Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York

L’aeroporto Fiorello LaGuardia, il più piccolo ma anche il più centrale degli scali di New York, è stato chiuso in seguito a uno scontro in pista tra un aereo che stava atterrando e un veicolo, avvenuto alle 23:40 del 22 marzo. Nell’incidente sono morti il comandante e il secondo pilota dell’aereo. Ci sono anche 13 feriti, tra cui due vigili del fuoco.

Coinvolti un velivolo Jazz Aviation operante per conto di Air Canada, che era partito dall’aeroporto internazionale di Montreal, che si è scontrato sulla pista 4 con un mezzo di soccorso e antincendio dell’Autorità Portuale, che stava intervenendo per un altro incidente.

Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York
Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York
Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York
Scontro tra un aereo e un mezzo di soccorso: chiuso l’aeroporto LaGuardia di New York

Referendum, boom di votanti: alle 23 di domenica affluenza al 46 per cento

Riaperti dalle 7 i seggi per il referendum confermativo della legge costituzionale recante: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Le urne saranno aperte fino alle 15, poi inizierà lo spoglio. Il primo giorno di voto sulla riforma della giustizia si è chiuso alle 23 di domenica 22 marzo con un’affluenza al 46,07 per cento, oltre ogni aspettativa. Le percentuali parziali superano infatti già i precedenti referendum costituzionali per i quali le urne erano rimaste aperte due giorni: in occasione della consultazione del 2020 sul taglio dei parlamentari, alla stessa ora, sei anni fa, aveva votato il 39,4 per cento degli aventi diritto (il giorno dopo si sarebbe arrivati al 51,12 per cento). A Bologna e Firenze l’affluenza alle 23 era già arrivata al 57 per cento. A Milano ha superato il 53 per cento. Attorno al 50 per cento Roma, Genova, Verona, Brescia, Treviso, Cremona e Vicenza. Maglia nera la Sicilia, con un’affluenza attorno al 35 per cento. Non c’è quorum, vince dunque chi prende un voto in più.

Referendum, boom di votanti: alle 23 di domenica affluenza al 46 per cento
Un seggio elettorale (Ansa).

Napoli, due donne travolte e uccise da un’auto: arrestato 34enne positivo ad alcol test

AGI - L'uomo napoletano di 34 anni alla guida della Mercedes che ieri notte in corso Garibaldi a Napoli, all'altezza di porta Nolana, ha investito e ucciso due donne mentre attraversavano la strada, è stato arrestato per omicidio stradale. Era alla guida sotto l'effetto di alcol.

Secondo quanto accertato dagli uomini della Polizia Locale dell'Unità Operativa San Lorenzo e dell'Infortunistica Stradale, le due amiche di nazionalità ucraina di 52 e 57 anni, stavano attraversando corso Garibaldi per dirigersi verso via San Cosmo Fuori Porta Nolana; una volta arrivate al centro della carreggiata, sono state travolte con estrema violenza dall'auto guidata dall'uomo.

Le due vittime

A causa del violento impatto, il conducente ha perso il controllo della vettura, terminando la propria corsa contro tre veicoli regolarmente in sosta sul lato destro della strada. Le ferite riportate dalle due cittadine ucraine sono apparse subito disperate. Una delle due è deceduta sul colpo a causa della gravità dell'impatto. La seconda vittima è stata trasportata d'urgenza all'Ospedale del Mare, dove i medici hanno tentato invano di salvarle la vita, ma è morta circa due ore dopo il ricovero.

Condicente positivo all'alcol test

Il conducente della Mercedes è stato immediatamente sottoposto agli accertamenti urgenti per la verifica del tasso alcolemico. I test hanno fornito esito positivo. Informato il pm di turno, l'uomo è stato dichiarato in stato di arresto con l'applicazione della misura della detenzione domiciliare.

Gli agenti hanno inoltre proceduto al ritiro della patente e al sequestro del veicolo, risultato essere un'auto a noleggio. Nel luogo dell'incidente, la Polizia Locale sta completando i rilievi tecnici, ascoltando i testimoni presenti al momento del fatto e procedendo all'acquisizione delle immagini dei sistemi di videosorveglianza della zona per ricostruire l'esatta dinamica del sinistro. 

