AGI - Non sono ancora chiare le cause della morte dei cinque sub alle Maldive ma secondo i media locali, a causarne il decesso sarebbe stata "la tossicità dell'ossigeno". "È un fenomeno che può succedere quando si scende molto in profondità", spiega all'AGI l'esperto Maurizio Uras dive master di lungo corso e titolare del dive center 'L'Argonauta' in Sardegna, a Cala Gonone. "Se la miscela della bombola non è adeguata, l'ossigeno a certe profondità diventa tossico" afferma Uras.
Ogni 10 metri aumenta la percentuale di ossigeno che si respira tramite l'erogatore
"Normalmente le immersioni vengono fatte con le bombole e 1,4-1,6 bar, ossia con precise percentuali di ossigeno - continua - e ciò significa che se si scende molto oltre il limite dei 18 metri, che sarebbe quello previsto per chi consegue il brevetto di primo livello, la percentuale di ossigeno contenuta nella bombola deve essere ridotta. Normalmente le bombole sono caricate con aria compressa che ha ossigeno al 21%. Quindi, se si eccedono i 70 m di profondità si respira o ossigeno oltre gli 1,4 bar e comincia ad essere tossico". A quel punto, bisognerebbe diminuire la percentuale nella bombola di ossigeno e di azoto e aumentare quella di un altro gas, come l'elio. "È un punto molto importante" in quanto il rischio di calarsi cosi' in profondità con una miscela 'sbagliata' è quello di "avere crampi, e di mandare in sofferenza tutti i muscoli e quindi anche il cuore".
Prima di immergersi, quindi, un sub esperto deve controllare con l'ossimetro la miscela contenuta nella bombola e ovviamente valutare prima la profondità che si vuole raggiungere. "Il fatto che mi stupisce - osserva Uras - è che si possano essere sentiti male tutti e cinque assieme nello stesso momento. Ma consideriamo anche che non sappiamo cosa sia successo. Certo, se erano esperti mi sembra strano che non si siano accertati prima di queste importanti variabili". Poi c'è un altro fattore di rischio: "Le condizioni meteorologiche sono importanti e bisogna considerare anche che l'Oceano Indiano non è il Mediterraneo che tutto sommato è un mare tranquillo. Lì ci sono correnti fortissime che, immagino, possano tirare da una parte all'altra. Un vero pericolo".
Negli Anni 70-80-90 e pure nei primi 2000 il dibattito che ruotava attorno agli stadi di calcio descriveva quegli spazi come zone di sospensione della legalità, dove prevaleva la violenza o quantomeno la maleducazione. E dove comandavano gli ultrà. Alla conclusione delle varie tavole rotonde, si auspicava sempre «il ritorno dei bambini e delle famiglie sugli spalti», perché il pallone era una cosa da vivere in serenità e col sorriso sulla bocca. La goccia, anno dopo anno, ha scavato un solco, e, al netto delle curve che continuano a essere porti franchi in mano a bande di malavitosi, ora gli stadi sono diventati effettivamente un’altra cosa. Non soltanto sono tornati a essere frequentati dalle mitologiche famiglie, ma, soprattutto nelle grandi città, sono entrati nel circuito dei turisti, come il Colosseo a Roma o la Tour Eiffel a Parigi.
L’esterno dello stadio Giuseppe Meazza (foto Ansa).
E quindi, nella visita a Barcellona, Madrid, Torino o Milano, ecco che l’esperienza di una partita di calcio si trova ormai su qualunque programma dei tour operator. Con un paio di effetti collaterali che, però, piacciono poco al pubblico dei veri appassionati.
I prezzi dei biglietti pensati per un target altospendente
In primis: i prezzi dei biglietti sono aumentati in maniera vertiginosa. Vale per gli stadi come un po’ per tutti gli eventi live, che dopo il Covid sono stati travolti da un boom di “ritorno alla vita” che non pare ancora scemare. Tanto per fare qualche esempio: nel 1999 un biglietto al secondo anello di San Siro, in quelli che erano i vecchi popolari pre-ristrutturazione per Italia 90, costava 20-30 mila lire. La tribuna 100 mila lire.
