Hantavirus: trasmesso dagli animali, non ha una cura specifica

AGI - L'infezione da hantavirus, che ha causato la morte di tre persone sulla nave da crociera Mv Hondius , è una malattia virale trasmessa all'uomo dai roditori. Il virus è presente nell'urina e nelle feci degli animali. "Gli essere umani - si legge sul sito del ministero della Salute - contraggono l'infezione quando entrano in contatto con i roditori, i loro escrementi o la loro urina o possibilmente inalando particelle virali in luoghi in cui sono presenti grandi quantità di escrementi di roditori.

L'infezione da hantavirus non si trasmette da persona a persona

La maggior parte degli hantavirus non si diffonde da persona a persona; raramente, nella parte meridionale del Sud America, l'hantavirus delle Ande si diffonde direttamente tra le persone a stretto contatto fisico. Alcune specie sono presenti in Europa, dove si stanno espandendo in nuove aree e aumentando in quelle endemiche consolidate". In Europa le malattie da hantavirus si stanno diffondendo sia come numero di casi che come aree infette.

Sintomi dell'infezione da hantavirus 

Le malattie da hantavirus possono essere caratterizzate da coinvolgimento renale (nefrite) ed emorragie oppure da una sindrome polmonare. Si tratta di malattie acute in cui l'endotelio vascolare viene danneggiato con conseguente aumento della permeabilità vascolare, ipotensione, manifestazioni emorragiche e shock. Le tre sindromi che caratterizzano l'infezione da hantavirus sono: la febbre emorragica con sindrome renale (Haemorrhagic Fever with Renal Syndrome - HFRS), frequente in Europa e in Asia; la nefropatia epidemica (NE), una forma lieve di HFRS osservata in Europa; e la sindrome polmonare da hantavirus (Hantavirus cardiopulmonary syndrome - HCPS), frequente nelle Americhe.  

I sintomi dell'infezione da hantavirus iniziano con febbre improvvisa, mal di testa e dolori muscolari, tipicamente circa 2 settimane (ma possibilmente anche 6 settimane) dopo l'esposizione agli escrementi o all'urina dei roditori. Alcuni soggetti lamentano anche dolore addominale, nausea, vomito e diarrea. Questi sintomi continuano per vari giorni. Le persone con sindrome polmonare da hantavirus sviluppano quindi tosse e respiro affannoso, che possono aggravarsi nel giro di poche ore. Del liquido si forma intorno ai polmoni e la pressione arteriosa si abbassa.

La sindrome polmonare causa il decesso in circa il 50% delle persone

Coloro che sopravvivono i primi giorni migliorano rapidamente e guariscono del tutto in 2-3 settimane. Alcune persone affette da febbre emorragica con sindrome renale l'infezione è lieve e non provoca sintomi. In altri casi, si manifestano improvvisamente sintomi vaghi (come febbre alta, dolori muscolari, cefalea e nausea). Coloro che presentano sintomi di lieve entità guariscono completamente. Nelle altre persone la sintomatologia si aggrava. In alcuni soggetti, si sviluppa grave ipotensione arteriosa (shock). Si instaura un'insufficienza renale e la produzione di urina può interrompersi (anuria).

Possono comparire sangue nelle urine e/o nelle feci ed ecchimosi sulla pelle. Fino al 15% dei pazienti muore, a seconda del ceppo del virus e dei problemi medici sottostanti del soggetto. La maggior parte di coloro che sopravvivono si riprende in 3-6 settimane, ma la guarigione può richiedere fino a sei mesi. I trattamenti consistono in cure di supporto: per la sindrome polmonare, ossigeno e farmaci per stabilizzare la pressione arteriosa; per la sindrome renale da febbre emorragica, dialisi e il farmaco antivirale ribavirina. 

Il ministero della Salute: “Nessun allarme in Italia. Non c’è una nuova pandemia”

AGI - Nessun allarme per il caso hantavirus. "Voglio dire agli italiani di non allarmarsi" per l'hantavirus "perché le autorità competenti stanno facendo il loro lavoro a livello nazionale, regionale e anche internazionale": lo ha assicurato il capo dipartimento Prevenzione ed emergenze sanitarie del ministero della Salute, Maria Rosaria Campitiello, che in un'intervista al Corriere della Sera ha ribadito che "i quattro passeggeri che erano sul volo KLM stanno tutti bene, non hanno sviluppato sintomi. Si tratta di due italiani e di due persone di nazionalità straniera, di cui una risiede in Italia mentre l'altra è un turista".

"Nessun allarme per il caso hantavirus"

"Come ministero siamo continuamente in contatto con le amministrazioni in cui si trovano i 4 passeggeri", ha sottolineato il capo dipartimento Prevenzione ed emergenze sanitarie del ministero della Salute, "venerdì scorso abbiamo fatto una riunione con tutte le Regioni e con le autorità sanitarie nazionali, sentiamo costantemente sia i nostri colleghi dell'Oms che i referenti del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie".

