AGI - Il ritorno in radio de La Pennicanza è confermato per la prossima stagione. A blindare il futuro della trasmissione è lo stesso Rosario Fiorello, che smentisce le recenti indiscrezioni su una possibile chiusura. Lo showman ha rilasciato la dichiarazione all’AGI a margine dell’evento "L'Universo femminile tra mito e diritto", svoltosi questo pomeriggio presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio.
Interpellato sul destino del programma, Fiorello ha risposto con netta chiarezza: "Ma chi l'ha detto che non è stato confermato? Quelle sono le mie boutade, lo dico apposta per creare un po' di scompiglio. Certo che torniamo".
Un evento tra istituzioni e scuola
L'iniziativa, promossa dal Polo Liceale "Alighieri-Caravillani" di Roma alla presenza del sindaco Roberto Gualtieri, ha avuto come nucleo centrale il ruolo delle donne tra passato e presente, analizzato attraverso lo studio e la riflessione degli studenti sui temi dei diritti e della parità di genere.
Per Fiorello si è trattato di un appuntamento speciale. Lo showman ha partecipato all'incontro in veste di padre, per sostenere la figlia Angelica, tra le allieve protagoniste del progetto scolastico. "Seguo tutte le cose che fanno, è un modo per tornare indietro nel tempo", ha commentato in platea.
Il messaggio ai giovani: unire scuola e vita
Nel rievocare il proprio passato tra i banchi, lo showman ha condiviso una riflessione sul percorso di crescita dei ragazzi: "Quando vedi questi ragazzi ti rivedi studente e pensi ai sogni che avevi. I miei erano sportivi, sognavo di fare il calciatore, poi la vita mi ha portato altrove. La scuola è importantissima, ma la scuola della vita lo è altrettanto: bisogna unire le due cose".
Fiorello ha infine rivolto un monito ai giovani presenti, focalizzandosi sui rischi legati all'isolamento digitale e alla contrazione dei rapporti interpersonali: "Oggi si comunica sempre meno tra esseri umani, o perlomeno lo si fa senza guardarsi negli occhi. Auspico che in futuro ci si guardi di più e ci si scambino opinioni in modo più umano". Ai ragazzi della platea del Campidoglio è andato anche un invito alla serenità nell'affrontare gli impegni scolastici: il consiglio del conduttore è stato quello "di prenderla alla leggera, di non farsi sopraffare dall'ansia e di sentire dieci volte la canzone di Antonello Venditti".
AGI - La difesa delle democrazie occidentali non si gioca più soltanto sui confini geografici, ma anche - e soprattutto - nello spazio cibernetico e mediatico. Questo il tema centrale del convegno "Europa alla sfida della guerra ibrida e cognitiva: responsabilità dell'informazione", svoltosi a Roma presso la sede del Parlamento europeo. L'incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni europee e nazionali, giornalisti, accademici ed esperti di sicurezza e innovazione, tra cui Rita Lofano, direttore dell'AGI, Andrea Malaguti, direttore de La Stampa e Giorgio Rutelli, vicedirettore di Adnkronos, per riflettere sulle strategie necessarie a rafforzare la resilienza democratica e il pluralismo.
Le guerre ibride odierne sfruttano un mix letale di strumenti tecnologici, piattaforme social, intelligenza artificiale, propaganda e cyberattacchi con un obiettivo preciso: influenzare le opinioni pubbliche, manipolare i processi elettorali e minare la stabilita' internazionale. In questo contesto, il giornalismo, le istituzioni e il mondo della ricerca sono chiamati a ridefinire con urgenza regole, responsabilita' e modelli di tutela della qualità informativa.
A tracciare i confini di questa minaccia è stato Derrick de Kerckhove, direttore scientifico dell'Osservatorio TuttiMedia, che ha offerto una lucida analisi dell'attuale scenario: "Il punto di svolta delle guerre ibride è cognitivo: le fake news non cercano più solo di ingannare, ma di rompere l'orientamento. Quando una società non sa più a cosa credere, diventa governabile per shock, paura, appartenenza. In questo senso, la guerra si è spostata. Ormai riguarda il modo in cui percepiamo il reale".
