L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo

L’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella per l’atterraggio di due bombardieri, che avevano programmato una sosta tecnica in Sicilia, prima di proseguire verso il Medio Oriente con destinazione Iran. L’episodio, che non può non riportare alla mente quanto successo nel 1985 – se non altro per il luogo interessato e i Paesi protagonisti – è accaduto qualche sera fa, ma la notizia è stata tenuta riservata fino alla ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera. E ha alimentato la polemica politica: le opposizioni chiedono maggiori chiarimenti sull’accaduto e una presa di distanza netta da parte di Giorgia Meloni dall’alleato americano, mentre nel centrodestra c’è chi teme che la decisione presa dal ministro della Difesa Guido Crosetto (non è chiaro se condivisa con Palazzo Chigi) possa inasprire i rapporti con Trump.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Un UKC-130J Super Hercules a Sigonella (Archivio Ansa).

Il no di Crosetto all’atterraggio dei bombardieri: cosa è successo

Secondo quanto ricostruito dal Corriere (e non smentito dalla Difesa), il capo di Stato maggiore Luciano Portolano ha informato Crosetto che alcuni bombardieri Usa avevano previsto di atterrare alla base di Sigonella. Nessuno aveva però chiesto alcuna autorizzazione, né consultato i vertici militari italiani: il piano era stato semplicemente comunicato mentre gli aerei erano già decollati. Accertato che non si trattava di voli normali o logistici compresi nel trattato con l’Italia, Crosetto ha negato l’uso della base. È stato poi Portolano a informare il Comando Usa della decisione presa, spiegando che i bombardieri non potevano atterrare a Sigonella in quanto non erano stati autorizzati e perché non c’era stata alcuna consultazione preventiva.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Palazzo Chigi: «Solidi rapporti con gli Usa, rispettiamo i trattati»

Palazzo Chigi è rapidamente intervenuto con una nota, sottolineando che l’Italia «agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere» e che «ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato». Richiesta che, in questo caso, è stata quantomeno tardiva. «Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione», si legge poi nel comunicato. Sulla stessa lunghezza d’onda Crosetto, il quale ha assicurato su X che «non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli Usa, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi». Il ministro della Difesa ha poi parlato di decisioni in continuità rispetto al passato, negando che l’Italia abbia deciso di sospendere l’utilizzo delle basi agli asset Usa (come invece ha fatto la Spagna di Pedro Sanchez): «Cosa semplicemente falsa, perché sono attive, in uso e nulla è cambiato». Semplicemente, ha spiegato, in base agli accordi internazionali ci sono operazioni Usa che necessitano l’autorizzazione del governo e altre invece comprese nei trattati. L’atterraggio dei bombardieri rientra nella prima fattispecie e nessuno aveva chiesto il permesso di atterrare. Da qui il no.

Stefania Craxi e la crisi del 1985 gestita dal padre Bettino

Rispondendo ai cronisti sul confronto con la crisi di Sigonella che vide lo scontro tra il governo guidato dal padre Bettino e l’Amministrazione Reagan per la crisi dell’Achille Lauro, Stefania Craxi (fresca di nomina a capogruppo di Forza Italia al Senato), ha affermato che «c’è una sola cosa in comune con le due vicende che avevano tutta un’altra genesi ed è la centralità della base di Sigonella e quindi del Mediterraneo, che è centrale non solo per l’Italia e l’Europa ma per tutto il sistema internazionale». Le due vicende, ha spiegato Craxi, «non sono paragonabili». Anche se, ha aggiunto, «si tratta in entrambi i casi non di uno strappo diplomatico, ma della richiesta di rispetto della sovranità internazionale».

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Stefania Craxi (Imagoeconomica).

