzione e al traffico di monete false. Gli altri due soggetti fermati operavano invece come intermediari per la rete di distribuzione.
La zecca clandestina
Le indagini, avviate a novembre 2025 e condotte dai Carabinieri di Prato con il supporto del Nucleo Operativo Antifalsificazione Monetaria di Roma e della Legione Toscana, hanno svelato l'esistenza di due centri di produzione clandestini: un'officina metallurgica nell'area rurale di Quarrata (Pistoia) e una struttura in via Paoli a Prato.
La filiera industriale delle monete false
Il sodalizio criminale gestiva l'intera filiera industriale, a partire dall'importazione dalla Repubblica Popolare Cinese di oltre una tonnellata di semilavorati ("ring ed inner", ovvero anelli e piattelli dorati), fatti transitare da hub di sdoganamento in Germania e Belgio.
Il sequestro e i dettagli tecnici della contraffazione
L'inchiesta si è sviluppata a seguito di tredici distinti sequestri che hanno portato al recupero di quasi 20.000 monete false, sistematicamente introdotte nei cambia-monete delle sale slot e video-lottery della provincia di Prato per ottenere in cambio banconote genuine.
Le tecniche dei falsari
Gli accertamenti tecnici del Centro Nazionale di Analisi delle Monete ("Coin National Analysis Center") della Zecca di Stato hanno classificato i pezzi all'interno di una nuova e insidiosa classe di contraffazione. I falsari erano infatti capaci di replicare fedelmente il peso, le dimensioni e il magnetismo perfettamente baricentrico delle monete originali, riproducendo sia le facce nazionali di sette Paesi dell'Eurozona (Italia, Francia, Germania, Slovenia, Grecia, Belgio, Lussemburgo), sia diverse edizioni commemorative.
Le cooperazioni internazionali
La diffusione del fenomeno ha attivato i protocolli di sicurezza della Banca Centrale Europea. All'operazione hanno preso parte anche Europol e i tecnici della Zecca di Stato, mentre sono già state avviate le cooperazioni internazionali con la Repubblica Popolare Cinese e gli altri Stati europei coinvolti per ricostruire la rete completa dei contatti dell'organizzazione.
Mentre i soloni del buongusto passano le serate a vivisezionare l’algoritmo perfetto per esportare una finta modernità nei mercati d’oltreconfine, l’Europa si è risvegliata improvvisamente ai piedi di un 57enne con la dentatura micenea e la chioma color ala di corvo impomatata a specchio. All’Ariston non l’hanno visto arrivare, chiusi nell’ostinata certezza che la musica contemporanea debba coincidere per forza con il pop di plastica dei laboratori discografici. E invece la corona di Sanremo l’ha presa lui, Salvatore Michael Sorrentino, per tutti Sal Da Vinci, un performer d’assalto che ha attraversato le montagne russe di una carriera quarantennale, prima di ingranare la marcia trionfale. E adesso, a ridosso della finalissima di sabato 16 maggio di questo Eurovision Song Contest in crisi reputazionale alla Wiener Stadthalle di Vienna, in diretta su Rai 1, la sua anacronistica ballata sta scompaginando le geometrie dei bookmaker mondiali, ostinati a premiare la proposta della Finlandia con la canzone Liekinheitin, ferma però a metà delle interazioni social italiane.
L’Europa lo incorona, l’Italia intellettuale si barrica nel fastidio
Chi pensava che il fenomeno si sarebbe esaurito sui palchi di provincia dopo lo tsunami digitale di Rossetto e caffè, capace di agganciare gli algoritmi e intercettare le nuove generazioni su TikTok, oggi si ritrova costretto a seguire la delegazione italiana in Austria, dove l’abbronzatura pitonata del cantante sfida sfacciatamente l’incedere delle stagioni, il tempo e financo Carlo Conti. Mentre l’Europa lo incorona a colpi di clic, l’Italia intellettuale si barrica nel fastidio, capitanata dai vari Cazzullo che si sono affrettati a liquidare la sua Per sempre sì come la playlist ideale di un matrimonio camorristico, confezionando una polemica sterile che puzza di pregiudizio e che serve unicamente a nascondere il panico di chi si scopre improvvisamente incapace di interpretare il mercato delle piazze.