I dati sui canali di disinformazione russa in Italia
A conferma della capillarità di questa minaccia, sempre nel corso del convegno, l'allarme è stato rilanciato da Diego Ciulli, head of government affairs and public policy di Google per Italia, Grecia, Cipro e Malta, che ha integrato l'analisi con dati numerici precisi sulle offensive in atto nel nostro Paese: "Ogni giorno il nostro team specializzato di intelligence monitora 270 gruppi che riteniamo affiliati a Governi, controllando le loro attività di attacco. Tra questi ci sono vari tipi di offensive, ma quelle relative al tema della guerra ibrida legata alla disinformazione sono davvero molto significative.
Diamo periodicamente dei numeri su questo: nell'ultimo trimestre, solo su YouTube, abbiamo bloccato 1.256 canali di disinformazione russa in lingua russa, che sono probabilmente solo la punta dell'iceberg. Abbiamo bloccato una quarantina di canali indicizzati su Google News e su Discover che erano targettizzati sull'Italia; non erano in russo, erano in italiano, ma venivano organizzati e gestiti dalle stesse centrali operative".
Come la tecnologia contrasta le fake news e l'IA
Quali contromisure stanno adottando i colossi del web contro la disinformazione?Partendo dal presupposto che il vero problema risiede nel modo in cui percepiamo la realtà, la tecnologia non può essere solo la causa del danno, ma deve diventare la prima soluzione. Un esempio concreto di questa nuova assunzione di responsabilità arriva direttamente dai colossi del web. In concomitanza con il dibattito sulle tutele informative, YouTube ha annunciato una svolta cruciale: la piattaforma rileverà e segnalerà automaticamente i contenuti creati con l'intelligenza artificiale. Fino a oggi, il servizio di streaming si era basato esclusivamente sulle dichiarazioni spontanee dei creators per etichettare i video generati da algoritmi.
In una nota ufficiale, l'azienda americana ha peroò chiarito il cambio di passo per garantire la massima trasparenza agli utenti: "Se un creatore non indica se ha usato l'IA o meno, ma i nostri sistemi rilevano un uso significativo di IA realistica, apporremo automaticamente un'etichetta". I creatori avranno comunque la possibilità di contestare l'etichettatura in caso di errore da parte dei sistemi di monitoraggio. L'azienda ha inoltre precisato che questo meccanismo di controllo e classificazione non influenzerà in alcun modo le scelte dell'algoritmo di raccomandazione dei video.
AGI - "La sentenza di primo grado arriva dopo 8 anni, vuol dire che il sistema ha fallito". Lo diceva l'allora pm Tiziana Siciliano, adesso in pensione, il 18 maggio 2022, cominciando la requisitoria del processo Ruby ter a carico di Silvio Berlusconi e di altre 28 persone concluso con le assoluzioni. E quanto a lentezza della macchina giudiziaria quella considerazione è ancora attuale.
16 anni fa la notte di Karima in questura, domani si apre un nuovo capitolo
Esattamente 16 anni fa, nella notte tra il 27 e il 28 maggio del 2010, Kharima El Mahroug venne portata in Questura a Milano per un furto e indicata da Silvio Berlusconi come "la nipote di Mubarak". Domani con inizio alle 9 e 30 nell'aula della seconda sezione penale della Corte d'Appello, in molti sentiranno il peso degli anni passati quando suonerà la campanella che aprirà un nuovo capitolo della saga giudiziaria nata dalle rivelazioni di 'Ruby Rubacuori' nel primo decennio del millennio. Ventidue gli imputati nell'appello deciso dalla Cassazione tre anni fa per chiarire il nodo giuridico della presunta corruzione in atti giudiziari dopo che la falsa testimonianza si è prescritta. Manca la figura attorno alla quale è ruotata tutta la vicenda, Silvio Berlusconi, assolto dall'accusa di avere corrotto i testimoni, il cui ruolo sarà comunque al centro delle ricostruzioni di accusa e difesa.
Assente Ruby in aula
E non ci sarà nemmeno Ruby mentre è in dubbio la partecipazione di qualcuna delle donne che frequentavano il 'Bunga Bunga' ad Arcore e vivevano nelle residenze di via Olgettina messe a disposizione dal premier. La relazione scritta che sintetizza i passaggi principali di inchieste e processi è già stata depositata dal pm Luca Gaglio e dal sostituto procuratore generale Luca Poniz e non sarà dunque letta in aula.