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L’opposizione attacca mentre Vannacci promuove Crosetto

La decisione di Crosetto ha scatenato le opposizioni. «Ora il governo faccia un passo in più: neghi anche il supporto logistico offerto dalle nostre basi», ha dichiarato Giuseppe Conte, presidente del M5s. Pur definendo il no del ministro «un fatto rilevante e corretto», il deputato dem Anthony Barbagallo ha parlato di «quadro estremamente opaco e preoccupante», esortando il governo a riferire in Parlamento. Categorico Angelo Bonelli di Avs: «Prendere una posizione chiara e netta, e segnare una distanza dalle politiche di questo bullo del pianeta, come Donald Trump, pensa di governare il mondo attraverso la supremazia militare».

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Giuseppe Conte (Ansa).

Passando alla maggioranza, così Raffaele Nevi, portavoce di Forza Italia: «Quando si compiono scelte di questa portata ci si assume una responsabilità, ma si dimostra anche la capacità di mantenere una linea coerente». Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, ha dichiarato che «l’Italia non è in guerra con l’Iran e non vuole entrarci ed è giusto che ogni decisione in deroga ai trattati vigenti debba essere approvata dal Parlamento». Infine, la promozione a pieni voti per Crosetto da parte dell’ex generale Roberto Vannacci: «Secondo me ha fatto bene».

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La base di Sigonella (Archivio Ansa).

Perché gli Usa non hanno chiesto di poter atterrare a Sigonella?

Ci si chiede però perché gli alleati americani non abbiano chiesto di poter atterrare a Sigonella prima della partenza. Forse perché Donald Trump considera l’Italia una provincia dell’impero? O perché era convinto che l’amica Giorgia non avrebbe avuto niente da ridire? Se Sanchez ha negato espressamente l’uso delle basi americane in Spagna per operazioni di guerra contro l’Iran, l’Italia si è mantenuta sul filo della diplomazia, cercando di tenere il piede in più staffe. A pensar male, forse The Donald voleva stanare una volta per tutte Meloni, che ha già pagato parecchio in termini di consenso (e si è visto anche al referendum) la sua vicinanza alla Casa Bianca.

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Donald Trump e alle sue spalle Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu

Guai a chiamarla intimidazione. Quello della Domenica delle Palme è stato solo un incidente, o meglio, un «fraintendimento». Israele, si sa, è molto suscettibile, rispetto alle scelte lessicali relative a certi suoi interventi: a Gaza non è in corso un genocidio, ma un’operazione anti-terrorismo; quelli che in Cisgiordania vessano e uccidono i palestinesi non sono terroristi, ma coloni intraprendenti; e impedire al patriarca latino di raggiungere la chiesa del Santo sepolcro per celebrare una delle messe più importanti del calendario liturgico cattolico è solo frutto di un equivoco, come ha diplomaticamente sottolineato lo stesso involontario protagonista, il cardinal Pierbattista Pizzaballa.

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Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
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Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu

Comunque lo si chiami, l’accaduto ha generato nella politica e nell’opinione pubblica italiana uno scoordinato gioco dei quattro cantoni. La sinistra laica e femminista si è improvvisata paladina del patriarcato (quello di Gerusalemme) e delle secolari tradizioni cristiane della Terrasanta; il centrodestra, finora strenuamente filo-israeliano, ha parlato di decisione «inaccettabile» e di «offesa alla libertà religiosa».

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Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Corteo per la Palestina per dire no al genocidio (foto Imagoeconomica).

Eddai, Netanyahu voleva solo proteggere l’incolumità del cardinale…

Alessandro Sallusti, uno di quei tradizionalisti che ogni dicembre tuonano in difesa dei presepi e delle recite natalizie nelle scuole, ha sostenuto in tivù che Benjamin Netanyahu voleva solo proteggere l’incolumità del cardinale, lasciando intendere che se Pizzaballa (ormai noto fra gli ultrà pro-Israele come Pizzapal, per le sue evidenti simpatie per i gazawi) ci teneva tanto a celebrare la messa della domenica delle Palme, poteva farlo su Zoom, anziché gironzolare per la Città Vecchia con il subdolo intento di farsi molestare dalla polizia e mettere Bibi in cattiva luce.

Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Giorgia Meloni con il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Imagoeconomica).