"Non siamo di fronte a una nuova pandemia"

"Non ci sono altre persone in isolamento preventivo", ha aggiunto Campitiello, "ho letto che in Italia sarebbe 'sbarcato' l'Hantavirus. Non è così. Voglio rassicurare i cittadini italiani: non ci troviamo di fronte a una nuova pandemia. E non ci sono casi di Hantavirus al momento in Italia. Bisogna evitare allarmismi. Il ministero sta agendo in raccordo con le autorità sanitarie nazionali e internazionali. Stiamo seguendo l'evoluzione del quadro. Ma il rischio è basso a livello di popolazione mondiale e molto basso in Europa. Parliamo di un virus a basso contagio".

Quanto bisogna attendere per scongiurare altri casi? "Il periodo di incubazione è lungo, quindi è giusto consigliare l'isolamento fiduciario. La contagiosità, che richiede contatti ravvicinati e prolungati, sembra partire solo al momento dei sintomi".

Il piano pandemico 2025-29

Il piano pandemico 2025-29 appena approvato si sta dimostrando efficace? "Aver approvato il piano pandemico 2025-29 è stato fondamentale perché l'Italia non si trovi impreparata. È un lavoro molto serio fatto con le Regioni, che mette tutti nelle condizioni di operare al meglio. Abbiamo tutti gli strumenti per intervenire in modo rapido e sistematizzato".

Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia

Fratelli coltelli d’Italia. L’ultima puntata della serie post referendum dipinge uno scenario inedito nella guerra tra bande interna al partito di Giorgia Meloni. Iniziato con le dimissioni di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi (fazione Fazzolari), proseguito con la rimozione di Daniela Santanchè (fazione La Russa), il conflitto si sposta in ‘casa’ di Alessandro Giuli.

Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia
Alessandro Giuli (Ansa).

La controffensiva di Giuli: via Merlino e Proietti

Il ministro-dandy, finito nel mirino per la gestione dei casi Venezi e Biennale, cerca di rialzare la testa e reagisce punendo i suoi, ovvero defenestrando il capo della segreteria tecnica, Emanuele Merlino, e la segretaria particolare, Elena Proietti. Il primo pagherebbe per i mancati finanziamenti al docufilm su Giulio Regeni, stigmatizzati come «inaccettabili» dal ministro nei giorni scorsi. La seconda, viene riferito, non si sarebbe presentata in aeroporto, ‘bucando’ una missione di Giuli a New York. Il problema è che Merlino è ritenuto vicinissimo a Giovanbattista Fazzolari (ancora lui), mentre Proietti è consigliera comunale a Terni e responsabile del dipartimento regionale del Turismo per Fratelli d’Italia.

Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia
Emanuele Merlino (Imagoeconomica).

I silenzi dopo l’indiscrezione del Corriere

La notizia dei licenziamenti viene fatta filtrare di domenica, poco dopo pranzo, tramite il sito del Corriere della sera. E fino a sera nessuno conferma ufficialmente che i decreti di revoca degli incarichi siano stati già firmati da Giuli, come riportato dal quotidiano online. Il ministro non risponde. E i suoi collaboratori sostengono di non avere elementi per confermare né smentire (salvo, poi, nel corso del pomeriggio cancellare ogni traccia dei messaggi ai cronisti). Fonti governative di maggioranza che frequentano il Collegio romano sostengono che i decreti non sono ancora stati firmati. E così anche da Palazzo Chigi ambienti vicini a Fazzolari instillano il dubbio che i provvedimenti non siano ancora definitivi. Insomma, tutto fa pensare a una soffiata ai giornali per far saltare l’operazione decisa da Giuli.

Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia
Giovanbattista Fazzolari (Imagoeconomica).

Lollobrigida cerca (inutilmente) di gettare acqua sul fuoco

Poi, poco dopo le 20.30, arriva la nota di Francesco Lollobrigida. Il ministro parla a titolo di capo delegazione di FdI nel governo e l’intento del comunicato è quello di gettare acqua sul fuoco: i licenziamenti sono liquidati come «normali avvicendamenti» al MiC. Ma l’effetto è esattamente l’opposto. In primo luogo perché, in quasi quattro anni di governo, non si ricorda un intervento di Lollobrigida a ‘sanare’ crepe interne all’esecutivo cosi evidenti da far apparire la situazione tanto grave. E poi perché le parole del titolare dell’Agricoltura non sono in alcuno modo rassicuranti.

Giuli, i licenziamenti al ministero e la guerra interna a Fratelli d’Italia
Francesco Lollobrigida (Imagoeconomica).