Persino i detrattori canticchiano il motivetto sotto la doccia
Dal palco di Largo Torretta fino alle conferenze viennesi, la replica dello scugnizzo ha infatti rasato al suolo i commentatori: «Chi grida agli stereotipi spesso cerca solo polemica, o forse nasconde un complesso d’inferiorità. Si parla di leoni da tastiera, io li chiamo fanc*zzo». Questa purificazione a colpi di lingua verace ha sancito la definitiva consacrazione a personaggio pubblico totale, trasformando le sue esagerazioni melodiche nel bersaglio preferito della satira nazionale quando Fiorello ha deciso di farne il pezzo forte a La Pennicanza, esasperandone gli eccessi teatrali con affetto goliardico per dimostrare che la partita è vinta, e costringendo persino i detrattori a canticchiare il motivetto sotto la doccia mentre si insaponano.
La trasferta austriaca trasformata in un gigantesco show antropologico
Del resto a Vienna la febbre del sentimento ha invaso le strade ben prima della diretta televisiva, trasformando la trasferta in un gigantesco show antropologico, nel quale il cantante si concede alla folla con genuinità straripante, ballando e cantando sulle scale della metropolitana circondato dai fan in video ormai virali, offrendo sfogliatelle calde ai passanti o improvvisandosi oste nei ristoranti, mentre i meme ironizzano sulla conquista dell’Europa e gli stessi delegati avversari intonano il pezzo nei corridoi del backstage.
Il pubblico dell’arena ha risposto con un’ovazione oceanica
Questa totale assenza di barriere ha espugnato il palco della Wiener Stadthalle durante la prima semifinale, presentata da Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini, per un habitat che è di per sé regno indiscusso del kitsch, dei lustrini e dell’esibizionismo sfrenato. Il pubblico dell’arena ha risposto con un’ovazione oceanica, in piedi a ballare e a replicare i tic della coreografia, mettendo le mani sul petto, battendole sul pugno e girandole sull’anulare per imitare il movimento nuziale delle mani.
In scena la celebrazione di un matrimonio tradizionale
La messinscena, curata da Marcello Sacchetta che arruola i professionisti di Amici, vede Francesca Tocca nel ruolo della consorte all’interno di una performance che mette in scena la celebrazione di un matrimonio tradizionale, con i ballerini-testimoni che aiutano lo sposo finché l’action non incontra la sposa davanti all’interprete officiante. Sullo special, quando il ritmo rallenta per la pausa sentimentale, scatta il colpo scenico: dopo un bacio al neo-marito, la ballerina si libera di gonna e strascico che si trasformano con una mossa di ballo acrobatica, alè, in una gigantesca bandiera tricolore, restituendo all’Europa l’esatta Italia fascinosa e amata che ha sempre desiderato consumare.
Ci si ritrova così davanti a un delirio digitale per lo show azzurro (già in finale, dato che lo status è blindato nel club dei “fab four”), che ha monopolizzato il web continentale, superando i 3,5 milioni di visualizzazioni sui canali social della manifestazione, e registrando oltre 36 milioni di stream complessivi, che hanno reso Sal Da Vinci di gran lunga il concorrente più virale dell’edizione.
Se il televoto sovrano dovesse scardinare i freni delle giurie tecniche…
«Non succede, ma se succede» è il mantra che Gabriele Corsi si porta cucito addosso da quella notte miracolosa di Rotterdam, quando i Måneskin andarono a prendersi l’Europa lasciando l’establishment italiano a bocca aperta. Cinque anni dopo, la storia si ripete ma ribalta completamente i connotati estetici: se sabato sera il televoto sovrano dovesse scardinare i freni delle giurie tecniche, i criticoni da salotto dovranno rassegnarsi a salire sul tavolo a ballare la sceneggiata matrimoniale napoletana. E allora sì, accussì, sarà pe’ sempe’ sì.