Due le questioni di costituzionalità in campo
I rappresentanti dell'accusa esporranno le loro richieste già domani a meno che il collegio non accolga o si prenda del tempo per valutare le eccezioni annunciate da parte delle difese. Due in particolare saranno delle questioni di costituzionalità. Una riguarderà il fatto che ai testimoni non viene spiegato che non sono pubblici ufficiali, la seconda che gli imputati non possono proporre un eventuale patteggiamento in appello perché sono stati assolti.
Il Tribunale li scagionò perché gli imputati per falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari avrebbero dovuto essere ascoltati come indagati dal momento che esistevano degli indizi di colpevolezza e quindi affiancati da un difensore. La Procura ricorse direttamente in Cassazione saltando l'appello, una scelta che si rivelo' vincente perché gli ermellini, nel 2023, hanno rimandato gli atti a Milano.
E la Suprema Corte ha stabilito che i testimoni non avevano un 'diritto al silenzio' accogliendo la tesi del procuratore Roberto Aniello: "I requisiti formali della testimonianza risultavano tutti sussistenti: ammissione dei testi, citazione degli stessi, dichiarazioni rese previo impegno a dire la verità. La valutazione, successivamente intervenuta, della erroneità dell'audizione in qualità di testimoni degli attuali imputati non determina l'inesistenza giuridica della qualificazione come testimoni di soggetti che non erano nelle condizioni per acquisire tale qualità, né l'inesistenza giuridica dell'atto compiuto, cioè la testimonianza".
L'accusa, i regali di Berlusconi per indurre le testimoni alla menzogna
Nella discussione dell'accusa si torneranno a evocare i 4,1 milioni in bonifici, case e auto a una ventina di giovani donne da parte di Berlusconi per indurle, secondo l'accusa, a dire menzogne nel processo al Cavaliere. Il remake dovrebbe essere breve, massimo due-tre udienze, lontanissimi quegli anni in cui il Palazzo di Giustizia era assediato dai cronisti di tutto il mondo che vedevano sfilare giovani, bellissime donne in aula nel processo all'uomo più potente d'Italia per il quale il verdetto definitivo, dopo la condanna di primo grado, resterà per sempre quello di un'assoluzione definitiva dalle accuse di prostituzione minorile per Ruby, di concussione per presunte pressioni sulla Questura in quella notte di cui ricorre l'anniversario e di corruzione in atti giudiziari per i fatti di cui si ridiscuterà domani.
Di Andrii Melnyk, storico leader dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), succeduto nel 1939 al fondatore del movimento, Yevhen Konovalets, si è tornato a parlare in questi giorni perché, con una cerimonia ufficiale, lunedì 25 maggio, i suoi resti, insieme a quelli della moglie Sofiia sono stati riportati in Ucraina dal Lussemburgo, dove giacevano da metà degli Anni 60, e sepolti nel memoriale militare nazionale (dedicato ai soldati uccisi durante le invasioni russe dell’Ucraina), inaugurato lo scorso anno nella regione di Kyiv. Presente alla cerimonia anche il presidente Volodymyr Zelensky, che, sottolineando il valore simbolico del ritorno in patria di Melnyk, ha dichiarato: «Ora che siamo sulla terra ucraina, sotto la nostra bandiera ucraina, al suono dell’inno nazionale ucraino, rendendo il dovuto tributo ai nostri eroi ucraini, sentiamo nel cuore tutto ciò che gli ucraini sono stati costretti a vivere». Concetto ribadito poi con un post su X.