«Il ministro Giuli ha ritenuto, come è d’altronde suo diritto, modificare l’assetto della sua segreteria. Non è né la prima volta che accade in questo come nei governi che ci hanno preceduto. Il gabinetto deve corrispondere alle esigenze funzionali, almeno per alcuni ruoli direttamente dipendenti dal ministro, a un rapporto di totale sintonia. Anche per questo la legge consente modifiche basate esclusivamente sul rapporto fiduciario nell’incarico specifico», premette Lollobrigida, la cui addetta stampa è stata per anni la sorella di Giuli, Antonella (ora all’ufficio stampa della Camera). Dicendosi «certo che il collega Giuli saprà individuare le persone più idonee a ricoprire i ruoli in linea con il presupposto fiduciario, oltre che di competenza», Lollobrigida sottolinea che Merlino e Proietti sapranno «essere utili in altri ruoli nell’ambito istituzionale» poiché «la loro esperienza e capacità sono», per quanto lo riguarda, «indiscusse». In altre parole, difende Giuli e cerca di placare la fronda Fazzolari promettendo una ricollocazione dei defenestrati. Insomma, la puntata è finita ma la saga è appena iniziata. Pop corn per le opposizioni.

Fulminacci, live a sorpresa a Trastevere. Folla in via della Pelliccia

AGI - Folla di fan questo pomeriggio a Trastevere, in via della Pellicia per una esibizione a sorpresa del cantante romano Fulminacci, pseudonimo di Filippo Uttinacci, reduce dal successo di Sanremo con il brano "Stupida fortuna".  Chitarra acustica in spalla e nessun preavviso: Fulminacci si è fermato lungo la via e ha iniziato a suonare, attirando in pochi minuti una folla di fan e curiosi. I presenti hanno intonato con lui alcuni dei brani più celebri del suo repertorio, creando un’atmosfera da concerto intimo e partecipato. L'occasione era l'inaugurazione di un locale nel quartiere.

In pochi minuti le immagini del live improvvisato sono finite sui social, rimbalzando tra Instagram e TikTok e diventando virale.

 

 

Fulminacci ad aprile si è esibito al palazzetto dello Sport dell'Eur per un concerto sold out mentre il primo maggio ha preso parte al concertone di Piazza San Giovanni.

Fulminacci si è esibito live a Trastevere in occasione dell'inaugurazione del 'Peroni Store', il negozio di abbigliamento firmato Peroni in via della Pellicia numero 9. 

 

Escalation criminale nella periferia di Palermo, notte di paura allo Zen

AGI - Resta alta la tensione nelle periferie di Palermo. Nuovi spari nella notte contro attività commerciali allo Zen, un panificio e una macelleria. Colpi di pistola e di fucile che sono ulteriori messaggi inquietanti dopo le raffiche di Kalashnikov delle settimane scorse tra San Lorenzo e Sferracavallo, e soprattutto dopo i due omicidi registrati ieri, al Villaggio Santa Rosalia e al Cep. Insomma, da tempo, è allarme sicurezza nel capoluogo siciliano. La politica, su ogni fronte, chiede una stretta.

Il quartiere Zen di Palermo "appare sempre più fuori controllo. Gli episodi criminali - afferma Roberta Schillaci, segretaria della commissione regionale Antimafia e vice capogruppo del Movimento Cinquestelle all'Assemblea regionale siciliana - si ripetono frequentemente lasciando sgomenti tanti cittadini che pure in quell'area di Palermo vivono nella legalità e cercano di guardare al futuro con speranza. La notte scorsa sono stati esplosi colpi di pistola contro due attività commerciali. È il chiaro segnale che c'è chi agisce perché vuole mettere soggezione alla comunità e al tessuto economico e produttivo dello Zen. Nell'ultima settimana si è registrato un fatto assai preoccupante: qualcuno tramite i social ha imposto la serrata ai mercatali dello Zen per consentire il funerale di un soggetto già noto alle forze dell'ordine. Il crinale raggiunto ormai è allarmante".

L'appello della commissione regionale antimafia

Da qui l'auspicio che il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza "si riunisca immediatamente per assumere decisioni non rinviabili. Come commissione regionale Antimafia abbiamo fatto sentire la nostra voce in più occasioni, ora è il tempo della responsabilità e dell'azione".

La richiesta di fratelli d'italia

Dello stesso tenore l'intervento di FdI: "Gli episodi intimidatori avvenuti allo Zen, e nelle settimane scorse a Sferracavallo, sono inaccettabili. I colpi di pistola esplosi contro le vetrate delle attività colpiscono non solo gli imprenditori coinvolti, ma l'intera comunità che ogni giorno lavora onestamente", commentano Luca Sbardella, commissario di FdI in Sicilia, Raoul Russo, senatore e coordinatore provinciale del partito, e Antonio Rini, presidente provinciale. "È necessario alzare il livello di attenzione e rafforzare i controlli sul territorio - aggiungono - soprattutto nelle aree più esposte, per garantire sicurezza ai cittadini e alle attività commerciali. Per questo chiediamo al prefetto una presenza ancora più costante delle forze dell'ordine per prevenire e contrastare con fermezza ogni forma di criminalità. Saremo al fianco di chi denuncia e resiste, perché la legalità va difesa ogni giorno con atti concreti", concludono".