Tifosi al secondo e terzo anello di San Siro (foto Unsplash).
Nel 2005 i settori più a buon prezzo dello stadio milanese erano già saliti a 20-30 euro. Il listino prezzi di Inter-Parma, la partita che il 4 maggio ha consegnato ai nerazzurri la matematica vittoria del campionato 2025-26, elencava come tariffa più abbordabile i 130 euro per il terzo anello. Il secondo anello (cioè i vecchi popolari) quotava 210 euro (un papà con il figlio avrebbe quindi speso 420 euro). Per la tribuna rossa ci volevano 350 euro a testa. Un salasso.
Solo gli abbonati possono beneficiare di tariffe calmierate
Ovviamente i club dicono di preservare i tifosi attraverso gli abbonamenti, che hanno tariffe calmierate (Inter, Milan e Roma vendono circa 40 mila abbonamenti a testa a stagione), mentre i biglietti partita per partita (circa 35 mila sia per Inter sia per Milan), destinati appunto a target disposti a spendere, hanno prezzi che volano. E spennare i turisti è diventata una prassi un po’ ovunque, in particolar modo quando ci si avvicina a uno stadio, anche se ormai quegli inglesi sono diventati quasi a buon prezzo rispetto agli impianti italiani o spagnoli.
Lo stadio San Siro a Milano (foto Ansa).
All’estero fanno grandi ricavi da stadio anche quando non si gioca
C’è, in questo aspetto dei ricavi da stadio, anche una strategia di fondo dei club: convinti che coi diritti tivù non si camperà ancora per molto, la gran parte delle società si sta infatti strutturando proprio per accrescere i flussi di denaro derivanti dalle attività dello stadio, magari di proprietà. Strutture aperte tutti i giorni, sfruttate al massimo e in grado di assicurare entrate anche quando non ci sono partite. Per esempio il nuovo Santiago Bernabeu, inaugurato dal Real Madrid all’inizio della stagione 2024/2025, porta nelle casse dei Blancos circa 350 milioni di euro all’anno, soprattutto grazie ai 90 milioni di euro assicurati nei giorni senza match in programma, solo con i tour al museo e sugli spalti, o da eventi e ristoranti. Giusto per fare un paragone: il Real Madrid, in quelle date senza sfide in programma, incassa più soldi rispetto a quelli complessivi che ora frutta San Siro, partite comprese, all’Inter o al Milan.
La contestazione dei tifosi del Milan contro l’amministratore delegato Giorgio Furlani (foto Ansa).
Turisti che esultano, senza capire granché, mentre la squadra perde
Il secondo effetto negativo, perlomeno per i puristi, i tifosi o i nostalgici dei vecchi tempi, è il mutamento radicale dell’atmosfera da stadio. Lo si nota già quando le curve fanno lo sciopero del tifo e le partite si seguono praticamente in silenzio sugli spalti, senza cori, incitamenti o insulti. Ma ancora peggio quando l’atteggiamento di chi sta sulle tribune è completamente scollegato da quanto avviene in campo, e coi risultati della squadra di casa. I tifosi del Milan, per esempio, si sono parecchio lamentati del clima surreale di San Siro, con la squadra di casa umiliata da Udinese o Atalanta ma gli spalti gremiti da turisti in maglietta rossonera sorridenti che si facevano selfie, salutavano la telecamera entusiasti e applaudivano alle azioni senza capirci molto.
L’immagine “stonata” dei tifosi occasionali che esultavano davanti alla telecamera nonostante il Milan stesse perdendo malamente in casa contro l’Atalanta.
Ci si avvicina sempre più, insomma, a quel modello statunitense dove andare allo stadio è un momento di svago, intrattenimento, in cui si ride, si scherza, si mangia, si fanno foto e video. Ma della partita frega poco, tranne negli ultimi tre minuti del match.