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni

Una telefonata allunga la vita. Il fortunato spot dell’allora Telecom, rinfrescato in una new edition per il Festival di Sanremo, ha avuto vita breve. La telefonata, arrivata come fulmine a ciel sereno nella serata di domenica mentre l’attenzione si spartiva tutta tra referendum e guerra, l’ha fatta Poste Italiane, annunciando per il colosso delle tlc il fine vita. Stop, si torna alle origini e al secolo scorso: l’ex gigante pubblico torna nelle mani dello Stato che con una discussa privatizzazione, Prodi regnante, se n’era privato. È finita insomma come succede in tante storie, con un ritorno a casa

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
La Torre Telecom Italia di Rozzano (Imagoeconomica).

Trent’anni di disastri privati inaugurati da Prodi

I liberisti duri e puri alzeranno il sopracciglio. Ma vista la lunga odissea dell’azienda, meglio così. Questi 30 anni sono stati un lungo, costoso e a tratti umiliante esperimento mal riuscito, conclusosi con un’inappellabile sentenza: nelle telecomunicazioni, settore sempre più strategico, i privati non ci hanno mai saputo fare granché. Anzi, hanno combinato disastri inenarrabili. A partire da subito, da quel lontano 1997 in cui Prodi, in uno slancio di entusiasmo liberista che in fondo non gli apparteneva, varò la privatizzazione di Telecom Italia, incassando 26 mila miliardi di vecchie lire. Una cifra che oggi fa ridere, ma allora destava il sospetto di voler favorire i soliti noti. Per ammorbidire i più scettici, il Professore si era infatti inventato il cosiddetto nocciolino duro: un nucleo stabile di azionisti, famiglia Agnelli in testa, banche e assicurazioni, che avrebbero dovuto fare da presidio. Guardiani del fortino, sentinelle dell’italianità. Si addormentarono in fretta. 

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Massimo D’Alema e Romano Prodi (Ansa).

La scalata della «razza padana» guidata da Colaninno

Due anni dopo, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi (l’unica merchant bank dove non si parla inglese, ebbe a dire allora la buonanima di Guido Rossi) a fare da decisivo sponsor arrivò Roberto Colaninno. Lui e la cordata che la stampa dell’epoca ribattezzò con una certa irriverenza la «razza padana», sconosciuti imprenditori del Nord, capitani coraggiosi, gente che nel suo ci sapeva fin troppo fare, si presero prima l’Olivetti e poi Telecom con una scalata che fece epoca. Il topolino che ingoiava l’elefante. Debito su debito, leva su leva, una pletora di professionisti e banche d’affari pronti a gonfiarsi le tasche, centinaia di miliardi caricati sulle spalle di un gruppo che da quel fardello non si sarebbe più ripreso. 

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Roberto Colaninno nel 2001 (Imagoeconomica).

Da Pirelli ai “barbari”: Telefónica e poi Vivendi

Durò poco. Nel 2001 entrò Marco Tronchetti Provera. Altro giro, altra corsa, altri debiti che ingolfavano la già precaria situazione dei conti. E una storiaccia di dossieraggi, intercettazioni, polemiche sulla Security interna che sembrava una centrale di spionaggio. Nel 2006 Pirelli tolse il disturbo lasciando intatte tutte le macerie che Tronchetti si era illuso di sgomberare.

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Marco Tronchetti Provera (Imagoeconomica).

Poi fu l’era dei barbari. Prima gli spagnoli di Telefónica, diventati padroni per una strana carambola del destino senza che nessuno si stracciasse più di tanto le vesti sull’italianità perduta. Quindi i francesi: il destro e nell’occasione maldestro Vincent Bolloré. Vivendi, primo azionista, mise i suoi uomini nel consiglio d’amministrazione pensando di domare la bestia. Invece l’affamò. Finale inglorioso: i transalpini che si tirano indietro, relegati al ruolo paradossale di padroni che non comandano. 

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Vincent Bolloré (Imagoeconomica).

