Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare

Di chi sono le case vuote? Se lo chiedeva Ettore Sottsass nel 1978. Se fosse vivo e fosse capitato a Milano nei giorni del Salone del Mobile se ne sarebbe fatta una ragione: le case, oggi, sembrano sempre più piene. Almeno a guardare gli showroom dei designer, le vetrine dei grandi marchi, gli stand dei mobilieri brianzoli che producono ormai solo per i ricchi del Medio Oriente. Si respira un tipo particolare di paranoia, nei giorni della Design Week a Milano: quella che attanaglia i ricchi terrorizzati di diventare poveri e quella che sembra offrire ai poveri una speranza.

Della ricchezza si vede sempre la fragilità

La ricchezza, si sa, o la si è ereditata o la si è conquistata: in ambedue i casi chi la possiede è portato a vederne la fragilità, perché così come si è materializzata, nello stesso modo può sparire; così il ricco visita il Salone per accumulare, compra tutto a costo di immagazzinare; mentre il ceto medio retrocesso e impoverito vede nel Salone una speranza, “ansiosa”, per riprendere una definizione di Sottsass: davanti a un divano da 20 mila euro o a un tavolo da lavoro da 10 mila non spera già di possederlo per usarlo, vede piuttosto in quei mobili il suo riscatto, una promessa di trasformazione identitaria, il solito sogno insomma.

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
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Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
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Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare

Bramare qualcosa che non sarà mai tuo

C’è qualcosa di leopardiano nel piacere di immaginare di possedere qualcosa sapendo che quel qualcosa non sarà mai tuo; e c’è qualcosa di religioso: il visitatore del Salone compie il suo cammino di Compostela, una marcia laica, un pellegrinaggio da Brera a Tortona, da Durini alle 5 Vie, dall’Isola a Porta Venezia, dalla Statale a Zona Sarpi, nei vari district in cui si suddivide il Fuorisalone, per ammirare oggetti che non avrà mai.

Chi vorrà esporre davvero quegli oggetti in casa propria?

Il culmine di questa liturgia lo toccano i grandi marchi della moda, che da anni hanno scoperto nell’arredamento un nuovo palcoscenico. In questa settimana Gucci, Hermès, Louis Vuitton, Fendi, Versace, Dolce & Gabbana fanno a gara per esporre oggetti che sembrano fatti apposta per essere guardati, ma non toccati. Chi mai vorrà comprare gli arazzi che Demna Gvasalia, lo stilista georgiano di Gucci, ha fatto tessere a una manifattura di Bergamo, raffiguranti le pubblicità del marchio, con uomini in giacca e cravatta e Veneri botticelliane in abito da sera – ma soprattutto: chi mai li vorrà esporre in casa propria? Quali case vuote avrebbero muri abbastanza ampi sui quali montarli? E farebbe lo stesso effetto rispondere a chi chiede: «È un Demna», come in altri contesti altoborghesi si risponderebbe: «È un Hockney, è un Lucian Freud»?

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Arazzi di Gucci.

Da Armani Casa i divani non sono fatti per essere comodi, così pesanti, con una profondità che ti lascia le gambe stecchite e i piedi fuori se solo pensi di appoggiare la schiena alla spalliera ma, anche questi, per essere più che altro contemplati. E dove si metterebbero quei due enormi ghepardi in ceramica lucidata di Dolce & Gabbana sul pianerottolo a fare la guardia, davanti alla porta col citofono?

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
La scritta del Salone del Mobile in piazza della Scala (foto Ansa).

Da Hermès il pezzo centrale della collezione è un tavolo, disegnato da Edward Barber e Jay Osgerby, che finisce in una forma arcuata, per ricordare il dorso del cavallo, in omaggio al core business di Hermès, che cominciò la sua fortuna vendendo selle e finissaggi. Tutto in intarsio di marmo di Carrara: una scultura, non un piano d’appoggio.

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il tavolo Hermès.

Ci si accontenta dell’esperienza estetica di ammirare gli arredi

La distanza tra pubblico e oggetto è infatti parte del rituale: si finisce per non desiderare davvero quel divano o quel tavolo, ci si accontenta dell’esperienza estetica di ammirarli nella loro stranezza. Gli oggetti brandizzati hanno consumato il loro valore d’uso e sono diventati pure “icone“, esposte durante “eventi” – due parole usurate che non si possono più sentire – che paralizzano la città, la trasformano in un inferno di code, per spostarsi, per mangiare, per darsi un appuntamento.