Cuba ha esaurito le scorte di petrolio e gasolio a causa del blocco statunitense in corso, che sta privando l’isola di rifornimenti di carburante. Lo ha annunciato il ministro dell’Energia e delle Miniere Vicente de la O Levy, spiegando che le riserve di petrolio necessarie per alimentare la già provata rete elettrica dell’isola sono quasi esaurite. «La situazione è molto tesa e sta facendo sempre più caldo», ha detto sulla tivù di Stato, riferimento ai torridi mesi estivi che a Cuba fanno sempre schizzare in alto domanda di energia. «Non abbiamo assolutamente gasolio», ha aggiunto De la O Levy.
Il petrolio arrivato dalla Russia a fine marzo è già terminato
Dopo l’operazione di gennaio in Venezuela, Paese alleato di Cuba e ricchissimo di petrolio, gli Stati Uniti hanno bloccano gli arrivi di combustibile sull’isola con azioni navali, minacciando inoltre sanzioni e dazi per chiunque rifornisca l’Avana. Interrotto dunque l’arrivo di petrolio dal Messico, secondo fornitore del Paese dopo il Venezuela. A poco è servita la donazione russa di petrolio arrivata alla fine di marzo (100mila tonnellate), già esaurita. E, in generale, non possono contribuire granché al fabbisogno energetico dell’isola i pannelli solari regalati dalla Cina.
Una strada dell’Avana durante un blackout (Ansa).
La corrente elettrica arriva nelle case per due ore al giorno
Cuba è ormai in ginocchio: la corrente elettrica arriva nelle case per due ore al giorno, con i cittadini che in pratica stanno vivendo un eterno blackout. In tanti lamentano di non avere abbastanza energia per ricaricare dispositivi come i ciclomotori elettrici o persino i telefoni. E in tanti sono costretti a svegliarsi nel cuore della notte – quando di solito torna l’elettricità – per svolgere attività basilari come lavare i panni e cucinare. Va da sé che sono andati in crisi anche i trasporti e gli ospedali, che da mesi si occupano solo dei casi urgenti.
Murale dedicato a Che Guevara a Cuba (Ansa).
Cuba va avanti tra proteste e minacce da parte di Trump
Negli ultimi giorni, gruppi di cubani sono scesi in piazza, spesso di notte, battendo pentole e padelle contro i prolungati blackout. Ma ci sono state anche manifestazioni più forti, come alcune barricate per strada. Nel frattempo continuano le trattative tra i governi di Cuba e Stati Uniti. Il dipartimento di Stato americano ha di recente offerto 100 milioni di dollari di aiuti, a patto che vengano attuate «riforme significative del sistema comunista». Da parte sua, Donald Trump ha affermato che il governo cubano è sull’orlo del collasso e che sta valutando la possibilità di ricorrere alla forza militare per prendere il controllo dell’isola.
Nuovo colpo di scena riguardante il delitto di Garlasco. La Procura di Brescia, che indaga sul presunto accordo corruttivo intercorso tra l’ex procuratore aggiunto Mario Venditti e Giuseppe Sempio, è al lavoro per rintracciare l’autore di una richiesta di archiviazione dell’indagine del 2017 nei confronti di Andrea Sempio diversa da quella originale, trovata a ottobre dalla Procura di Pavia all’interno di un fascicolo del Nucleo informativo dei carabinieri della città, che non aveva la delega per le prime indagini del 2016-2017.
Le annotazioni: una decina di righe scritte a penna
Sotto la lente d’ingrandimento sono finite alcune annotazioni, una decina di righe scritte a penna in un foglio: correzioni a una bozza, anch’essa trovata tra i documenti, della richiesta di archiviazione per Sempio, poi «recepite» nell’istanza definitiva degli allora pm «nonostante qualche evidente errore» (Stasi viene chiamato Andrea e non Alberto), come ha spiegato il procuratore aggiunto Stefano Civardi.