La separazione della rete e la zampata di KKR

Nel frattempo Tim perdeva quote di mercato, bruciava piani industriali, vedeva la capitalizzazione di Borsa precipitare ai minimi. Fino alla svolta della separazione della rete. KKR, fondo americano, se la portò a casa a una cifra ben al di sotto delle aspettative. Con la velleitaria nazionalizzazione dell’infrastruttura fisica, i cavi, i doppini, la dorsale delle comunicazioni del Paese diventò nei fatti una cessione allo straniero. Una vicenda che in altri tempi avrebbe scatenato polemiche parlamentari di settimane passò invece per sfinimento, senza troppi sussulti. Debiti ridotti, ma prospettive ancora incerte e margini in perenne contrazione.

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Il logo Tim (Imagoeconomica).

L’ultimo atto targato Poste e il ritorno di Tim allo Stato

Fino all’ultimo atto: Poste prima compra la quota di Vivendi lasciando in apparenza il vecchio management, l’ad Pietro Labriola in testa, al suo posto. Poi cala la zampata finale: l’Ops per incorporare Tim e toglierla dal listino. Il cerchio si chiude. Ma dalla privatizzazione di fine secolo è passata tanta acqua sotto i ponti, e Tim ha cambiato fisionomia. Quella del 2026 è un’azienda più piccola, senza la rete, con lo Stato che torna sulla tolda di comando. Una saga industriale fatta di passaggi di mano, debiti mai del tutto smaltiti, strategie rimaste sulla carta. Fino alla conclusione: c’è Poste per te. Così, alla lunga, la madre di tutte le privatizzazioni ha partorito la figlia di tutte le rinazionalizzazioni.  

Poste lancia l’Opas su Tim: così è finita la madre di tutte le privatizzazioni
Pietro Labriola (Imagoeconomica).

Due donne travolte e uccise sulle strisce a Napoli, fermato un uomo

AGI - Il conducente della Mercedes che ha investito e ucciso ieri notte due donne a Napoli, in corso Garibaldi all'altezza di porta Nolana, è stato immediatamente fermato dagli agenti della Polizia Locale di Napoli. Come da prassi in caso di omicidio stradale, l'uomo è stato accompagnato presso una struttura sanitaria per essere sottoposto ai test tossicologici e alcolemici per verificare l'eventuale assunzione di alcol o sostanze psicotrope al momento del sinistro.

Secondo i primi rilievi della Polizia Locale, l'uomo, 34 anni, di nazionalità italiana e residente a Napoli, ha travolto le due donne, due amiche ucraine di 52 e 57 anni, che, secondo alcuni testimoni, stavano attraversando lungo le strisce pedonali. Sempre secondo testimonianze, la Mercedes guidata dall'uomo fermato viaggiava ad alta velocità. Dopo l'impatto con i pedoni, la corsa del veicolo è terminata contro tre autovetture regolarmente parcheggiate lungo la strada, causando ingenti danni. Una delle due vittime è deceduta sul colpo a causa della gravità delle ferite riportate; la seconda è spirata poco dopo l'arrivo in ospedale del Mare, nonostante i tentativi di rianimazione dei sanitari del 118.

Effettuati i rilievi tecnici necessari a ricostruire l'esatta velocità del veicolo e la dinamica del sinistro. I mezzi coinvolti sono stati posti sotto sequestro.

Le accuse al conducente

Il conducente, secondo alcuni media, sarebbe stato anche senza patente e apparentemente ubriaco, ma su questi aspetti non ci sono ancora conferme.

Caso Garlasco: una nuova perizia cambia l’ora della morte di Chiara Poggi

AGI - Possibile svolta nel caso del delitto di Garlasco: un'esclusiva del Tg1, andata in onda nell'edizione delle 20 del telegiornale, riferisce di alcune indiscrezioni che permetterebbero di cambiare l'orario della morte di Chiara Poggi, uccisa in casa il 13 agosto 2007.

La perizia dell'anatomopatologa Cristina Cattaneo, depositata in Procura, avrebbe stabilito infatti che quel giorno la 26enne sarebbe stata uccisa almeno mezz'ora dopo aver fatto colazione, circostanza che se confermata potrebbe spostare in avanti l'ora del delitto e mettere quindi in discussione l'arco temporale in cui la sentenza di condanna dell'allora fidanzato Alberto Stasi colloca l'omicidio.