Meloni e Tajani presi a pesciate sui social dai filo-palestinesi

Ma le giravolte non sono finite: per una volta che Antonio Tajani e Giorgia Meloni erano usciti dalla modalità maggiordomo e nanny di Donald Trump e Netanyahu e avevano alzato un po’ la voce, si sono visti presi a pesciate sui social dai filo-palestinesi, per aver mostrato per l’oltraggio al patriarca cento volte più sdegno che per gli eccidi di innocenti a Gaza, mentre su X l’ideologo neo-vetero-con Francesco Giubilei ha rinfacciato alla sinistra di difendere un alto prelato cattolico, ma di infischiarsene dei cristiani perseguitati o uccisi dagli islamisti.

Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Il cardinale Pizzaballa nella nuova opera di Alxsandro Palombo sui muri del palazzo arcivescovile in via Delle Ore, a Milano (foto Ansa).

C’è chi è animato dalla fede e chi è sostenuto da una malafede

Anche a non essere credenti e praticanti, si prova un certo disagio nel vedere la differenza di stile fra chi è genuinamente animato dalla fede, come il cardinal Pizzaballa, e chi è sostenuto da una malafede altrettanto fervida, a prescindere dallo schieramento in cui milita. Mai come oggi, la Chiesa cattolica sguscia come una saponetta bagnata dalle mani della politica occidentale: sui diritti delle donne e sulla morale sessuale è rimasta ferma al Concilio di Trento, deliziando le destre, per deluderle clamorosamente subito dopo con posizioni “comuniste”: il rifiuto di ogni guerra e dell’accumulo sfrenato di ricchezze, la condanna del suprematismo bianco e perfino di quello cristiano.

Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Il cardinal Pierbattista Pizzaballa in Vaticano (foto Ansa).

Il cardinale che manda aiuti allo sventurato popolo di Gaza

Per il papa di Roma, Gesù è sempre lo sfigato mezzo nudo inchiodato alla croce, non il figaccione vichingo in tunica di cachemire venerato nelle mega church dove si predica il Vangelo della prosperità, secondo cui i veri cristiani hanno la Ferrari, la villa con piscina e un fucile d’assalto per difendere entrambe. È il Gesù che piace a Trump, a JD Vance e a Pete Hegseth e che alla fine sta simpatico anche a Netanyahu – sicuramente, molto più di quello povero e sofferente, in nome del quale il cardinale Pizzaballa disobbedisce alla polizia e ogni volta che può manda aiuti allo sventurato popolo di Gaza.

Pizzaballa, l’ipocrisia della destra e il fraintendimento del povero Netanyahu
Il cardinal Pierbattista Pizzaballa (foto Ansa).

I missili sono cattivi solo quando sono iraniani

L’incidente/fraintendimento della domenica delle Palme ha avuto un finale che ricorda le storie di don Camillo: Netanyahu, un Peppone ben più feroce e fanatico di quello di Giovannino Guareschi, ha fatto marcia indietro e ha concesso al patriarca Pizzaballa «il pieno e immediato accesso alla basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme», ricordando peraltro che è già stata bersaglio dei missili iraniani. Traduzione: se se ne becca uno in testa, poi non venite a lamentarvi con noi. Attenzione: essendo i missili iraniani, si può dire che la chiesa è stata un «bersaglio». La chiesa di Gaza, centrata dalle bombe israeliane nel luglio scorso, bilancio tre morti e parecchi feriti fra cui il parroco, è stata solo un qui pro quo.

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La chiesa della Sacra Famiglia a Gaza (foto Ansa).

Madre e figlia morte a Campobasso, la svolta: non fu intossicazione ma avvelenamento

Svolta nel caso delle due donne, mamma e figlia, morte durante le vacanze di Natale all’ospedale Cardarelli di Campobasso dopo una sospetta intossicazione alimentare. Un nuovo fascicolo di indagine, al momento contro ignoti, ipotizza un duplice omicidio premeditato. Sara Di Vita, 15 anni, e sua mamma Antonella Di Jelsi, 50 anni, sarebbero state avvelenate nella loro casa di Pietracatella con la ricina. Tracce del veleno sono state trovate durante gli esami effettuati sul sangue, sia in Italia che all’estero.