Pinze dimenticate nell’addome, l’esperto: “Una svista grave”

AGI - Dolori insopportabili ai quali ha dovuto resistere per mesi, fino a quando una tac non ha rivelato una causa impensabile. Una donna di 53 anni di Casandrino, in provincia di Napoli, dall'ottobre dello scorso anno ha avuto nell'addome le pinze chirurgiche che sono state "dimenticate" durante un intervento di addominoplastica eseguito in una clinica di Napoli.

Dopo l’operazione, la paziente avrebbe iniziato ad accusare forti dolori, malori e perdita di coscienza. Inizialmente i sintomi sarebbero stati attribuiti a normali conseguenze post operatorie. Una volta scoperto l'arcano la 53enne, che risiede nel Piacentino, si è rivolta alla polizia e ha denunciato il chirurgo che l'ha operata. Nei prossimi giorni sarà sottoposta a un intervento per la rimozione delle pinze.

I numeri della chirurgia estetica in Italia

“In Italia gli interventi di chirurgia estetica vengono eseguiti ogni giorno con numeri molto elevati. Secondo i dati della Società Internazionale di Chirurgia Estetica, nel 2024 sono stati effettuati circa 27 mila interventi di addominoplastica” spiega Roberto Valeriani, specialista in Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica e docente presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Internazionale UniCamillus di Roma. "La tutela della salute del paziente rappresenta la priorità assoluta attraverso linee guida rigorose, protocolli di sicurezza e controlli eseguiti sia prima sia al termine dell’intervento”. 

 

 

Secondo il professore, quanto accaduto sembrerebbe riconducibile a "una grave svista, certamente importante e da non sottovalutare, ma che, fortunatamente, non ha avuto azioni letali per la paziente”.

L’errore umano e la responsabilità medica

Il professor Valeriani invita però a non generalizzare: “L’errore umano può esistere anche in ambito sanitario, ma non si può trasformare un episodio isolato in una condanna verso un’intera categoria professionale”.

“Parliamo di casi estremamente rari - conclude il Valeriani - che proprio per la loro eccezionalità generano un forte impatto mediatico. Tuttavia, questa attenzione rischia di oscurare il grande lavoro che la chirurgia plastica sta portando avanti da anni per aumentare sempre di più gli standard di sicurezza, migliorare i protocollo e garantire ai pazienti interventi sempre più controllati e sicuri”.

 

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione

Una figuraccia come quella rimediata la scorsa settimana sarebbe stata più che sufficiente per indurlo a farsi da parte. Ma Gianni Infantino, presidente della Fifa, a levarsi di torno non ci pensa proprio. Da quando è a capo dell’organizzazione che governa il calcio ha passato il tempo a piegarla su se stesso, facendola coincidere con la sua persona: Fifantino.

Un pacificatore fallito: la figuraccia di Vancouver

L’interpretazione egocentrica del ruolo non lo mette al riparo dal collezionare scivoloni. Come quello che ha messo in curriculum lo scorso 30 aprile, in occasione del 76° Congresso Fifa tenuto a Vancouver (Canada). Convinto di poter recitare il ruolo di grande pacificatore (che nessuno gli ha assegnato), Infantino ha chiamato al centro della scena il presidente della federazione palestinese, Jibril Al Rajoub, e il vicepresidente della federazione israeliana, Basim Sheikh Suliman. Pretendeva una stretta di mano, per dimostrare che la Fifa è capace di regalare un istante di pace anche tra parti ferocemente divise. Risultato: stretta di mano rifiutata e boomerang che torna veloce sulla pelata presidenziale. Infantino si è limitato a dire che certe situazioni sono complicate. Come se avesse soltanto scambiato il sale col pepe rosa.