 

 

Il caso Stasi e la sentenza

In passato infatti si è parlato di un'azione fulminea, di un'aggressione rapida e violenta durata solo pochi minuti. Elementi che hanno avuto la loro influenza anche sulla compatibilità dell'alibi di Stasi, assolto nei primi due gradi di giudizio tra il 2009 e il 2011 e poi, a seguito dell'annullamento della sentenza da parte della Cassazione, condannato a 16 anni di reclusione nel processo d'appello bis. Decisione resa definitiva dalla stessa Suprema Corte nel 2015.

La colluttazione e il dna di Andrea Sempio

Dall'accertamento peritale, inoltre, emergerebbero anche i segni di una violenta e prolungata colluttazione che potrebbero dare un peso diverso alle tracce di dna trovate sulle unghie di Chiara, che secondo la nuova inchiesta condotta dalla procura di Pavia sarebbero riconducibili ad Andrea Sempio, in passato due volte indagato e due volte archiviato.

 

Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui

Mediaset, Mfe, MediaForEurope o come vogliamo chiamarla è sempre stata molto attiva nella guerra agli over the top, cioè quelle piattaforme che distribuiscono contenuti video e audio direttamente via internet, bypassando i tradizionali distributori via cavo, satellite o tivù terrestre. Nel mirino c’è sempre stata soprattutto YouTube, che ha spesso saccheggiato gli archivi di Cologno Monzese senza averne le autorizzazioni.

Mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright

E proprio Mediaset, quasi 20 anni fa, nel luglio del 2008, fu la prima grande organizzazione italiana a intentare una causa cruenta contro YouTube (e quindi Google Italia) per il mancato rispetto della proprietà intellettuale e dei diritti di copyright. Erano i tempi in cui il Grande Fratello mobilitava ancora le masse, e YouTube, spezzone dopo spezzone, usava le pillole del programma televisivo del Biscione per aumentare traffico e raccolta pubblicitaria.

Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui
YouTube (foto Ansa).

La causa da quasi un miliardo e la fine del contenzioso legale

Prima richiesta danni da parte di Mediaset: 500 milioni di euro. Poi lievitata, anno dopo anno e grado di giudizio dopo grado di giudizio, a quasi un miliardo. Materia complessa, sentenze non sempre coerenti, e alla fin fine, come spesso accade in Italia, sia Mediaset sia YouTube, nell’ottobre 2015, decisero di fare pace privatamente, mettendo fine al contenzioso legale e promettendo una «strategia congiunta per la protezione dei contenuti e la tutela del copyright dell’editore».

Le accuse di ottenere pubblicità facendo concorrenza sleale

Se, quindi, sulla carta la pax con YouTube dura da più di 10 anni, in ogni uscita pubblica di Fedele Confalonieri, di Pier Silvio Berlusconi, di Gina Nieri e di qualunque altro manager di vertice di Mfe non sono mai mancate, nel corso delle più recenti stagioni, numerose stoccate agli over the top americani o cinesi, alle piattaforme che vivono del lavoro di altri, che incassano miliardi di euro in pubblicità facendo concorrenza sleale, distruggendo il prodotto audiovisivo europeo. Per di più con pochi dipendenti, al contrario delle migliaia di posti di lavoro creati dal Biscione, e senza seguire regole in tema di tetti pubblicitari, misurazione certificata delle audience, tassazione, responsabilità sui contenuti diffusi. Regole alle quali, invece, sono assoggettati i broadcaster come Mediaset.

Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui
Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato e presidente di Mfe, parla durante un incontro con la stampa nella sede di Mediaset di Cologno Monzese (foto Ansa).