As we were bringing Colonel Andriy Melnyk and his wife Sofia back to Ukraine – through Zakarpattia and then across half the country to our free capital, Kyiv – this path was not marked by the discord that had so often knocked us, and Ukraine, off our feet in the past. There were… pic.twitter.com/qXpsTeZkfR
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) May 25, 2026
Tra lotta per l’indipendenza e collaborazionismo
L’iniziativa non è passata inosservata e ha procurato qualche mal di pancia alla comunità internazionale (in Israele in primis), dato che la figura di Andrii Melnyk è ancora oggi considerata tra le più ambigue, per usare un eufemismo, di quel nazionalismo ucraino che, tra le due Guerre, non esitò a schierarsi con i nazisti, illudendosi che il Reich hitleriano avrebbe sostenuto il Paese nella liberazione dal giogo polacco prima e da quello sovietico poi, e quindi a riconquistare la piena indipendenza. Quell’alleanza, però, e questo è il motivo che ammanta di criticità quell’evento storico, andò ben oltre i motivi di ordine tattico e sfociò in una convinta adesione anche ideologica, che portò i nazionalisti ucraini a rendersi complici della Germania nazista in svariati atti criminali, compresi stermini di polacchi e ebrei.
Zelensky ricorda Andii Melnyk (dal video postato su X).
Melnyk vs Bandera
Generalmente, Melnyk è sempre stato considerato più “moderato” rispetto a un altro controverso eroe nazionale, Stepan Bandera, che, proprio in contrapposizione a Melnyk, provocò, nel 1940, una vera e propria scissione nell’Organizzazione, ponendosi alla guida dell’ala più estremista degli indipendentisti. Il nome di Bandera (da sempre considerato divisivo – partigiano, patriota della Seconda Guerra mondiale ed eroe nazionale per alcuni, criminale di guerra, filonazista, sterminatore di polacchi ed ebrei per altri), morto cinquantenne a Monaco di Baviera nel 1959 avvelenato da un sicario del KGB, è tornato in auge durante la famosa Rivoluzione di Maidan del 2014 a opera delle due più famose formazioni di estrema destra ucraine, Svoboda e Pravyj Sector (i cui militanti si definivano, e si definiscono tuttora, legittimi eredi di Bandera) ed è stato rilanciato dal Battaglione Azov, dopo l’occupazione russa del 2022, come eroe carismatico e mito fondativo dell’indipendenza ucraina.
Un corteo in memoria di Bandera dei nazionalisti ucraini nel 2020 (Ansa).
Le generazioni del nazionalismo ucraino
Dal punto di vista formale, non vi è dubbio che Melnyk si possa qualificare come meno estremista di Bandera. Qualcuno sostiene, per esempio, che ciò fosse dovuto anche a un fattore generazionale: Melnyk, il suo predecessore e mentore Konovalets e gli altri indipendentisti della prima ora, i padri dell’Organizzazione Militare Ucraina (UVO) e quindi dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, erano nati a fine 800, avevano sperimentato sulla loro pelle la violenza e le atrocità della Prima Guerra mondiale, e avevano quindi una visione meno romantica del bellicismo e una minore propensione alla violenza rispetto alle generazioni più giovani. Senza contare che erano quasi tutti emigrati in altri Paesi, dagli Usa alla Germania, dove conducevano spesso una vita borghese se non addirittura agiata. In realtà le cose non stavano proprio così, se è vero che l’obiettivo della protezione delle minoranze ucraine e della lotta per l’indipendenza formalmente dichiarati dall’Organizzazione furono perseguiti, sin dall’inizio, attraverso l’uso sistematico della violenza e del terrorismo.
Un momento della cerimonia per il ritorno dei resti di Andrii Melnyk e della moglie a Kyiv (da X).
Le lettere di Melnyk a Hitler e von Ribbentrop
E poi c’è il capitolo del collaborazionismo. Anche in questo caso, al di là di piccoli dettagli, le fazioni guidate da Melnyk e da Bandera operarono pressoché in maniera identica. Di più, i nazisti nutrirono sempre molta diffidenza nei confronti di Bandera, considerato poco affidabile in quanto ipernazionalista, tanto da costringerlo all’esilio forzato, preferendo puntare su Melnyk, ritenuto più leale. Tant’è vero che nel giugno del 1941, quando l’OUN di Bandera, con un colpo di mano, dopo l’occupazione di Leopoli da parte dei tedeschi, proclamò lo Stato nazionale indipendente di Ucraina (Stato che i nazisti smantellarono nel giro di pochi mesi), Melnyk si guardò bene dal collaborare con il pur effimero nuovo Stato, scrivendo, per l’occasione, una lettera a Hitler per chiedere di poter arruolare nelle unità militari altri volontari ucraini perché potessero «prendere parte alla lotta contro il bolscevismo barbaro e marciare fianco a fianco con le legioni europee e con la nostra liberatrice, la Wehrmacht tedesca». Di qualche anno prima (1938), era poi una lettera dello stesso Melnyk a Joachim von Ribbentrop, il potente ministro deli Esteri tedesco, in cui sosteneva che l’Organizzazione da lui guidata si poteva considerare, dal punto di vista ideologico, totalmente connessa ad altre realtà simili che erano sorte in Europa, in particolare il nazionalsocialismo tedesco e il fascismo italiano. Ma di tutto ciò, al memoriale militare nazionale di Kyiv non si è ovviamente parlato.