Un mix di personalismo e riformismo megalomane

Una scena emblematica del modo di governare infantiniano, quella rappresentata a Vancouver. Un impasto di personalismo, improvvisazione, presunzione e faccia bronzea. Sintetizzando il tutto con un’etichetta: dilettantismo politico. Ma proiettato su una dimensione di governo che si espande su scala globale e pretende di abbracciare un mappamondo più vasto di quello tracciato dall’Onu (211 federazioni calcistiche nazionali contro i 193 Stati nazione riconosciuti dalle Nazioni Unite). Questa è la Fifa governata dall’avvocato italo-svizzero. Un ex oscuro segretario generale dell’Uefa che, per una straordinaria coincidenza di circostanze, si è trovato la strada spianata verso la presidenza del calcio mondiale. E che adesso lo governa in modo pasticciato, mettendo se stesso davanti a tutto e imprimendo un riformismo megalomane, che ha il solo effetto di inflazionare le competizioni e renderle sempre più costose.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
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Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione

Il servilismo nei confronti di Trump

A dimostrare questo andazzo sono state le due grandi manifestazioni che Infantino ha voluto fortemente: il Mondiale Fifa per Club e il Mondiale per nazionali in versione extralarge, passato d’un colpo da 32 a 48 squadre. Due competizioni pacchiane, tecnicamente discutibili, caratterizzate da prezzi indecenti dei biglietti e conseguenti spalti vuoti in diverse gare. Ma lui è contento così e sventola l’aumento del montepremi, o le fantascientifiche cifre delle richieste di biglietti online. Come se questi fossero i parametri per giudicare lo stato di salute del movimento. E mentre sfoggia numeri mirabolanti, si preoccupa di intessere rapporti politici muovendosi con un piglio da segretario generale dell’Onu. Il servilismo nei confronti di Donald Trump – insignito di un inedito Premio Fifa per la Pace, che già basterebbe per battezzarlo definitivamente Fifantino – è degno del miglior Giandomenico Fracchia.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Infantino consegna a Trump il premio Fifa per la pace (foto Ansa).

Il pasticcio della Coppa d’Africa scopre la classe dirigente infantiniana

Ma anche la gestione delle periferie dell’impero desta non pochi imbarazzi. Il pateracchio dell’ultima Coppa d’Africa, con l’irrisolta querelle fra Marocco e Senegal, porta la sua firma perché ha visto in prima linea due uomini della sua massima fiducia: il presidente della confederazione calcistica africana (CAF), Patrice Motsepe, e il segretario generale allora in carica della stessa CAF, Véron Mosengo Omba, svizzero di origine congolese nonché stretto collaboratore di Infantino. Il disastro combinato da quei due è un marchio d’infamia per la stessa Fifa. In seguito a quel fattaccio, ma anche per avere superato i limiti di età per rivestire la carica di segretario generale, Mosengo Omba si è dimesso a fine marzo. Ma è già pronto a rientrare in pista come candidato presidente della federcalcio congolese. Evidentemente non riesce a fare a meno del campo, così come Motsepe. Che, quando venne eletto per la prima volta alla presidenza della CAF, disse che avrebbe fatto un solo mandato. E invece è ancora lì a fare il secondo. L’inscalfibile classe dirigente infantiniana.

Infantino e la sua Fifa tra megalomania e autocelebrazione
Patrice Motsepe (Ansa).

L’autocelebrazione e il culto della personalità

Ma, per il capo del calcio mondiale, questo e molti altri episodi sono roba secondaria. Il suo culto della personalità, che è anche l’altra faccia di un insopprimibile complesso di inferiorità che lo porta a una ininterrotta celebrazione di se stesso. E poiché giusto quest’anno ricorre il decennale della sua elezione alla presidenza, ecco il diluvio di celebrazioni. Il sito Fifa è stato usato per diffondere un imbarazzante messaggio a più voci in cui i più fidi collaboratori incensano il capo. E adesso è stato appena mandato in libreria un volume celebrativo. Del quale omettiamo il titolo perché non leggerlo è il solo uso sensato che se ne possa fare. L’autore è Alessandro Alciato, insipido bordocampista promosso agiografo ufficiale. Così vanno le cose nel regno di Fifantino. Blatter era un modesto travet, al confronto.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi

Settant’anni e non sentirli? Magari fosse così. L’Eurovision Song Contest spegne 70 candeline a Vienna, ma l’aria che tira nella capitale austriaca non somiglia a quella di un compleanno felice. La kermesse che una volta spacciava il sogno di un’Europa unita a colpi di sintetizzatori e coreografie improbabili, oggi si ritrova a gestire un inventario di cocci rotti, defezioni di massa e un imbarazzo istituzionale che neanche quintali di fondotinta riescono a coprire.

Se una “Big Five” se ne va, significa che il meccanismo si è rotto

Il motto è ancora “United by Music”, ma la realtà è che siamo “Divided by War”. Il grande esodo non è una minaccia: è un dato di fatto che ha mutilato il cartellone. Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda hanno sbattuto la porta. Il forfait di Madrid è quello che fa più rumore: il Paese oggi governato da Pedro Sánchez non saltava il giro dal 1961. Se una “Big Five” (i soci di maggioranza che staccano gli assegni pesanti assieme a Italia, Francia, Germania e Regno Unito) se ne va, significa che il meccanismo si è rotto definitivamente. La Slovenia rincara la dose: niente canzonette, spazio a “Voices of Palestine”, una serie di documentari che sono il contrappasso perfetto per le paillettes austriache e un ceffone alla presunta a-politicità del contest.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Attivisti con la bandiera della Palestina protestano in Serbia contro la partecipazione di Israele all’Eurovision (foto Ansa).