Dopo anni di battaglia contro la deregulation, il colpo di scena

Insomma, il mercato regolato dove è abituata a operare Mfe in contrasto con la deregulation che piace tanto agli ott. Ed è proprio per questi motivi che in molti hanno strabuzzato gli occhi quando Pier Silvio Berlusconi, presidente e ceo di Mfe-MediaForEurope, nell’illustrare alla stampa i piani di sviluppo di Mfe, il 18 marzo, ha pronunciato queste parole: «In Germania abbiamo trovato un management “sul pezzo” (si parla di ProSiebenSat.1, gruppo televisivo ora controllato da Mfe, ndr), giovane, preparato, che ci ha accolto con un respiro di sollievo. Ho visto dei ragazzi che hanno sposato il nostro progetto: finalmente c’è un azionista di controllo, c’è una traiettoria chiara, senza cambi di management ogni sei mesi o ogni due anni. E, a proposito di capacità dei colleghi tedeschi, ecco, hanno trovato un modo per distribuire i nostri prodotti sui mercati esteri. Fino adesso i contenuti di Mediaset realizzati in Italia, Spagna o Germania non andavano in onda su molti altri mercati esteri perché non ci conveniva: c’erano da sostenere i costi per il doppiaggio, e poi quelli per la distribuzione. E invece», ha detto Pier Silvio Berlusconi, «l’area tedesca ha trovato il modo per portare negli Stati Uniti un prodotto tedesco: verrà doppiato con l’intelligenza artificiale, riducendo molto i costi, e sarà distribuito su YouTube».

«C’è del potenziale enorme nei mercati di tutto il mondo»

Come, su YouTube? «Niente paura», ha aggiunto il numero uno di Mfe, «perché con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale non faremo perdere il lavoro a nessuno: oggi quel lavoro di doppiaggio non lo faceva nessuno, e nessuno lo avrebbe mai fatto. In secondo luogo distribuire su YouTube ci va bene negli Stati Uniti, perché lì noi non ci siamo. Dopo questo esperimento, quindi, potremmo allargare il progetto ai contenuti di Mediaset realizzati in Italia o in Spagna, ed esportarli, con lo stesso sistema, in altri mercati un po’ in tutto il mondo. C’è del potenziale enorme».

Mediaset fa pace con YouTube: così Pier Silvio vuole conquistare i mercati altrui
Fabrizio Corona in un frame di una puntata di Falsissimo, e nei riquadri Pier Silvio e Marina Berlusconi (foto Ansa).

Basta vedere quello che è successo sul caso di Falsissimo

Insomma, appena respirata un po’ di aria oltreconfine, ecco che Mediaset si è convinta che la giusta dose di deregulation va bene quando si tratta di conquistare i mercati altrui. Non quando c’è di mezzo il mercato italiano, dove Mediaset, invece, regna incontrastata da 45 anni. E quei diavoli di YouTube? Ma sì, alla fin fine sono diventati dei vecchi amici. Basta vedere come hanno eliminato immediatamente tutti i contenuti di Fabrizio Corona con il suo Falsissimo appena gli avvocati di Cologno Monzese hanno alzato un sopracciglio.

Esplosione di gas a Roma: crolla una palazzina a Piana del Sole, 2 feriti gravi

AGI- Una palazzina è crollata, probabilmente a causa di una esplosione a via Tavagnasco, angolo via Ciglié, a Piana del Sole, a Roma. Sul posto la polizia e i vigili del fuoco. Secondo quanto si apprende, l'esplosione sarebbe dovuta a una condotta del gas.

Tre le palazzine coinvolte e una quella crollata. Dalle prime informazioni, almeno due sarebbero i feriti gravi, trasportati presso ospedale Sant'Eugenio per le cure mediche dal 118. Si tratta di moglie e marito di 84 e 86 anni. Si cercano altre persone sotto le macerie, rendono noto i vigili del fuoco. Settanta persone in strada. 

"Nell'esplosione a Piana del sole 29 persone sono da evacuare e solo 2 hanno bisogno di assistenza alloggiativa". Lo fa sapere il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri.