Il foglio con appunti sulla richiesta di archiviazione di Sempio (Ansa).
Come è stato trovato il foglio con gli appunti
Secondo quanto emerso, i pm di Pavia hanno affidato ai carabinieri il compito di capire se negli uffici del Nucleo informativo pavese se ci fossero documenti su Sempio. Questo dopo aver scoperto che il 24 dicembre 2016, quando la prima inchiesta Sempio era stata aperta da un giorno, Maurizio Pappalardo, all’epoca comandante del Nucleo e di recente condannato per corruzione e stalking nel caso “Clean 2”, aveva fotografato alcuni atti col telefono dalla scrivania del procuratore aggiunto Mario Venditti. Il motivo? A quanto pare, «ricevuto insistenti messaggi che lo richiedevano in Procura da parte di Antonio Scoppetta», maresciallo dei carabinieri a Pavia. Gli uomini dell’Arma non hanno trovato queste foto, ma si sono imbattuti in un «un fascicolo P (permanente)» su Sempio, aperto il 25 marzo 2017, ovvero qualche giorno dopo l’archiviazione dell’inchiesta a suo carico. Al suo interno anche gli appunti scritti a mano.
Sempio avrebbe ucciso perché rifiutato da Chiara Poggi
Andrea Sempio, all’epoca dei fatti amico del fratello di Chiara Poggi, è l’unico indagato nella nuova inchiesta per l’omicidio avvenuto il 13 agosto 2007. Secondo la linea accusatoria dei pm, Sempio avrebbe ucciso per un rifiuto a un approccio sessuale.
Chiara Poggi.
Attesa a giorni la decisione sull’indagine per corruzione
Per quanto riguarda l’indagine sulla corruzione, è attesa a giorni la decisione da parte dei pm Alessio Bernardi e Donato Greco sul fascicolo: archiviazione del caso oppure notifica di conclusione dele indagini e richiesta di rinvio a giudizio.
Questa edizione americana del Mondiale di calcio continua a far discutere: dopo le polemiche sui prezzi, le proteste in Messico e i dati sull’inquinamento, c’è anche il clima a preoccupare. In una lettera indirizzata al consiglio Fifa, al suo team medico e ai rappresentanti delle nazionali partecipanti, un gruppo di ricercatori da diversi Paesi del mondo, dalla Francia all’Australia, ha espresso forte allarme per la salute di giocatori e tifosi per via delle temperature estreme previste per l’estate. IlSeasonal Temperature Outlook del Servizio meteorologico nazionale degli Stati Uniti indica infatti un quadro critico, con picchi di calore ai massimi storici tra giugno e luglio 2026, proprio quando sono in programma le partite.
Donald Trump e Gianni Infantino (Imagoeconomica).
I cooling break potrebbero non bastare
Le principali preoccupazioni sollevate dai ricercatori riguardano le temperature elevate e l’umidità che caratterizzano molte delle località dove è in programma il Mondiale 2026. Il parametro chiave per valutare i rischi è il Wet bulb globe temperature (Wbgt), un indice che misura lo stress termico sul corpo umano considerando temperatura dell’aria, umidità, vento e radiazione solare. Secondo le linee guida Fifa, con un Wbgt pari a 32° (corrispondente a circa 45 gradi Celsius e al 20 per cento di umidità relativa) diventano obbligatorie quattro pause per rinfrescarsi (i cooling break che anche la Serie A ha imparato a conoscere) da tre minuti ciascuna durante i match, mentre l’eventuale sospensione della partita è lasciata alla discrezione degli organizzatori. I ricercatori giudicano questo protocollo insufficiente e rischioso, chiedendo che il limite venga abbassato a 26° Wbgt e che la durata delle pause sia raddoppiata.