AGI - "Con quel Dna abbiamo fatto riaprire l'indagine ma sapevo che con quel Dna non si sarebbe messo in galera nessuno perché è parziale e ha tutti i limiti che la genetista Denise Albani ha poi sottolineato nella sua perizia. Ora con la discovery e la conoscenza di tutte le carte vediamo un quadro investigativo molto ampio e anche inquietante in cui le prove tecniche hanno un ruolo rafforzativo". Il genetista toscano Ugo Ricci è all'origine dell'inchiesta sul delitto di Garlasco assieme all'esperto tedesco Lutz Roewer col quale ha firmato la consulenza della difesa di Alberto Stasi che ha individuato il dna compatibile col ramo paterno di Andrea Sempio sulle unghie di Chiara Poggi.
A proposito del collega tedesco Ricci svela in un'intervista all'AGI perché Rower sia rimasto nell'ombra in tutti questi mesi: "Lui è un luminare in pensione, massimo esperto di 'cromosoma y' nel mondo. L'ho contattato in modo anonimo, senza fare nessun riferimento al caso di Garlasco e non ho indicato i nomi di Alberto Stasi e Andrea Sempio qualificandoli solo come 'soggetto a' e 'soggetto b'. Lui voleva mandarmi il report molto dettagliato gratuitamente, poi gli è stato pagato 600 euro. Il fatto che non gli avessi accennato nulla sul caso dà ancora più forza alle sue conclusioni. Ora lo sa? Non lo so, si sta godendo serenamente la sua pensione".
I due grimaldelli per riaprire il caso e le critiche ai Ris
Ricci definisce il Dna sulle unghie e l'impronta 33 sul muro della scala che porta alla cantina attribuita a Stasi dalla Procura di Pavia "i due grimaldelli per riaprire la vicenda" ma, assicura, "della ricostruzione dell'accusa e delle indagini svolte contenute in ben 79 faldoni noi non sapevamo proprio nulla e credo che ancora non sappiamo tutto, verra' fuori altro". Per Ricci "i pm non si sono mossi per mere evidenze scientifiche ma adesso il Dna e l'analisi sulle impronte in un quadro generale assumeranno una valenza molto forte". Lo studioso ritiene che quanto emerso "è inquietante" ed "è raccapricciante paragonare l'esiguità degli elementi coi quali si è arrivati alla condanna di Stasi a quelli emersi ora per Sempio".
Evidenzia un punto di svolta nella prima indagine che potrebbe avere portato 'fuori strada' la Procura all'epoca della prima inchiesta: "Fu quando il gip annullò il fermo di Stasi per la presunta presenza di tracce di dna della vittima sui pedali della bicicletta ricondotta a Stasi. I Ris sbagliarono, ovviamente in modo colposo, e non fecero una bella figura. Da quel momento a livello psicologico e, forse in modo inconsapevole, hanno continuato a indagare su Stasi, andando in un'unica direzione. Ci sono voluti 11 anni per ribaltare la perizia De Stefano sul Dna nell'appello-bis".
AGI - Una neonata è morta di ipotermia subito dopo lo sbarco a Lampedusa, durante il trasferimento al Poliambulatorio. Alle 4.30 sono approdate su molo Favarolo 55 persone soccorse dalla motovedetta V1307 della guardia di finanza, originarie di Camerun, Costa d'Avorio, Gambia, Guinea, Mali, Nigeria e Sierra Leone. Tra loro 7 donne e 6 minori. La piccola, in condizioni critiche, è stata trasferita con la madre al Poliambulatorio dove i medici ne hanno constatato il decesso.