La tv di Stato iraniana Irib ha illustrato l’ultima bozza del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran. Il testo prevede la revoca del blocco navale statunitense sui porti iraniani e l’impegno, da parte della Repubblica Islamica, al ripristinare del traffico marittimo commerciale nello stretto di Hormuz ai livelli prebellici. Questo entro un mese: la navigazione sarà gestita congiuntamente da Iran e Oman. Il “Memorandum di Islamabad”, così è stato chiamato il documento, prevede poi il ritiro delle forze militari Usa vicine al territorio iraniano (non è chiaro se riguardi solo le forze schierate adesso nella regione o anche quelle di stanza nelle basi). In caso di accordo definivo, entro 60 giorni l’intesa dovrà essere approvata come una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Pd, M5s e Avs hanno chiesto alla Camera un’informativa di Giorgia Meloni dopo la pubblicazione da parte del Domani di alcuni screenshot di una chat di Whatsapp tra dirigenti trentini di Fratelli d’Italia (ex e attuali), in cui si leggono pesanti espressioni antisemite.
I messaggi incriminati scritti in chat
Come spiega il Domani, tutto è nato da una storia pubblicata su Instagram dal giornalista e militante di FdI Francesco Barone, in cui lo si vedeva assieme a David Parenzo, arrivato a Trento per il Festival dell’Economia. «Tra minchioni si intendono bene», scrive Daniele Demattè, consigliere comunale meloniano. Poco dopo il messaggio di dell’ex consigliere comunale Cristian Zanetti: «Peggio degli ebrei non so cosa possa esserci». Una cosa sì, almeno per Antonio Manara, cioè «i leccaculo dei giudei». Via della Scrofa già ieri aveva preso le distanze dal contenuto della chat, spiegando che «qualsiasi forma di antisemitismo è incompatibile con Fratelli d’Italia» e annunciando, se necessario, provvedimenti.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
Schlein: «Meloni prenda provvedimenti»
«I messaggi di odio antisemita emersi dall’inchiesta del Domani nelle chat territoriali di Fratelli d’Italia di Trento sono gravissimi e inquietanti», ha dichiarato Elly Schlein, segretaria del Pd: «Parliamo di dirigenti ed ex rappresentanti istituzionali del partito di Meloni: per questo è necessario e urgente che lei, in prima persona, condanni con fermezza questi fatti e prenda provvedimenti». E poi: «L’odio antisemita rivolto contro gli ebrei non può trovare alcuno spazio. Non può esserci neppure il minimo dubbio che posizioni come quelle emerse nelle chat possano essere tollerate o derubricate». Dura condanna anche da parte della deputata Debora Serracchiani: «Ci domandiamo come possa la presidente del Consiglio tollerare che possano essere presenti ancora e ricoprire dei ruoli istituzionali importanti ed essere presenti nel coordinamento di FdI alcune persone che hanno in una chat utilizzato dei termini che sono a dir poco antisemiti». Così Francesco Boccia, capogruppo dem al Senato: «Chi guida FdI prenderà provvedimenti contro chi ha espresso questi giudizi? Oppure anche stavolta farà finta di nulla, mettendo come sempre la polvere sotto il tappeto?».