Cos’è la ricina, il veleno che ha ucciso madre e figlia

AGI - La ricina è una sostanza tossica e letale estratta dalla pellicola interna del rivestimento del seme del ricino. Non esiste un antidoto alla tossina della ricina.

Tracce di questa sostanza sono state trovate nel sangue di Sara Di Vita, 15 anni e della madre Antonella Di Jelsi, 50 anni entrambe morte dopo Natale 2025 all’ospedale Caldarelli di Campobasso.

Secondo chi indaga le due donne sono state uccise per avvelenamento e non sono decedute per un’intossicazione alimentare come si era precedentemente ipotizzato. Si tratterebbe, quindi, sempre secondo gli investigatori di un duplice omicidio. 

La ricina nella serie tv "Breaking Bad" 

In pochi dimenticheranno la spiegazione sulla ricina del professor Walter White, protagonista della popolare serie tv Breaking Bad, durante la seconda stagione: “La ricina è un veleno potentissimo, letale anche in piccole dosi, ed è molto difficile da rilevare durante l'autopsia.

La ricina e il KGB 

Alla fine degli anni '70 la ricina fu utilizzata dal KGB per assassinare un giornalista bulgaro. Modificarono la punta di un ombrello e gli iniettarono una piccolissima dose nella gamba. Stiamo parlando di un volume poco più grande della capocchia di uno spillo”.  

Il veleno per eliminare i rivali in amore: il caso di Torino 

C’è chi quella puntata l’ha guardata con fin troppa attenzione, finendo poi per mettersi nei guai. È il caso di quattro ragazzi di Torino, arrestati nell’aprile 2019, secondo gli inquirenti legati agli ambienti dell’estrema destra, che per vendicarsi di due coetanei rei di essersi fidanzati con due ragazze dei quali i due erano innamorati, avevano deciso di provare ad ucciderli utilizzando proprio la ricina.

I due, durante una festa di Casa Pound in un locale di Torino, l’Asso di Bastoni, avevano provato a versare la sostanza dentro il bicchiere di vodka di uno degli avversari in amore, ma la sostanza non aveva fatto in tempo a sciogliersi depositandosi nel fondo del bicchiere, così il giovane se l’è cavata con fortissimi ma innocui dolori allo stomaco nei giorni successivi.

La ricina nel cinema 

La ricina è una sostanza citata anche in altri film e serie tv, come “Gotham”, “Mentalist”, “Designated Surivivor” ed è protagonista della commedia “The Interview” con James Franco incaricato di uccidere Kim Jong Un proprio con un cerotto intriso di ricina.

Non solo finzione 

Non è però solo nella finzione che trova spazio questa proteina presente nei semi della pianta Ricinus communis, una potente citotossina naturale in grado di causare morte cellulare bloccando l'attività di sintesi proteica dei ribosomi, con una dose letale media che si aggira sui 0,2 milligrammi.

Da Saddam Hussein ad Al Qaeda 

Anni fa, gli ispettori dell’Onu anni, mentre cercavano le presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, trovarono nei suoi laboratori molti appunti sulla fabbricazione e l'utilizzo della ricina, nonché sul trattamento, le modalità di somministrazione e i tempi della morte.

Nel 2003 un piccolo gruppo di terroristi collegato ad Al Qaeda e operante in Kurdistan utilizzò diverse volte la sostanza e quando i giornalisti occidentali entrarono nella Kabul appena liberata trovarono sopra le scrivanie delle case dei talebani in fuga diverse ricette di armi chimiche tutte a base di ricina.

Barack Obama nel mirino 

Ed era sempre ricina quella intercettata nelle lettere inviate nel 2013 al presidente Barack Obama e al senatore del Mississippi Roger Wicker. 