Altri rischi ambientali: incendi e temporali
Oltre al caldo estremo, la stagione degli incendi boschivi negli Stati Uniti è iniziata con largo anticipo, creando un pericolo concreto per la qualità dell’aria: il fumo può infatti raggiungere località molto distanti dal punto dell’incendio, compromettendo la salute degli atleti e del pubblico. I temporali estivi, frequenti e improvvisi, rappresentano un ulteriore elemento di criticità per la sicurezza e la continuità delle partite.
Incendio boschivo (foto Unsplash).
Pronte le misure per sopravvivere all’afa sugli spalti
Le temperature estreme non riguarderanno solo i giocatori: anche i tifosi dovranno fare i conti con caldo e umidità elevati. Per tutelare il pubblico, la Fifa ha proposto una serie di misure di mitigazione dell’afa: possibilità di introdurre in stadio bottigliette chiuse, creazione di zone d’ombra, uso dell’aria condizionata e disponibilità di autobus climatizzati. Negli stadi di Houston e Dallas sono stati inoltre costruiti tetti retrattili per ridurre l’esposizione al sole diretto. L’organizzazione cercherà anche di programmare le partite evitando le ore più calde della giornata. Le soluzioni proposte, se da un lato mirano a garantire la sicurezza, dall’altro potrebbero avere ripercussioni pratiche sui tifosi. Gli eventuali ritardi causati da condizioni meteorologiche imprevedibili possono creare problemi nelle prenotazioni di voli e hotel per chi segue le nazionali in presenza. Anche chi guarderà le partite da casa rischia una maggiore incertezza sugli orari.
Tifosi argentini (foto Unsplash).
Un quadro diverso dal Mondiale del 1994
Il contesto attuale è lontano da quello dell’ultimo Mondiale negli Usa, datato 1994. Le cose sono peggiorate. Friederike Otto, membro del World Weather Attribution, ha ricordato che circa metà dei cambiamenti climatici causati dall’uomo si è verificata proprio negli ultimi 32 anni, aumentando drasticamente i pericoli legati al caldo estremo. C’è però chi ritiene che l’impatto non sarà così drammatico. Chris Mullington, consulente anestesista e docente all’Imperial College London, ha detto che le temperature elevate influenzeranno soprattutto lo stile di gioco, rendendolo più “conservativo”, più che provocare emergenze mediche tra i giocatori. Un assist al calcio speculativo e difensivo, dunque. Che sarebbe piaciuto all’allenatore del Milan Max Allegri. O alla timorosa Italia che non è riuscita a superare i playoff e dunque non ci sarà. E probabilmente non è un caso che per questo tipo di calcio non ci sia più spazio, se non a temperature estreme.
Andriy Yermak, ex capo di gabinetto e collaboratore più importante del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, è stato arrestato con accuse di riciclaggio di denaro. Il tribunale ha disposto la custodia cautelare per due mesi e ha fissato una cauzione pari a 2,7 milioni di euro. Yermak è stato trasferito in un carcere di Kyiv. Secondo le accuse, avrebbe riciclato l’equivalente di 8,9 milioni di euro usando una rete di società di comodo, transazioni in contanti e documenti finanziari fittizi per costruire un complesso residenziale di lusso nella periferia della capitale ucraina. Secondo la procura, il denaro proveniva da attività di corruzione in cui Yermak era coinvolto assieme ad altri politici e imprenditori, che chiedevano tangenti tra il 10 e il 15 per cento su tutti i contratti dell’Energoatom, l’azienda statale dell’energia nucleare. L’indagine su quelle tangenti aveva causato un grave scandalo in Ucraina, portando Yermak alle dimissioni.
Il ministro della Sanità britannico Wes Streeting, esponente della destra laburista, ha annunciato oggi le sue dimissioni dall’attuale esecutivo: si tratta, di fatto, del primo passo verso la candidatura a nuovo leader del partito e, dunque, nuovo inquilino di Downing Street al posto di Keir Starmer, in bilico dopo il disastroso esito delle elezioni amministrative del 7 maggio.