Gli attacchi di M5s e Avs alla premier
Per la deputata di Avs Elisabetta Piccolotti «non è tollerabile che il partito di maggioranza di questo Paese e quello che esprime la presidente del Consiglio accolga tra le sue fila esponenti che si esprimono come abbiamo letto». Così Riccardo Ricciardi, capogruppo del M5s alla Camera: «Scandalosa e schifosa ipocrisia, avete bollato per mesi tanti di noi come antisemiti e gli antisemiti ce l’avete nel vostro partito».
AGI - Il direttore di Libero ed ex direttore dell'AGI, Mario Sechi, è sotto tutela dopo alcune minacce provenienti dall'area anarco-insurrezionalista. Le intimidazioni, secondo quanto si apprende, sono arrivate in relazione ad alcuni editoriali scritti da Sechi sulla morte - avvenuta a Roma il 20 marzo scorso -, di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due anarchici che hanno perso la vita per l'esplosione di un ordigno che stavano confezionando. L'inchiesta sull'esplosione è delegata ai poliziotti della Questura di Roma.
La solidarietà di Fazzolari
"Piena solidarietà al direttore di Libero, Mario Sechi, per le minacce ricevute". Cosi' Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all'attuazione del programma di governo. Fazzolari esprime "grande apprezzamento per il lavoro che svolge" Sechi "con libertà e coraggio, tali da averlo reso bersaglio di ambienti anarchici con conseguente attivazione della tutela. Chi pensa di fermare la sua penna con questi metodi sbaglia: conosco Mario Sechi e so per certo che non è tipo da farsi intimidire".
Donzelli, condanna sia unanime
"Solidarietà al direttore di Libero, Mario Sechi, sotto tutela a causa delle minacce ricevute dagli anarchici. Condanniamo la viltà di chi, attraverso la violenza, tenta di condizionare il lavoro della stampa e dei giornalisti. Siamo certi che il direttore Sechi non si farà intimorire da personaggi che odiano la democrazia e la libertà. Ci auguriamo una condanna unanime: le istituzioni devono rimanere unite contro chi vorrebbe provare in questo modo a sovvertire lo Stato". Lo afferma in una nota il deputato e responsabile organizzazione di Fratelli d'Italia, Giovanni Donzelli.
Mercoledì 27 maggio, il giorno della Lega: a Roma, nella nuova aula dei gruppi parlamentari a Campo Marzio, Matteo Salvini ha convocato i fedelissimi per il pomeriggio. Si deve parlare di «crescita e stabilità»: e chi viene “a rapporto” per questo appuntamento? Quattro amministratori delegati di peso, ossia Stefano Donnarumma per Fs, Pierroberto Folgiero per Fincantieri, Agostino Scornajenchi per Snam e Flavio Cattaneo per Enel. Occhi soprattutto su Donnarumma, che deve ancora sorbirsi le proteste governative, di Giorgia Meloni in particolare, per le pubblicità escogitate da Italia viva di Matteo Renzi nelle stazioni ferroviarie, con lo slogan “Quando c’era lei”. La premier ha poi negato di essersi lamentata direttamente con l’ad di Ferrovie, ma l’irritazione c’è stata, eccome. E poi ci saranno, sotto la guida di Alberto Bagnai che comanda il dipartimento economico della Lega, il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari, il coordinatore dei dipartimenti della Lega Armando Siri, Giulio Centemero, responsabile dipartimento Innovazione Lega, il sottosegretario al Mef Federico Freni (quello che ha mollato il sogno Consob), Claudio Borghi in qualità di componente del Copasir, il sottosegretario al Cipess Alessandro Morelli, la sottosegretaria al Mimit Mara Bizzotto, il presidente della Commissione Attività produttive alla Camera Alberto Gusmeroli. Conclusioni affidate al ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Cioè il vero leader, dice qualcuno…
Calatrava colpisce ancora. Pure la Ferrari
Alla fine sulla nuova Ferrari Luce è montato persino papa Leone XIV, che si è messo alla guida della costosissima supercar. Fatto sta che in Borsa il titolo Stellantis ha avuto un crollo, e le recensioni non sono proprio entusiastiche (eufemismo), anche per via del design.