Ma quale neutralità: la Russia fu fatta fuori, Israele no

Il convitato di pietra, manco a dirlo, è Israele. Mentre a Gaza si muore, a Vienna si canta, ma con le mani legate da un regolamento che trasuda ipocrisia lontano un miglio. L’Ebu, l’Unione europea di radiodiffusione, si aggrappa al feticcio della “neutralità”, dimenticando però che nel 2022 la Russia è stata fatta fuori in 24 ore per l’invasione dell’Ucraina. Per Tel Aviv, invece, si applica la dottrina dello show must go on a ogni costo. Due pesi, due misure. E una credibilità che cola a picco come un trucco pesante sotto i riflettori.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Il palco dell’Eurovision nel 2021 (foto Unsplash).

Come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica

In questo clima da ultima spiaggia, l’Italia schiera Sal Da Vinci. L’ultimo reduce del melodico partenopeo, fresco di corona sanremese, si presenta con Per sempre sì. Una coreografia da matrimonio che fa sorridere se non fosse che il contesto è tragico. Lui, in conferenza stampa, ha provato a fare il pompiere filosofo: «La musica non ha colori». Un bagno di pace, un palcoscenico per l’eternità. Una narrazione che sposa perfettamente quella della Rai (che trasmette le semifinali del 12 e 14 maggio e la finale di sabato 16 maggio) e del direttore del Prime Time Williams Di Liberatore, che ha parlato di «moral suasion» per includere artisti palestinesi mentre si continua a ballare con chi è nell’occhio del ciclone. Peccato che l’unico conflitto ammesso, secondo loro, sia quello “interiore dell’artista”, come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Sal Da Vinci (foto Ansa).

Dopo gli scandali e le manipolazioni sui voti, si prova a ripulire il marchio

I conduttori italiani dell’edizione 2026 cosa dicono? Elettra Lamborghini prova a credere alla solita favoletta della musica che unisce («Chapeau per chi decide di non partecipare, rinunciando a una grande opportunità»), mentre Gabriele Corsi ammette di invidiare «chi ha solo certezze» (ricordando di essere ambasciatore Unicef per smarcarsi dalla responsabilità). Intanto l’Ebu tenta di salvare il salvabile blindando il giocattolo. Dopo lo scandalo dei voti pilotati a Malmö nel 2024, è scattato lo stop al marketing di Stato finanziato dai governi. Un tentativo disperato di ripulire un marchio che ha perso credibilità dopo i sospetti di manipolazione del 2025, quando il secondo posto israeliano sollevò pesanti dubbi sulla trasparenza dei risultati.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Elettra Lamborghini e Gabriele Corsi durante la presentazione Rai di Eurovision Song Contest 2026 (foto Ansa).

Persino il vincitore svizzero del 2024 ha riconsegnato il trofeo

Ma il muro del dissenso non si abbatte con un algoritmo. Oltre mille artisti, guidati da nomi come Roger Waters, Peter Gabriel, Brian Eno e i Massive Attack, hanno firmato la lettera aperta “No Music for Genocide” che smonta ogni illusione di neutralità. Persino Nemo, vincitore svizzero del 2024, ha riconsegnato il trofeo, denunciando che senza valori le canzoni perdono ogni significato.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Nemo (foto Ansa).

Il silenzio mediatico come strategia di contenimento dei danni

Eppure, il dato più inquietante è che di questa edizione se ne parla pochissimo. Il silenzio mediatico è diventato la vera strategia di contenimento dei danni. Il mainstream ha abbassato il volume, e gli sponsor tremano cercando di vendere un evento “ridotto” e “apolitico” che invece è una polveriera pronta a esplodere. Intanto i bookmaker iniziano a declassare la nostra ballata melodica. L’entusiasmo generale è ai minimi storici.

L’unica cosa bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci

Cosa rimane allora della festa di Vienna? Una diplomazia del pop ridotta in briciole e un festival diventato il simbolo più plastico dell’incapacità europea di guardarsi allo specchio. Tornare a partecipare 15 anni fa sembrava un’idea bellissima; oggi, vedendo questo spettacolo di sorrisi forzati, l’unica cosa che appare davvero bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci.

Race for the Cure, Roma si tinge di rosa [VIDEO]

AGI - Una meravigliosa marea umana di circa 200mila persone ha invaso questa mattina il cuore di Roma per la 27esima edizione della Race for the Cure, la più grande manifestazione al mondo per la lotta ai tumori del seno. Partita da piazza della Bocca della Verità, la maratona ha segnato un traguardo storico.