Con lo stesso veleno, nel 2014 a Londra la trentasettenne Kuntal Patel provò ad uccidere la madre sessantenne. Anche lei fortunatamente fu fermata dalle autorità prima che la tragedia si consumasse. 

Grillo ha avviato l’azione legale per riprendersi nome e simbolo del M5s

Beppe Grillo e l’associazione M5S di Genova hanno notificato al partito presieduto da Giuseppe Conte l’atto di citazione davanti al Tribunale di Roma per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo “MoVimento 5 Stelle”. Lo riporta Open. L’udienza si dovrebbe tenere a luglio. Estromesso dalla formazione politica da lui stesso cofondata, Grillo aveva annunciato a giugno 2025 l’intenzione di fare causa per riappropriarsi di contrassegno e nome. «Vedere questo simbolo rappresentato da queste persone mi dà un senso di disagio», aveva detto in occasione della Costituente voluta da Conte.

Grillo ha avviato l’azione legale per riprendersi nome e simbolo del M5s
Giuseppe Conte e Beppe Grillo (Imagoeconomica).

Il lungo post dell’ex deputato Bella a supporto di Grillo

«In un mondo normale, se io Beppe Grillo concedo a te Giuseppe Conte di usare qualcosa che mi appartiene, non servirebbe alcuna azione legale affinché tu, Giuseppe Conte mi restituisca ciò che non è affatto tuo». Lo ha scritto sui social l’ex parlamentare pentastellato Marco Bella, molto vicino al comico. E poi: «In un mondo normale, se io Beppe Grillo ho messo tanto lavoro, tanti soldi miei e mi sono beccato una serie infinita di querele per permettere a te, Giuseppe Conte, di diventare da signor nessuno Presidente del Consiglio e di avere uno staff di decine di persone che si occupano della tua comunicazione, tu, Giuseppe Conte, dovresti essere almeno grato a me Beppe Grillo». Bella ha inoltre aggiunto: «La battaglia legale sarà difficile, lunga e complessa. E chi sarà in prima fila sarà purtroppo Beppe. Proprio la persona che il MoVimento lo ha fondato, costretto ancora una volta a metterci soldi suoi. Contro qualcuno che, invece, si è assicurato milioni di finanziamenti pubblici. La dignità, però, non ha prezzo. È una battaglia giusta e per quanto difficile va fatta».

Il 14 aprile esce il nuovo libro di Conte: Una nuova primavera

Intanto, il 14 aprile uscirà il nuovo libro di Conte, intitolato Una nuova primavera. La mia storia, i nostri valori, la sfida progressista per l’Italia. «Di fronte alle ingiustizie del nostro tempo dobbiamo sentire il dovere di reagire, mettendo in campo competenze, passione, coraggio per difendere i diritti di coloro che hanno perso ogni tutela, per riaffermare i valori che ci tengono insieme», scrive nel volume l’ex premier. «Il leader alla testa di tante battaglie per la prima volta si racconta, senza censure e senza sconti. Mette ordine tra le vicende del passato, pubblico e privato, e ricostruisce gli snodi della sua ascesa professionale e politica, le riforme più osteggiate, la rottura con Grillo e l’arrivo alla guida del Movimento 5 Stelle», si legge nella scheda della casa editrice Marsilio.

Campobasso: madre e figlia non morirono intossicate, furono avvelenate con la ricina

AGI - Mamma e figlia morirono in ospedale a Campobasso, ma non a seguito di un'intossicazione alimentare, bensì per avvelenamento. È l'ipotesi che prende corpo per la morte delle due donne decedute subito dopo Natale all'ospedale Cardarelli di Campobasso, Sara Di Vita, 15 anni, e Antonella Di Jelsi, 50. Inizialmente si suppose un'intossicazione alimentare. Oggi prende piede invece, un'altra ipotesi investigativa: quella dell'omicidio premeditato.