La nuova Ferrari Luce è stata presentata a papa Leone XIV nella residenza di Castel Gandolfo. Erano presenti il presidente John Elkann, l'amministratore delegato Benedetto Vigna, insieme ad altri dirigenti e tecnici dell'azienda. "È stata una grande emozione e un immenso onore -… pic.twitter.com/0iVkB0mwGg
Ma c’era un fastidio in più. Come ben sanno tanti architetti, il dito è stato puntato anche sul luogo scelto per la presentazione romana: la Vela di Calatrava. La stampa infatti ha dovuto faticare non poco per raggiungere la zona, fuori dai circuiti classici degli eventi, a Tor Vergata, periferia Sud-Est della Capitale. Ora, per diverse dicerie che negli anni si sono sommate, il nome di quell’archistar spagnolo naturalizzato svizzero è legato a una pessima fama, roba da fare gli scongiuri. «Ma come gli è venuto in mente di abbinare un nuovo prodotto, della Ferrari poi, con quel progettista lì?», si sente dire fino a Venezia, dove il cosiddetto “ponte della Costituzione”, altra opera di Calatrava, ha falcidiato decine di persone che lo hanno attraversato, finite in ospedale per gli scivoloni nei giorni di pioggia, e non solo.
Quel gigantesco complesso romano era stato iniziato per i Mondiali di nuoto del 2009, poi l’opera è stata consegnata all’Agenzia del Demanio per la rivisitazione del progetto. Ora per l’ex Città dello Sport si punta, in condivisione con la Regione Lazio e il Comune di Roma Capitale, a realizzare una nuova centralità metropolitana, una «Green City per la salute, la ricerca e la formazione», dicono i promotori. Insomma, un «ecosistema multifunzionale, con spazi pubblici e servizi, nuove opportunità per ripristinare la fiducia dei giovani verso le Istituzioni pubbliche». Adesso questo «spazio futuristico, per la prima volta nella sua storia», è stato dedicato a un evento come quello della Ferrari.
Sabato 30 maggio è in programma addirittura un percorso di scoperta della Ferrari Luce: «L’esperienza immersiva, gratuita e fortemente voluta dall’Agenzia del Demanio e da Roma Capitale, inizierà con un’esposizione delle componenti tecnologiche e di design delle vetture, con successivi momenti di approfondimento delle sue caratteristiche uniche. Al termine della visita, i partecipanti potranno ammirare da vicino anche altri modelli iconici della storia di Ferrari. A rendere ancora più suggestivo l’evento, a partire dalle ore 21, dei light show illumineranno l’architettura avveniristica dell’edificio». C’è chi arriverà con gli amuleti in tasca.
Barbara Berlusconi sfoggia la sua fondazione
Barbara Berlusconi è come suo padre: da qualche tempo ha pure una fondazione a suo nome, e da viva. Sui social stanno impazzando le immagini della visita di BB (ma non è Brigitte Bardot) alla Pinacoteca di Brera, in veste di mecenate e amante delle arti: che poi è il modo migliore per apparire con un profilo “positivo” al grande pubblico e farsi amare dai follower. Sarà lei a mettere il nome, anzi il cognome, di famiglia, alle prossime elezioni politiche? Difficile. Al massimo, dice qualcuno, forse sta facendo un pensierino alle prossime Comunali di Milano del 2027, per aiutare Forza Italia nella piazza meneghina.
Conte e Ranucci dove presentano il libro sulla Rai? Da Mondadori
È davvero il mondo al contrario (ma per una volta il generalissimo Roberto Vannacci non c’entra): la presentazione pentastellata del libro sulla Rai si è svolta nella romana Galleria Alberto Sordi, all’interno dello spazio della libreria Mondadori. Che è della famiglia Berlusconi. Grande partecipazione dei fedelissimi e dei simpatizzanti, tutti a elogiare le fatiche della presidente della commissione di vigilanza sulla Rai, la pentastellata Daniela Floridia, a cominciare dall’ex premier Giuseppe Conte per continuare con Sigfrido Ranucci. In pole position Duilio Giammaria (quello di Petrolio, il programma di approfondimento giornalistico della Rai) e l’ex direttore del Tg1Giuseppe Carboni. Più l’ex presidente della Rai Roberto Zaccaria. Alla fine è stata una rimpatriata M5s, sotto le insegne Mondadori.