 

 

Gualtieri: "Palazzine erano nuove di 7 anni"

Il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, si è recato sul luogo dell'esplosione per seguire da vicino la situazione.  "C'è stata un'esplosione davvero di grandissima potenza che ha completamente distrutto una villetta, una palazzina, e danneggiato quelle intorno", ha detto Gualtieri. "Ci sono due persone ferite al Santo Eugenio in condizioni gravi, ma adesso aspettiamo i bollettini medici per sapere la situazione esatta". "E poi stiamo verificando quante persone avranno bisogno dell'assistenza alloggiativa tra quelle che vivono intorno" ha aggiunto. "Adesso i vigili del fuoco accerteranno le cause - ha proseguito - sembrerebbero dovute a una fuga di gas in un impianto Gpl che avevano in questa casa".

 Le palazzine coinvolte erano "abbastanza nuove, di 7 anni, nuove e anche in buone condizioni. Non avevano dei problemi, edificazione anche regolare", ha osservato Gualtieri. Sul conto degli sfollati, il primo cittadino non si è sbilanciato: "Non lo possiamo sapere, non ci va di dare un numero".

Sul posto, oltre ai vigili del fuoco e alla polizia, le pattuglie del XI Gruppo Marconi della polizia locale di Roma Capitale sopraggiunte nell'immediatezza sul luogo che hanno preveduto a mettere subito in sicurezza l'intera area per consentire le operazioni di soccorso, fornendo ausilio ai vigili del fuoco. Chiusa via Tavagnasco, all'altezza di via Demonte, e via Castellinaldo, nel tratto compreso tra il civico 56 e via Eugenio Villoresi.

 

 

Anziani, debiti e povertà: le crepe sociali del modello sudcoreano

Sotto la patina delle industrie dorate del K-Pop e del K-Drama, in Corea del Sud c’è un sottobosco fatto di miseria e disperazione. Realtà e storie raccontate da serie e film come Squid Game o Parasite, che assumono drammaticamente forma di fronte a dati e numeri. Secondo un report del Seoul Financial Welfare Counseling Center, gli over 60 sono i più colpiti dalle procedure di bancarotta personale nella Capitale sudcoreana. Si tratta di una tendenza strutturale che riflette cambiamenti profondi nella società, nel mercato del lavoro e nel sistema di welfare del Paese. La vecchiaia, che in molte società industrializzate è associata a una relativa stabilità economica garantita da pensioni e risparmi, in Corea del Sud si trasforma sempre più spesso in una fase di estrema vulnerabilità.

Anziani, debiti e povertà: le crepe sociali del modello sudcoreano
Un cartellone dei BTS a Seul (Ansa).

Se fare debiti è l’unico modo di tirare avanti

Ogni numero racconta una storia, ma dietro le statistiche ci sono persone che hanno lavorato per decenni durante il boom economico, contribuendo alla costruzione di una delle economie più avanzate al mondo, e che oggi si ritrovano a fare i conti con una vecchiaia segnata dall’incertezza. Proprio come raccontato in maniera tragica e paradossale da Squid Game, per molti di loro il debito è l’unica risposta possibile a una quotidianità in cui il reddito non basta e ogni imprevisto può trasformarsi in una caduta senza ritorno.

L’84 per cento di chi è in bancarotta è disoccupato

A volte è quasi difficile distinguere tra finzione e realtà. Nella serie i partecipanti accettano di entrare nel gioco perché non vedono alternative ai debiti, arrivando a mettere in palio la loro sopravvivenza. Nella vita reale sono sempre più numerosi gli anziani sudcoreani che si trovano intrappolati in un sistema economico che lascia loro pochissime vie d’uscita. Ma, a differenza della serie, non ci sono premi o possibilità di riscatto. Uno degli elementi centrali di questa crisi è l’instabilità occupazionale. Oltre l’84 per cento di chi ha presentato domanda di bancarotta risulta disoccupato, una percentuale che cresce ulteriormente tra gli ultrasessantenni. Chi lavora spesso si barcamena tra lavori precari, temporanei o sottopagati, senza alcuna garanzia di continuità o protezione sociale. Questo dato rivela una verità scomoda: in Corea del Sud il lavoro non è più, di per sé, una garanzia contro la povertà, soprattutto in età avanzata.

Anziani, debiti e povertà: le crepe sociali del modello sudcoreano
Lavoratrici sudcoreane (Ansa).