Nella lettera di dimissioni, Streeting ha rivendicato gli obiettivi centrati dal National Health Service sotto la sua guida. Inoltre ha osservato che «i risultati elettorali della scorsa settimana sono stati senza precedenti, sia per l’entità della sconfitta che per le conseguenze di tale fallimento», in quanto per la prima volta nella storia del Paese, «i nazionalisti sono al potere in ogni angolo del Regno Unito». Poi, dopo aver riservato qualche elogio di circostanza a Starmer, ha dichiarato: «Dopo la crisi finanziaria, l’austerità, il disastro della Brexit, Liz Truss, la pandemia di Covid, la guerra in Ucraina e ora quella in Iran, il Paese deve tornare a credere che le cose possano migliorare e che la politica sia parte della soluzione, non la causa del problema. Si tratta di grandi sfide che richiedono una visione audace e soluzioni più ampie di quelle che stiamo offrendo».
Keir Starmer (Ansa).
Ora ha bisogno del sostegno di 80 deputati
Streeting non ha comunicato la decisione di candidarsi alla guida del partito, probabilmente perché non dispone (ancora) del sostegno degli 81 deputati del gruppo laburista – il 20 per cento del totale – necessari a obbligare Starmer a sottoporre la sua leadership a un voto della base parlamentare e di quella degli iscritti. Tuttavia, riporta il Guardian, alcuni alleati di Streeting sostengono che l’ormai ex ministro disporrebbe già dell’appoggio di 80 deputati (81 considerando anche lui). Dunque non è esclusa, nei prossimi giorni – o persino nelle prossime ore – un’accelerata dell’inizio della battaglia per la leadership laburista.
Wes Streeting esce dal 10 di Downing Street dopo un colloquio con Keir Starmer (Ansa).
Le risposte parziali sul caso Nicole Minetti fornite fino ad ora dall’Interpol e dalle forze di polizia alla procura generale di Milano non sono tali da comportare una modifica nel parere trasmesso al ministero della Giustizia in merito alla grazia concessa dal Quirinale. Gli approfondimenti, scrive l’Adnkronos, sono volti a verificare l’esistenza di presunti testimoni che potrebbero offrire un quadro diverso rispetto allo stile di vita ritenuto idoneo (insieme alle ragioni umanitarie legate all’adozione di un minore) per l’atto di clemenza. Sempre da fonti inquirenti emerge l’intenzione di poter chiarire tutti gli aspetti della vicenda che coinvolge l’ex consigliera regionale in tempi rapidi, tendenzialmente entro la prima settimana di giugno.
Antonio Tajani è vicepremier e ministro degli Esteri, ma non smette mai di pensare al “suo” territorio ciociaro. E andrà a finire che la “grande opera” varata dal governo di Giorgia Meloni non sarà il salviniano Ponte sullo Stretto di Messina, ormai dimenticato da tutti tra mille intoppi burocratici, ma – udite udite – la stazione ferroviaria ad alta velocità di Frosinone. Cioè quella che viene pomposamente definita come «un’infrastruttura strategica per lo sviluppo del Frusinate, decisiva per la mobilità del territorio, per i lavoratori pendolari, gli studenti». Era un vecchio pallino del leader di Forza Italia, di cui Lettera43 aveva già dato conto. Adesso è arrivato anche lo studio di fattibilità della stazione dell’alta velocità a Frosinone: «L’opera nascerà a circa 800 metri dal casello autostradale di Ferentino (con cui Tajani ha uno stretto legame affettivo visto che lì era nata la madre Augusta Nardi, insegnante di latino e greco, ndr) e a meno di 10 chilometri da quello di Frosinone. Avrà un impatto su un bacino che comprende oltre 110 comuni, con circa un milione di abitanti e più di 200 mila lavoratori».
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani in treno (foto Ansa).