Radio2 Social Club, Barbarossa promuove Netflix e Zerocalcare
Ogni mattina c’è qualcuno che fa un salto sulla sedia quando vede Luca Barbarossa e i suoi ospiti su Radio2 Social Club, che va in onda anche su Rai 2. Mercoledì mattina ecco Zerocalcare e una gigantesca promo a tutto vantaggio di Netflix, per Due spicci, la nuova miniserie animata realizzata dal celebre fumettista romano (mezzo francese, da parte di madre). «Alla faccia della nostra egemonia culturale, qua sta ancora tutto in mano alla sinistra?», fanno notare quegli insaziabili di Fratelli d’Italia all’ad della Rai Giampaolo Rossi…
L’hotel a cinque stelle si rifiuta di servire acqua del rubinetto a cena. La cliente denuncia l’accaduto. Ma tutti i gradi di giudizio, compresa la Cassazione, danno ragione alla struttura. Il “fattaccio”, avvenuto in Alto Adige nel 2019, è arrivato a sentenza a fine aprile 2026: per la Suprema Corte l’albergatore ha agito in modo legittimo. I vacanzieri sono avvisati.
(foto Unsplash).
La vicenda, come detto, risale al 2019. La turista stava trascorrendo le vacanze natalizie presso l’Hotel Sassongher, un resort a cinque stelle nel cuore delle Dolomiti. Aveva scelto la formula a mezza pensione, che comprendeva la prima colazione e un pasto a scelta (nel suo caso la cena) con bevande escluse, al prezzo di 5700 euro a settimana. Alla richiesta che le venisse servita a tavola semplice acqua del rubinetto, le era stata proposta una bottiglia d’acqua minerale da 0,75 litri a 7 euro. La donna, ritenendo la richiesta assurda, aveva sostenuto che l’acqua fosse una risorsa naturale e un diritto umano universale.
Dolomiti altoatesine (foto Ansa).
Terminato il soggiorno, la cliente ha avviato un’azione legale chiedendo all’hotel un risarcimento di 2700 euro per danno economico e stress emotivo. La richiesta è però stata respinta in tutti i gradi di giudizio, poiché non esistono norme che obblighino le strutture ricettive a servire acqua potabile non imbottigliata ai clienti. Sui social abbondano le critiche alla sentenza ma c’è anche chi difende l’hotel. Alcuni ristoratori sostengono infatti che servire esclusivamente acqua in bottiglia rientri nella discrezionalità della struttura, eventualmente motivata dalla volontà di offrire prodotti ritenuti di maggiore qualità.
Corvara di Badia, acqua del rubinetto negata a un turista: per la cassazione il ristorante può rifiutarsi di servirla. Cosa ne pensate?#Mattino5 è in diretta su #Canale5 e in streaming su Mediaset Infinity pic.twitter.com/bPCzszGpYR
Nell’ambito delle indagini sulla società Bisteccheria d’Italia, la procura di Roma ha chiesto alla giunta per le autorizzazioni della Camera dei deputati di poter acquisire le conversazioni tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, il ristoratore condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni e per aver agevolato il clan Senese. Lo riporta il Corriere della Sera.
Delmastro è appena stato ascoltato in Antimafia
Ascoltato in Antimafia in merito alla sua partecipazione nel ristorante Le Cinque Forchette assieme alla figlia di Caroccia, , Delmastro ha dichiarato di essere finito per la prima volta nel locale perché «aveva una struttura simpatica». Precisando, inoltre, di essere stato all’oscuro delle vicissitudini giudiziarie di Caroccia e di essere entrato in società con la figlia senza aver fatto prima alcuna ricerca online. «Bastava cercare su Google. Non farlo è stata una imperdonabile leggerezza politica e non giuridica, che ha portato alle mie dimissioni», ha detto l’ex sottosegretario.
Andrea Delmastro (Imagoeconomica).
Il legale di Caroccia “scagiona” Delmastro
«In base agli elementi a mia conoscenza in quelle chat sono presenti discorsi e frasi inopportune per il ruolo che all’epoca rivestiva Delmastro, ma che nulla hanno a che fare con la criminalità organizzata», ha dichiarato dopo la richiesta dei pm l’avvocato Fabrizio Gallo, legale di Caroccia.