Avvelenate a Campobasso con la ricina

La morte avvenne per avvelenamento con la ricina, una proteina presente nei semi della pianta del ricino che, se ingeriti, sono in grado di causare morte cellulare bloccando l'attività della sintesi proteica. Al momento la procura di Campobasso ha aperto un fascicolo contro ignoti per duplice omicidio premeditato.

Quella sera mangiarono pesce e funghi

Quella sera la famiglia aveva mangiato cozze, vongole, seppie e baccalà e sospetti erano caduti anche su una confezione di funghi champignon. Accertamenti erano stati eseguiti anche su alcune farine. Il padre di Sara Di Vita e marito di Antonella Di Jelsi, Gianni Di Vita, era stato ricoverato in condizioni stabili allo Spallanzani di Roma, insieme alla figlia maggiore Alice, che non aveva mangiato con la famiglia.

Trump agli alleati: «Dovrete imparare a combattere da soli»

Donald Trump di nuovo contro gli alleati. «A tutti quei Paesi che non possono ottenere carburante per aerei a causa dello Stretto di Hormuz, come il Regno Unito che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell’Iran, ho un suggerimento per voi: numero 1, comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza, e numero 2, fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo», ha scritto in un post su Truth. «Dovrete imparare a combattere da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi. L’Iran è stato, in sostanza, decimato. La parte difficile è fatta. Andate a procurarvi il vostro petrolio!», ha aggiunto. Presa di mira, oltre al Regno Unito, anche la Francia: «Non ha permesso agli aerei diretti in Israele, carichi di rifornimenti militari, di sorvolare il territorio francese. È stata molto inutile con noi nei confronti del “Macellaio dell’Iran”, che è stato eliminato con successo! Gli Stati Uniti non dimenticheranno!».

Il 10 aprile Meloni riferirà alla Camera sui provvedimenti del governo

«Per chiarire una volta per tutte che il governo continua a lavorare anche dopo il referendum, Giorgia Meloni ha dato la disponibilità a riferire la prossima settimana in Parlamento, illustrando i provvedimenti su cui l’esecutivo è quotidianamente impegnato e su cui continua a lavorare». È quanto hanno fatto sapere all’Ansa fonti di Palazzo Chigi. A seguito di contatti con il presidente Lorenzo Fontana, l’informativa in Aula alla Camera dei deputati è stata fissata per venerdì 10 aprile, alle ore 9. A confermare la presenza della premier in Aula è stato anche Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento. La maggioranza viene da una settimana post-referendum molto complicata. Nel giro di pochissimo tempo si sono infatti dimessi – anche a causa dell’esito negativo della consultazione – Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro del Guardasigilli Carlo Nordio, e Daniela Santanchè, ministra del Turismo.

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Sigonella, la nota di Palazzo Chigi: «Solidi rapporti con gli Usa, rispettiamo i trattati»

Dopo le indiscrezioni del Corriere riguardo il divieto, da parte dell’Italia agli Stati Uniti, di utilizzare la base di Sigonella per l’atterraggio di alcuni bombardieri americani, Palazzo Chigi è intervenuto con una nota ribadendo che il nostro Paese «agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere». «Ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato», spiega l’esecutivo. «Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione». Il governo, pertanto, «continuerà a operare nel solco dei trattati vigenti, nel rispetto della volontà dell’esecutivo e del Parlamento, garantendo al contempo affidabilità internazionale e piena tutela dell’interesse nazionale».

Crosetto: «Decisioni in continuità rispetto al passato»

Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro della Difesa Guido Crosetto: «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Il governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti i governi italiani in totale aderenza agli impegni presi in Parlamento e alla linea ribadita anche in Consiglio supremo di Difesa, in continuità con tutti i precedenti Consigli, nei decenni. Gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del governo (per la quale si è deciso di coinvolgere sempre il Parlamento) in assenza della quale non è possibile concedere nulla e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente perché ricompreso negli accordi. Un ministro deve solo farli rispettare. Terzium non datur. In ultimo voglio ribadire che non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli Usa, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi».