Merci comprate solo da chi può permettersele e applaudite dagli altri

I pellegrini del design, con i piedi a pezzi dopo aver macinato chilometri, non trovano una panchina nemmeno pagandola oro, i dehors dei bar sono tutti occupati, sui divani e sulle sedie esposti negli showroom guai a sedersi. Ricchi o poveri che siano si scoprono spettatori di questa recita che si rinnova puntuale ogni anno, un teatro dove le merci sono protagoniste, immaginate per case troppo piene di oggetti fatti per non essere utilizzati, comprati solo da chi può permetterseli, applauditi da tutti gli altri, nella più riuscita fiera internazionale delle illusioni.

Catanzaro, il commosso addio ad Anna e ai due figli

AGI - E' stato un 25 aprile mesto per la città di Catanzaro, con l'abbraccio ideale ad Anna Democrito e ai suoi figlioletti Nicola e Giuseppe, vittime della sconvolgente tragedia dei giorni scorsi, e la speranza per Maria Luce, la bimba sopravvissuta ricoverata al Gaslini di Genova in gravi condizioni.

Nella tradizionale cerimonia per la Liberazione la sottolineatura dei valori insiti nella giornata si è intrecciata con il dolore composto della comunità, che oggi ha vissuto il lutto cittadino in occasione dei funerali delle vittime celebrati nel pomeriggio.

A rendere questo contesto il prefetto Castrese De Rosa, che ha presieduto la cerimonia per la Liberazione davanti al Monumento ai Caduti alla presenza delle massime autorità civili, militari e religiose: dopo l'alzabandiera è stato osservato anche un minuto di silenzio e raccoglimento per Anna Democrito e i figlioletti.

"Quest'anno - ha detto De Rosa - la nostra comunità è particolarmente colpita, il nostro primo pensiero va ai familiari e ai due bambini scomparsi, insieme a un appello alla speranza per Maria Luce, affinchè possa farcela. Questo dà un senso particolare a questa giornata, che è una giornata straordinaria per la nostra Repubblica: i valori nati dalla Resistenza sono alla base della nostra Costituzione e rappresentano il punto da cui ripartire per costruire un Paese migliore. E' fondamentale trasmettere questi principi alle giovani generazioni, affinchè possano coltivare ideali di pace in un mondo ancora segnato da troppi conflitti. Il 25 aprile deve essere la festa di tutti, un momento di unità che - ha concluso il prefetto di Catanzaro - non divide ma unisce, nel segno dei valori su cui è stato costruito il nostro Paese". 

Poi, come detto, nel pomeriggio c'è stato l'abbraccio di tutta la città ad accompagnare l'addio ad Anna e ai figlioletti. In un clima di profonda commozione si sono svolti i funerali delle tre vittime, ai quali ha partecipato anche il marito e papà Francesco Trombetta, rientrato da Genova, dov'è ricoverata la terza figlioletta, Mara Luce, che lotta tra la vita e la morte all'ospedale Gaslini. Struggente il dolore di Francesco, che per tutto il tempo della liturgia è rimasto in ginocchio o comunque accanto ai feretri in una celebrazione che ha radunato moltissima gente in una Basilica dell'Immacolata raramente così piena.

Sui primi banchi della Basilica i volti segnati dalla sofferenza dei parenti più stretti, nonna e zii, e poi gli amici e i conoscenti del quartiere di viale De Filippis che fin dal primo momento ha fatto sentire il proprio amore alla famiglia. Non formale ma molto struggente anche la presenza delle istituzioni, a partire dal sindaco Nicola Fiorita e dal prefetto Castrese De Rosa, che al loro arrivo hanno abbracciato Francesco e i familiari.

Le parole dell'arcivescovo

Per tutti le parole di conforto di monsignor Claudio Maniago, l'arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, che ha celebrato le esequie.

 

 

"Sappiamo bene - ha detto nell'omelia monsignor Maniago - che la morte delle persone che amiamo produce una ferita incancellabile nel cuore e quindi immaginiamo le ferite che state soffrendo in questo momento. Vorremmo esservi così vicini, con la preghiera e l'affetto, da lenire almeno un poco la vostra sofferenza. Vorremmo che non vi sentiste soli nel vostro dolore, ma sapeste che la comunità cristiana vi è vicina, che la città vi è vicina, che tante persone di questo nostro paese condividono il vostro dolore e vi sono vicine. Il ricordo dei vostri cari defunti vi spinga ad amarvi ancora di più, a rinnovare la fede in Dio e la speranza nella vita".