Il mondo intero pesa le parole del vertice tra Donald Trump e Xi Jinping. In prima fila c’è Taiwan, sempre a metà tra la speranza di continuare a essere ritenuta uno snodo strategico e il timore di diventare una pedina sacrificabile. Tra i presidenti di Stati Uniti e Cina, prova a incunearsi una donna, che può potenzialmente diventare una figura imprevedibilmente centrale. Si tratta di Cheng Li-wun, la leader del Kuomintang (KMT), principale partito d’opposizione a Taipei con posizioni ultra dialoganti con il Partito Comunista Cinese (PCC). Solo poche settimane prima del summit tra Xi e Trump, Cheng è stata a Pechino per incontrare il leader cinese, nel primo colloquio tra i capi di KMT e PCC dopo quasi un decennio. E, a giugno, Cheng sarà negli Stati Uniti, dove spera di incontrare anche Trump. Non sarà semplice riuscire ad “agganciare” il presidente americano, ma in caso di riuscita l’impatto sulle dinamiche della politica taiwanese e delle relazioni con le due superpotenze potrebbe essere notevole.
L’ascesa (con giravolta) di Cheng alla guida del KMT
L’ascesa di Cheng è stata rapida e inattesa. Nata 56 anni fa nella contea rurale di Yunlin, con radici familiari nello Yunnan, Cheng non proviene dall’élite tradizionale di Taipei. Dopo gli studi a Cambridge, entra nel Partito Progressista Democratico (DPP), ritenuto «secessionista» da Pechino. Sono gli anni della democratizzazione, della fine dell’egemonia assoluta del KMT e dell’ascesa di un movimento che si presentava come il simbolo della nuova identità taiwanese. In quel periodo Cheng parla apertamente di indipendenza e attacca il KMT dell’era Chiang Kai-shek. Poi arriva la svolta. Nel 2005 passa improvvisamente al ‘nemico’. Un salto politico e identitario enorme, quasi traumatico nella polarizzatissima Taiwan. È l’anno del celebre “viaggio di pace” di Lien Chan a Pechino, il primo incontro tra leader di PCC e KMT dopo la guerra civile. Cheng fa parte della delegazione.
La leader del Luomintang, Cheng Li-wun (Ansa).
La sua carriera però non segue un percorso lineare. Viene eletta allo Yuan legislativo (il parlamento unicamerale di Taipei) nel 2008, nel pieno del ritorno al potere del KMT con Ma Ying-jeou. Poi diventa portavoce del governo, salvo uscire dal parlamento e condurre un talk show televisivo. Dopo un nuovo mandato parlamentare ottenuto nel 2020, alle elezioni del 2024 non viene rieletta, nonostante il KMT risulti il primo partito alle Legislative. La sua vittoria alla leadership del KMT nell’ottobre scorso è una grande sorpresa. L’establishment del partito aveva puntato su altre figure, ma Cheng vince facendo leva su uno stile completamente diverso: aggressivo, combattivo, iper-mediatico. Lancia la sua Opposition Alliance, promette di combattere il presunto “terrore verde” del DPP (concetto ribaltato dal “terrore bianco” dell’era della legge marziale di Cheng) e utilizza i social con un linguaggio molto più diretto rispetto ai vecchi dirigenti del KMT. Funziona.
Lo storico incontro con Xi a Pechino
Con Cheng, il partito smette infatti di muoversi in modo prudente sul dossier Cina. Il suo predecessore, Eric Chu, aveva cercato di mantenere un equilibrio delicato, evitando di apparire troppo vicino a Pechino in una fase in cui l’opinione pubblica taiwanese, soprattutto dopo Hong Kong, aveva preso ulteriori distanze da Pechino. Sin dal primo discorso da leader in pectore del KMT, Cheng dichiara invece di voler rendere i taiwanesi «orgogliosi di essere cinesi». Inizia a parlare di dialogo strutturato con Pechino, critica il riarmo accelerato di Taiwan e sostiene che la diplomazia possa essere «un deterrente tanto quanto le armi». Così si arriva al viaggio in Cina continentale, culminato nell’incontro con Xi, che ha ricevuto Cheng il 10 aprile, anniversario del Taiwan Relations Act firmato nel 1979 da Jimmy Carter, la legge che ancora oggi costituisce l’architrave dei rapporti tra Washington e Taipei. Non è una coincidenza. Xi ha sfruttato l’incontro per rafforzare la narrazione secondo cui la «riunificazione pacifica» resta possibile e per mostrare sia all’opinione pubblica cinese sia a Washington che esiste ancora una sponda politica dialogante a Taiwan. Cheng ha insistito sulla comune identità culturale cinese, sulla necessità di evitare che Taiwan diventi una «scacchiera per interferenze esterne». Il segnale è rivolto anche agli Stati Uniti. Xi può indicare il dialogo con Cheng come una prova che Taiwan è una «questione interna» che può essere risolta anche in modo politico.