Leonardis di Sae ha appena comprato La Stampa e vuole già vendere tutto

Alberto Leonardis, presidente e amministratore delegato del gruppo editoriale Sae, anche se non ha ancora perfezionato l’acquisto de La Stampa si è già messo alla ricerca di compratori che possano rilevare il polo di quotidiani che ha creato dal 2020 a oggi.

Esborso da 22 milioni di euro da parte di un gruppo indebitato

E in effetti molti osservatori del mercato hanno valutato che l’operazione La Stampa, con un esborso da 22 milioni di euro per un giornale che produce perdite per una decina di milioni all’anno e ha in pancia una redazione di 178 dipendenti, fosse un passo davvero più lungo della gamba per il gruppo Sae, che ha i conti in rosso.

Leonardis di Sae ha appena comprato La Stampa e vuole già vendere tutto
Alberto Leonardis (foto Imagoeconomica).

Al momento la Sapere Aude Editori (Sae) già controlla Il Tirreno (Livorno), Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara, comprati da Gedi nel 2020, e poi La Nuova Sardegna (rilevata nel 2022) e La Provincia pavese (nel 2025), oltre ad aver rilevato Paese Sera (2025).

Come operano questi “spazzini” di testate in difficoltà

Come insegnano operazioni simili compiute nel passato, questi “spazzini” di testate in difficoltà (e Sae è stato il partner sodale di Gedi in tutte queste dismissioni) ricevono in genere dal venditore una dote milionaria per riuscire a gestire i giornali nei primi tempi. Quando la dote si esaurisce, o li chiudono, o li rivendono a qualcun altro, o fanno pesanti ristrutturazioni per avere un equilibrio economico-finanziario.

Leonardis di Sae ha appena comprato La Stampa e vuole già vendere tutto
John Elkann in visita alla sede de La Stampa (Ansa).

Lo schema usato finora da Leonardis è il seguente: lui fa da aggregatore, poi i soldi li mettono soprattutto imprenditori e politici locali. Finora però si trattava di piccole testate molto legate al territorio di competenza. Da valutare, adesso, come verrà strutturato il veicolo che acquisterà La Stampa, e se effettivamente, tra i soci di minoranza, ci sarà anche la Sportcast srl, società posseduta dalla Federazione italiana di tennis e padel, e che si occupa di editoria producendo il canale tivù Supertennis. In questo caso ci sarebbe però un cavillo da superare: lo statuto di Sportcast, nell’oggetto sociale, ammette l’edizione e la produzione di giornali, esclusi però i quotidiani. E quindi sarebbe poco adatta per l’ingresso in Sae. Si vedrà.

Leonardis possiede solo il 3 per cento di Sae

Nel frattempo, come detto, Leonardis da un lato è impegnato a finalizzare il contratto preliminare per l’acquisto de La Stampa (chiusura entro giugno), dall’altro ha già iniziato a sondare il terreno per un’ipotetica cessione di tutta la Sae, di cui lui personalmente possiede solo il 3 per cento.

Leonardis di Sae ha appena comprato La Stampa e vuole già vendere tutto
Urbano Cairo (Imagoeconomica).

Tra i tavoli ai quali ha fatto pervenire il dossier Sae c’è di sicuro quello di Rcs MediaGroup, che al momento si è però detto non interessato ad affiancare al Corriere della sera e a La Gazzetta dello sport una catena di quotidiani locali (La Stampa, a tendere, diventerà un giornale locale con una redazione più che dimezzata).

Leonardis di Sae ha appena comprato La Stampa e vuole già vendere tutto
Theodore Kyriakou e, dietro di lui, la prima pagina di Repubblica.

E presto sui tavoli della business community italiana potrebbe arrivare anche un altro dossier: quello di Repubblica. È noto, infatti, che il gruppo greco Antenna ha chiuso l’operazione con Gedi solo perché interessato alle radio (Deejay, M2o, Capital), mentre non sa che farsene del quotidiano, che perde circa 15 milioni di euro all’anno e ha una redazione di 270 giornalisti.