Va bene, ma le tempistiche? «L’anno prossimo si passa all’iter autorizzativo, nel 2028 alla validazione del piano di fattibilità economica e all’avvio della gara. Se tutto va come è accaduto in questi anni su questo progetto, l’avvio dei lavori può avvenire nel 2030, la fine dei cantieri nel 2033», ha detto il vicepremier e ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Matteo Salvini, sperando che le date fornite siano più affidabili di quelle che aveva promesso per il Ponte, dato che tra consegna del progetto definitivo e partenza dei lavori le scadenze dovevano essere «entro la fine del 2024», poi «entro il 2025», poi «a febbraio 2026», poi chissà.
Matteo Salvini e Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).
Non solo: sempre nei testi ufficiali si legge che «la nuova infrastruttura migliorerà in modo significativo i collegamenti con i principali nodi dell’alta velocità italiana — da Roma a Milano, Torino, Bologna, Firenze e Napoli — garantendo tempi di viaggio più rapidi e una maggiore accessibilità per cittadini e imprese. La futura stazione Av sorgerà secondo un modello già adottato in infrastrutture di riferimento come la stazione Reggio Emilia Av Mediopadana. Il progetto prevede una stazione a quattro binari con due marciapiedi laterali completamente coperti e collegamenti sicuri attraverso un sottopasso».
Un Antonio Tajani d’annata che scende da un treno (foto Ansa).
Tutto merito della «stretta sinergia tra il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, attraverso il diretto impegno del ministro Salvini, la società Rfi, la Regione Lazio e l’amministrazione comunale di Frosinone». Sono stati compiuti «rilevanti passi in avanti verso il completo ammodernamento del sistema di mobilità della Provincia di Frosinone e di tutto il Lazio meridionale», ha detto l’assessore alle Politiche abitative, case popolari, politiche del mare e Protezione civile della Regione Lazio, Pasquale Ciacciarelli, che è della Lega.
Il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca con l’assessore Pasquale Ciacciarelli (foto Imagoeconomica).
Però chi gongola alla fine è sopratutto Tajani, ciociaro doc, che può rivendicare anni di battaglie per conquistare un “hub” di qualità per il territorio, e capace di creare tanti nuovi posti di lavoro. Il progetto della stazione, che si chiamerà MedioLatium, costerà 125 milioni di euro, se tutto va bene. «Magari un giorno quella stazione verrà intitolata proprio ad Antonio, in segno di eterna riconoscenza», spifferano scherzando, ma neanche troppo, i milanesi di Forza Italia. In fondo, già esiste un aeroporto che porta il nome di Silvio Berlusconi, il fondatore del partito…
Fermi tutti, Rampelli e Montanari la pensano allo stesso modo
Chi l’avrebbe mai detto: il destrissimo Fabio Rampelli, il “gabbiano” romano che è anche architetto, oltre che vicepresidente della Camera in quota Fratelli d’Italia, la pensa come Tomaso Montanari, lo storico dell’arte che è anche rettore dell’Università per stranieri in quel di Siena. A unirli, la battaglia contro il progetto di costruire un immobile per la Galleria Borghese, a due passi dallo storico edificio. Le parole di Rampelli? «Il museo per fortuna è di proprietà dello Stato e difficilmente sarà possibile per il Campidoglio costruire un mostro di cemento e acciaio al suo fianco, modello Nuvola di Fuksas. Il sito dove si vorrebbe intervenire è oltretutto d’interesse comunitario. La risposta al desiderio di favorire un maggior afflusso di visitatori e di liberare i depositi, prende una strada sbagliata. Occorre progettare una rete museale che diffonda le opere d’arte sul territorio portandole in periferia anche come strumento per un loro riscatto. Esprimo la mia vicinanza alle associazioni che si sono sollevate contro questo progetto scellerato». Montanari aveva parlato di «scempio», dicendo che sarebbe «come costruire una sopraelevazione sulla Cupola del Brunelleschi, fare un’isola artificiale con spiaggia nel Bacino di San Marco, aggiungere una dépendance al Tempietto del Clitunno».
Rocca ha sempre la grana della Lega: entra Calenda?