 

 

"Quest'anno abbiamo raggiunto il record di 120mila donatori", ha annunciato con orgoglio Riccardo Masetti, fondatore di Komen Italia. Alla partenza, insieme a una folla di donne in rosa, autorità e famiglie, era presente anche Laura Mattarella, figlia del Presidente della Repubblica Italiana, in veste di presidente del comitato d'onore.

La prevenzione come pilastro del welfare

"La prevenzione è una risorsa strategica per la tenuta del welfare", ha spiegato Masetti a margine dell'evento al Circo Massimo. "Aiuta le persone ad ammalarsi di meno e garantisce cure più semplici e meno costose. Il ministro della Salute è stato con noi a rimarcare come la diagnosi precoce sia uno strumento fondamentale di riduzione della spesa sanitaria per un Sistema sanitario nazionale che fa miracoli con pochissime risorse". 

 

Video di Thomas Cardinali

 

Sulla stessa linea la presidente di Komen Italia, Alba Di Leone, che ha sottolineato il valore sociale della partecipazione: "Siamo oltre 100.000 partecipanti già alla partenza, un numero che ci commuove. Qui ognuno trova il suo posto: famiglie, medici, ricercatori e donne che affrontano la malattia". 

Secondo Di Leone, l'ostacolo principale resta il fattore psicologico: "La paura spesso ci paralizza e ci fa rimandare i controlli. Ma occuparci di noi stessi significa fare del bene anche alla nostra famiglia".

La testimonianza di Maria Grazia Cucinotta

Particolarmente toccante la testimonianza di Maria Grazia Cucinotta, storica testimonial dell'evento, che ha rivelato un coinvolgimento personale: "Quest'anno dico grazie alla Komen in modo particolare: mia sorella, dopo aver saltato i controlli per un anno, ha scoperto di avere un tumore. È stata operata e ora inizia il suo percorso. L'età si sta abbassando e i casi aumentano, dobbiamo prenderci quell'ora all'anno per gli screening: la prevenzione protegge il nostro futuro". 

Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha lodato lo "spirito positivo di comunità" che anima la Capitale: "È un appuntamento di rilievo mondiale. È bello vedere l'impegno trasversale, dagli uffici comunali ai singoli cittadini; oggi celebriamo il lavoro straordinario per la salute delle donne". 

Anche il sottosegretario alla Difesa, Isabella Rauti, ha confermato il supporto delle istituzioni: "In questa festa di popolo che dura da 27 edizioni, la Difesa è sempre presente all'appello della ricerca". A supportare la squadra della Polizia anche il questore di Roma Roberto Massucci, che ha ringraziato le forze dell'ordine coinvolte nella sicurezza.

Il messaggio finale sulla prevenzione

Infine, un richiamo alla prevenzione è arrivato da Giovanni Malagò, ex presidente del CONI, anche lui pronto a correre: "Vivere nel 2026 e non sfruttare la prevenzione è qualcosa di poco intelligente. È uno strumento che la scienza ci mette a disposizione; ignorarlo significa rinunciare a una delle armi più efficaci per la nostra salute". Malagò ha poi esortato il mondo dell'informazione a farsi promotore attivo di questo messaggio culturale.

 

 

Pregliasco: “Il rischio è sotto controllo”

AGI - L’attivazione dei protocolli di monitoraggio per i passeggeri rientrati in Italia dalla crociera sulla nave MV Hondius non deve essere interpretata come un segnale di crisi imminente, bensì come la prova dell'efficienza delle reti di prevenzione post-pandemiche.

A fare chiarezza sulla natura dell'evento è Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva dell'Università degli Studi di Milano La Statale, past president di ANPAS e vice presidente di Samaritan International. Secondo l'esperto, la situazione attuale è sotto controllo e non prefigura scenari di crisi globale.

Il quadro epidemiologico e il rischio reale

"L'episodio legato alla nave da crociera MV Hondius e alla turista deceduta in Sudafrica per infezione da Hantavirus dimostra come oggi il sistema di sorveglianza internazionale sia molto più attento e reattivo rispetto al passato. È importante però chiarire subito un punto fondamentale: non siamo di fronte, allo stato attuale delle conoscenze, a una nuova pandemia imminente o a un'emergenza sanitaria globale paragonabile a quella vissuta con il Covid-19".

Gli Hantavirus non rappresentano una novità per la comunità scientifica. Si tratta di agenti virali trasmessi dai roditori la cui capacità di diffusione tra esseri umani rimane, storicamente, un'eccezione circoscritta a condizioni specifiche.

"Gli Hantavirus sono virus conosciuti da decenni, presenti in varie aree del mondo e associati soprattutto ai roditori selvatici. Il contagio avviene generalmente attraverso l'inalazione di particelle contaminate da urine, saliva o feci di animali infetti. Nella maggior parte dei casi non si osserva una trasmissione significativa da persona a persona. Solo alcuni ceppi particolari, come l'Andes virus sudamericano, hanno mostrato in determinate circostanze una limitata trasmissibilità interumana, ma sempre in contesti di contatto stretto e prolungato".