Il peso delle spese sanitarie per molti è insostenibile

Raramente la colpa è legata a spese superflue o investimenti sfortunati. La maggior parte dei debiti accumulati deriva da necessità di base: affitto, cibo, cure mediche. Nel 79,5 per cento dei casi, il reddito disponibile non è sufficiente a coprire le spese quotidiane. Questo significa che milioni di persone vivono in una condizione di deficit strutturale. A rendere il quadro ancora più drammatico è il peso delle spese sanitarie. L’invecchiamento comporta inevitabilmente un aumento delle malattie croniche e dei costi medici. Una percentuale significativa dei casi di bancarotta è infatti innescata da malattie o ricoveri ospedalieri.

Anziani, debiti e povertà: le crepe sociali del modello sudcoreano
Visite in un ospedale di Seul (Ansa).

Il 40 per cento degli over 65 vive in povertà

Non è un caso che la Corea del Sud sia uno dei Paesi con il più alto tasso di povertà tra gli anziani tra le economie avanzate. Quasi il 40 per cento delle persone sopra i 65 anni vive sotto la soglia di povertà relativa, un dato che supera di gran lunga la media dei Paesi OCSE. Si realizza dunque un apparente paradosso: un Paese ricco con anziani poveri. Eppure è il risultato di un sistema di welfare sviluppatosi tardivamente e in modo incompleto. Il sistema pensionistico nazionale, introdotto solo alla fine degli Anni 80, non riesce a garantire una copertura adeguata. Molti anziani hanno lavorato per decenni in condizioni informali o precarie, senza accumulare contributi sufficienti per una pensione dignitosa. Chi poi la pensione la percepisce, spesso non riesce a sbarcare il lunario visto il costo della vita soprattutto nelle grandi città come Seoul, dove il prezzo degli immobili e degli affitti è assai più alto rispetto al resto del Paese.

Anziani, debiti e povertà: le crepe sociali del modello sudcoreano
Una scena di Parasite di Joon-ho Bong (Ansa).

Agli anziani ora manca il supporto familiare

A questo si aggiunge un tema socioculturale. Tradizionalmente, gli anziani in Corea del Sud potevano contare sul supporto familiare, in particolare dei figli. L’urbanizzazione, l’individualismo crescente e le difficoltà economiche delle nuove generazioni hanno indebolito questo modello. Sempre più anziani vivono da soli, tanto che secondo il Seoul Financial Welfare Counseling Center oltre il 70 per cento di chi richiede la bancarotta appartiene a nuclei unipersonali, del tutto privi di una rete di sostegno. Il miracolo economico degli scorsi decenni ha sollevato milioni di persone dalla povertà, ma ha anche prodotto nuove forme di precarietà e vulnerabilità. Il rischio, oggi, è quello di una frattura sociale sempre più profonda tra generazioni. Mentre i giovani affrontano disoccupazione, precarietà e difficoltà di accesso alla casa, gli anziani si trovano intrappolati in una spirale di debito e povertà. Una realtà oscura dietro la scintillante immagine del successo internazionale di una Corea del Sud il cui soft power continua a crescere.

Anziani, debiti e povertà: le crepe sociali del modello sudcoreano
Una scena di Parasite (Ansa).

Il metodo Mara Venier, dalla finta pensione all’avviso di sfratto per i papabili successori

In Rai tutto cambia perché nulla cambi, ma Mara Venier ha elevato il gattopardismo a sistema di governo assoluto. Non chiamatela zia degli italiani: nello studio Frizzi di via Nomentana comanda una monarca che gestisce il servizio pubblico come un tinello privato, con una marcatura precisa del territorio. Lo dimostrano i fatti: questa 50esima edizione di Domenica In, nelle intenzioni della tivù di Stato doveva simulare uno svecchiamento collegiale, con gli innesti del disturbatore Teo Mammucari, del meloniano Tommaso Cerno (collezionatore di flop seriali anche sulla dirimpettaia RaiDue) e del wedding planner Enzo Miccio, ma si è rivelata l’ennesima operazione di bonifica televisiva per proteggere un trono che non ammette condomini. Lo sa bene Gabriele Corsi, evaporato dai palinsesti prima ancora di iniziare l’estate per presunte frizioni con la titolare del salotto: un antipasto di una fame che non accetta eredi, ma solo comparse di sfondo.