Regione Lazio con i soliti problemi: la Lega, con gli assessori Pasquale Ciacciarelli e Simona Baldassarre che non vogliono procedere al rimpasto della giunta guidata da Francesco Rocca, anche perché perderebbero il posto. Ormai le posizioni del governatore sono difficilmente riconciliabili con quelle del partito di Matteo Salvini, tanto che ci sono riunioni in cui spesso si combatte internamente tra forze della maggioranza. Pure i comunicati, come quello leghista di mercoledì 13 maggio, sono durissimi nel respingere il tentativo di rimescolare le carte nella giunta. Ecco il testo di Ciacciarelli e Baldassarre: «Si è tenuto il coordinamento regionale della Lega dove abbiamo discusso delle tematiche per il rilancio dell’azione politica nel Lazio e soprattutto dell’esigenza di riaccendere la discussione su temi di reale interesse per i cittadini. In qualità di assessori regionali del Lazio non possiamo che ringraziare il presidente Rocca per il rispetto istituzionale di cui ha voluto onorare le nostre professionalità all’interno della giunta regionale. Riteniamo doveroso svolgere la carica di assessore mantenendo un rapporto giornaliero con tutte le amministrazioni e le realtà presenti sul nostro territorio, aprendo un confronto funzionale alla risoluzione delle diverse problematiche presenti. Le valutazioni rimangono in capo al partito come ha sempre fatto per la crescita dello stesso. Svolgiamo da sempre la nostra attività politica credendo fortemente nella centralità da attribuire al partito di appartenenza». Lo stallo è assicurato. E la prospettiva futuribile di dare spazio a Carlo Calenda in un governo di destra-centro per fare a meno di Salvini e dei suoi appare sempre più concreta, anche a livello locale.
«Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta reagendo a questa nuova realtà. Ma lo sta facendo all’interno di un sistema che non è mai stato concepito per affrontare sfide di questa portata». Lo ha detto Mario Draghi ad Aquisgrana, in Germania, alla cerimonia di conferimento del Premio internazionale Carlo Magno.
Draghi: «Gli Usa non possono più garantire la nostra sicurezza»
«Per la prima volta dal 1949», ha sottolineato l’ex presidente del Consiglio e della Bce, esiste «la possibilità che gli Stati Uniti non possano più garantire la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate». E la Cina, ha osservato Draghi analizzando nel suo discorso le sfide dell’Europa, non può offrire «un punto di riferimento alternativo» per il Vecchio Continente.
Invocato un «comportamento più assertivo» con gli Usa
Draghi ha ricordato poi che l’Europa «ha cercato la negoziazione e il compromesso» con gli Usa, ma «non ha funzionato» con un partner «diventato più conflittuale e imprevedibile». Questo, ha spiegato, «non deve indebolire la relazione transatlantica o la Nato. Al contrario, porrebbe entrambe su basi più solide». E «un’Europa in grado di difendersi potrebbe persino essere un alleato più prezioso». Nella sua lunga e lucida analisi delle attuali vulnerabilità europee, Draghi ha anche detto che «il cambio di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo, ma anche come un necessario risveglio». Ma, ha sottolineato, «serve coraggio» e un «comportamento più assertivo».
Draghi rilancia la via del «federalismo pragmatico»
Quanto ai processi decisionali a livello comunitario, Draghi ha invocato quello che ha definito «federalismo pragmatico». L’azione a livello dei Ventisette, ha spiegato, «spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe» e «il risultato è un’azione che può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione». L’Ue, ha affermato, deve «spezzare questo ciclo». Come? «I Paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarrà aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti».
Le parole dell’ex premier sulla Difesa comune
Così sulla Difesa comune: «Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio. Ci sono due percorsi per dare sostanza a quell’impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda. Uno passa attraverso coalizioni più ridotte di Paesi accomunati già oggi da capacità e percezioni della minaccia affini. L’altro percorso è dare sostanza operativa all’articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca dell’Ue, che, non è ancora stata tradotta in piani concreti, capacità e strutture di comando».