La presidente del Kuomintang Cheng Li-wun con Xi Jinping il 10 aprile 2026 (Ansa).
Il viaggio negli Usa e la speranza di incontrare Trump
Dopo il viaggio in Cina, Cheng ha intanto annunciato che a giugno visiterà gli Stati Uniti per oltre 10 giorni, incontrando funzionari americani, think tank e comunità taiwanesi. Ma soprattutto ha dichiarato apertamente di «sperare di incontrare Trump». Una mossa eccezionale per una leader dell’opposizione taiwanese. Non solo per la delicatezza dei rapporti tra Washington e Pechino, ma perché Cheng sta provando a costruirsi una legittimità internazionale parallela rispetto a quella del governo taiwanese in carica. La strategia è piuttosto chiara. Cheng vuole convincere gli ambienti Maga che la stabilità nello Stretto non passa necessariamente per il riarmo accelerato di Taiwan, ma attraverso il dialogo diretto con Pechino. Una narrazione pensata soprattutto per intercettare la componente meno interventista e più isolazionista del trumpismo. Non a caso, Cheng insiste sul fatto che la sua missione serve a evitare una crisi simultanea tra Stati Uniti e Cina e che una pace «istituzionalizzata» nello Stretto rappresenterebbe anche un vantaggio strategico per Washington. Pechino osserva con attenzione. Un eventuale incontro tra Trump e Cheng verrebbe inevitabilmente interpretato come un riconoscimento implicito della linea politica del KMT e, indirettamente, della strategia cinese sulla «riunificazione pacifica».
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa).
Un eventuale, seppur complicato da prevedere, incontro tra Cheng e Trump avrebbe conseguenze rilevanti sulla politica taiwanese. L’opposizione potrebbe raccontarsi come l’unica forza in grado di dialogare sia con Pechino che con Washington, abbassando i rischi di un conflitto ed evitando che Taiwan diventi una “merce di scambio“. Soprattutto in una fase in cui il presidente Lai Ching-te, ritenuto un «secessionista» dal PCC, fatica a trovare spazio di manovra internazionale. Tanto che, la scorsa estate, la Casa Bianca gli avrebbe negato un transito negli Stati Uniti nell’ambito di un viaggio diplomatico in America Latina.
Il presidente taiwanese Lai Ching-te (Ansa).
L’obiettivo è diventare la Signora della pace nello Stretto
Il DPP sostiene che Cheng stia erodendo la sovranità di Taipei, facendo il gioco di Pechino sul fronte della sicurezza. Dopo mesi di scontri e blocchi, il parlamento ha approvato un budget speciale per la difesa. Grazie alla maggioranza assoluta derivante dall’alleanza tra KMT e Partito Popolare (TPP), il partito di Cheng ha tagliato di oltre un terzo il bilancio proposto dal DPP. Lai ha a lungo insistito su un piano da 40 miliardi di dollari, utile ad acquistare nuove armi dagli Stati Uniti e rafforzare le capacità di guerra asimmetrica di Taipei. Alla fine, invece, il budget approvato è stato di 25 miliardi di dollari, pari a un taglio di circa il 38 per cento. Il tutto non incontra il gradimento di Washington, che ha più volte insistito sulla necessità di Taiwan di aumentare in modo esponenziale le sue spese di difesa, «prendendo esempio da Israele». Un potenziale ostacolo alla riuscita della missione americana di Cheng, che scommette sull’appeasement tra Xi e Trump per ritagliarsi il ruolo di signora della pace sullo Stretto di Taiwan, canale d’acqua cruciale tanto quanto (se non più) quello di Hormuz.