Il caso Mammucari e la protezione del territorio emotivo

Per decifrare il codice di questo dominio bisogna guardare alla cronaca di questi giorni, lì dove lo scivolone diventa il pretesto per blindare il contratto. Tutto parte dall’ultima diretta, quando Mammucari (limitato a figurante già dalla seconda puntata) rompe il cerimoniale definendo «imbarazzante» la pellicola dell’ospite Peppe Iodice e chiedendo di cacciarlo dopo tre minuti. La reazione della conduttrice non è quella di una padrona di casa diplomatica, ma di una proprietaria dell’immobile che asfalta l’inquilino molesto con un «pirla» sparato in televisione. È la protezione del territorio emotivo, lo stesso che rivendica a fine puntata quando si commuove per un collaboratore storico e fulmina ancora l’ex Iena, colpevole di aver rovinato con un’uscita la liturgia del pianto e dei saluti.

Il messaggio per i naviganti è brutale: lo studio è un santuario e solo lei decide quando si ride e, soprattutto, quando si piange. E se ufficialmente la veneziana ha smentito l’ultimatum «o me o lui», la realtà è nei fatti: «Dove ci sono io non può entrare lui (Mammucari, ndr) coi miei ospiti». Punto. Chiuso. Sipario.

Qualcuno ha scambiato quel silenzio per un addio, ma…

È il “metodo Mara”: trasformare ogni crisi, ogni scivolone (chi dimentica quel comunicato pro-Israele letto con la mano tremante?) in una prova di forza. Pochi giorni dopo lo scontro, sua Maestà della Laguna ha calato la maschera in un’intervista a Fanpage, e di fronte alla domanda sul futuro, ha risposto: «Ogni anno dico che me ne vado, quest’anno non ho detto niente. Hai già capito, no?». Il collega, forse abbagliato dal riflesso delle paillettes, ha scambiato quel silenzio per un addio. Ma in quel non-detto c’è l’avviso di sfratto per chiunque pensasse di succederle.

Gioco facile con un’azienda orfana di alternative

È il congedo dalla finta pensione, la pietra tombale sulla pantomima dei ritiri iniziata nel 2021. Una liturgia fatta di lacrime, video appelli e dediche d’amore usati come scudo contro le critiche e come esca per farsi pregare da un’azienda orfana di alternative. Stavolta ha smesso di piangere per iniziare a contare i danni e blindare il 18esimo mandato, di cui già otto consecutivi, senza lasciare spazio a eredi (se mai ce ne fossero).

Dalla pastarella mangiata con Meloni al ricordo (tardivo?) di Enrica Bonaccorti

L’abisso con il passato però è totale. Se nel 1993 la sua domenica era quella corale di Luca Giurato, Gian Piero Galeazzi e di un cast che riportava il servizio pubblico ai fasti dell’audience battendo le private, oggi è un’industria meccanica del riciclo e della nostalgia, per la solita cerchia di amici. Una gestione che divora tutto, tra una pastarella mangiata con Giorgia Meloni collegata a distanza tra le polemiche o il ricordo di Enrica Bonaccorti, gestito tra commozioni tardive che hanno scatenato la furia degli utenti su X. Un’ingordigia che sta macchiando una carriera risorta nel 2018 grazie alla cura di Maria De Filippi, la burattinaia dei palinsesti che l’aveva recuperata dal tramonto certo del 2017.

Lo share dello Speciale Sanremo è una droga che tiene in vita il sistema

Ma oggi il totem del 40,5 per cento di share dello Speciale Sanremo è una droga numerica che tiene in vita il sistema. La Rai non può farne a meno, e lei lo sa. Lo sa così bene che ha smesso persino di recitare la parte della pensionanda. «Hai già capito, no?». Sì, Mara, abbiamo capito tutti. La “zia degli italiani” resta inchiodata alla poltrona. Il salotto di casa è diventata una prigione dorata per un’azienda che ha paura dell’innovazione e preferisce l’usato garantito al rischio del domani.