Le misure di cautela in Italia

In Italia, il Ministero della Salute ha risposto con fermezza, disponendo la quarantena precauzionale per quattro passeggeri che hanno viaggiato su un volo KLM. Tale misura è l'applicazione diretta di un nuovo paradigma di sanità pubblica che predilige l'intervento rapido anche a fronte di probabilità di contagio ridotte.

"La decisione del Ministero della Salute italiano di attivare la sorveglianza attiva e la quarantena precauzionale per i quattro passeggeri transitati sul volo KLM va letta proprio nel principio di massima cautela che oggi guida la sanità pubblica. È un segnale positivo, non allarmante: significa che i protocolli funzionano, che la rete internazionale di monitoraggio è operativa e che si interviene tempestivamente anche quando il rischio appare basso".

Comunicazione e percezione del rischio

Secondo Pregliasco, l'opinione pubblica e le istituzioni devono mantenere un equilibrio rigoroso.

"Dobbiamo evitare due errori opposti: da un lato minimizzare qualsiasi segnale epidemiologico, dall'altro amplificare mediaticamente situazioni che al momento non presentano caratteristiche di elevata diffusività. È chiaro che il mondo moderno, con i grandi flussi turistici, i cambiamenti climatici, l'urbanizzazione e la crescente interazione tra uomo e ambiente naturale, favorisce l'emergere di zoonosi, cioè malattie trasmesse dagli animali all'uomo".

La sfida della cooperazione internazionale

Oltre all'aspetto clinico, il caso solleva una questione politica e organizzativa cruciale: il ruolo degli organismi multilaterali. In un'epoca segnata da spinte nazionaliste, la frammentazione della cooperazione sanitaria viene indicata come il vero pericolo per la sicurezza globale.

"Questo richiede una vigilanza continua e investimenti nella prevenzione. In Italia il rischio attuale resta molto contenuto. Non esiste una circolazione diffusa del ceppo coinvolto nel caso sudafricano e il nostro sistema sanitario dispone oggi di competenze, laboratori e strumenti di risposta ben più avanzati rispetto al passato. La vera sfida, semmai, è mantenere alta l'attenzione scientifica senza trasformare ogni episodio isolato in motivo di allarme collettivo".

Il ruolo dell'OMS

L'OMS rimane, per Pregliasco, il fulcro indispensabile per la gestione delle minacce future, a patto di garantirne l'autorevolezza attraverso la condivisione trasparente dei dati tra i vari Stati.

"C'è poi un ulteriore elemento che non deve essere sottovalutato e che riguarda il progressivo indebolimento della cooperazione sanitaria internazionale. L'OMS rappresenta, pur con tutti i suoi limiti e le criticità emerse anche durante la pandemia da Covid-19, uno strumento essenziale di coordinamento internazionale. Quando emergono nuove infezioni, focolai o possibili minacce epidemiche, il punto centrale non è soltanto la capacità del singolo Paese di curare i casi, ma soprattutto la rapidità con cui vengono condivisi dati epidemiologici, sequenze virali, informazioni cliniche e strategie di contenimento".

Un appello alla coesione globale

In chiusura, l'appello è alla coesione: la salute pubblica deve essere sottratta alle logiche di chiusura per tornare a essere considerata un patrimonio comune.

"La pandemia ci ha insegnato che i virus viaggiano molto più velocemente delle decisioni politiche e che nessun Paese può pensare di affrontare da solo minacce sanitarie globali. Indebolire organismi multilaterali come l'OMS significa rischiare una frammentazione dei sistemi di allerta e sorveglianza, proprio mentre il mondo è esposto a nuovi rischi legati ai cambiamenti climatici, alle zoonosi, alla globalizzazione dei trasporti e alle tensioni geopolitiche. Il pericolo maggiore non è soltanto sanitario ma anche culturale e politico: se prevale una logica nazionalista e di chiusura, si riduce la fiducia nella cooperazione scientifica internazionale e diventa più difficile costruire risposte coordinate. Pensiamo alla condivisione tempestiva delle informazioni, alle reti di laboratori, alla distribuzione dei vaccini, ai protocolli comuni di prevenzione. Tutto questo richiede organismi internazionali autorevoli e sostenuti dai governi. In un contesto di crescente instabilità globale, dalle guerre alle crisi energetiche fino alle emergenze infettive, la salute pubblica deve tornare a essere considerata un bene comune internazionale. L'OMS va certamente riformata e resa più efficiente e trasparente, ma indebolirla o delegittimarla rischia di lasciare il mondo più vulnerabile proprio nel momento in cui servirebbero più coordinamento, più ricerca condivisa e più cooperazione".