Un monito alla comunità

L'ultimo messaggio di monsignor Maniago è stato anche un monito: "Queste bare questa sera ci chiedono un rispettoso silenzio di fronte a una tragedia assoluta, ma al tempo stesso ci chiedono di non lasciar passare invano questo dolore, ma di trasformarlo in una attenzione più concreta e una maggiore cura reciproca, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nella nostra società; ci domandano - ha concluso l'arcivescovo di Catanzaro - di fermarci a guardare meglio le nostre fragilità, i nostri figli, i nostri anziani, ma anche i nostri amici, i nostri vicini, cercando di costruire insieme una società più accogliente, dove sia sempre più difficile sentirsi soli".

 

Roma: colpi di pistola ad aria compressa durante il corteo del 25 aprile. Ferita una coppi…

AGI - Momenti di forte tensione al corteo per la Liberazione a Roma. Una donna e un uomo sono rimasti feriti dai colpi di una pistola a piombini, mentre erano nell'area di Parco Schuster, vicino alla Basilica di San Paolo, al termine della manifestazione per il 25 aprile.

Secondo quanto riferito, ad esplodere i colpi due persone su un motociclo che poi sarebbero fuggite via. Sul posto la Digos e i poliziotti del commissariato San Paolo. Indagini in corso. Le escoriazioni sarebbero lievi. Secondo gli organizzatori del corteo per la Festa della Liberazione, i due avevano al collo il fazzoletto dell'Anpi.

La coppia ferita è iscritta all'Anpi

Sono una coppia di coniugi iscritti all'Anpi che indossavano il fazzoletto rosso dell'Associazione dei partigiani l'uomo e la donna feriti a Roma dai piombini di una pistola ad aria compressa, a margine del corteo per il 25 aprile.

I due si trovavano nell'area di Parco Schuster, vicino alla Basilica di San Paolo, ed erano in cerca di un bar in via delle Sette chiese quando un uomo su uno scooterone con casco integrale e un giubbotto di colore militare si è fermato, ha estratto pistola e gli ha sparato.

L'uomo è stato colpito al collo e la donna alla spalla ma hanno riportato escoriazioni lievi: sono stati medicati in ambulanza e poi sono stati sentiti al commissariato Colombo. Gli stessi organizzatori hanno comunicato la notizia dell'attacco dal palco della manifestazione parlando di "gesto gravissimo".

Sul caso sono in corso le indagini della Digos e degli agenti del Commissariato Colombo che stanno anche analizzando le immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona.

Il presidente dell'Anpi, "opera di squadristi"

"Questi sono gli squadristi di oggi. Chi l'avrebbe mai detto che dopo 80 anni ci saremmo ritrovati davanti ai mostri dei vecchi fascismi, dei nuovi fascismi, delle guerre...". Cosi' il presidente dell'Anpi Gianfranco Pagliarulo dal palco del 25 aprile a Milano commentando quanto  successo a Roma. Prima di lui è intervenuta la partigiana milanese Sandra Gilardelli: "Sono Sandra e a nome di tutti i partigiani e di chi non è tornato per darci la libertà dico: ora è sempre Resistenza". 

Il corteo della Liberazione al Parco Schuster 

Il grande fiume del corteo della Liberazione con decine di migliaia di partecipanti aveva fatto il suo ingresso alle 13 al Parco Schuster, accolto da un boato di applausi e dalle note di "Bella Ciao". Dopo aver attraversato i lotti storici della Garbatella in un clima di grande partecipazione popolare, la testa della manifestazione è giunta ai piedi del palco. In prima fila il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e il leader della Cgil Maurizio Landini, che hanno guidato il percorso dietro lo striscione dell'Anpi. Sul palco uno striscione "25 aprile 80 anni di Repubblica antifascista".

Gualtieri contestato 

"Fascista, fascista!": con queste parole una donna ha contestato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, nel corso del suo intervento a Parco Schuster alla Festa della Liberazione.

Gli altri partecipanti hanno fischiato la contestatrice e il sindaco ha scherzato: "Va bene così, a noi le piazze ci piacciono vere e di assemblee tante". Una seconda donna ha contestato il sindaco urlandogli: "Vergogna. Fai schifo. Stai vendendo la città, infame. Lobbista". Gualtieri ha poi concluso il suo intervento tra gli applausi.

Fratoianni: "E' violenza fascista" 

"Che due persone con il fazzoletto dell'Anpi al collo vengano colpite da colpi di pistola, anche se ad aria compressa, come è avvenuto a Roma è di una gravità assoluta. Ai due feriti la nostra solidarietà. Siamo certi che le forze dell’ordine individueranno al più presto il responsabile di questo gesto". Lo afferma Nicola Fratoianni di Avs appena appresa la notizia di quanto accaduto nella Capitale.

Si tratta - prosegue il leader rossoverde - di un ulteriore episodio di una lunga serie di intimidazioniminacceatti di violenza di segno fascista che da troppo tempo si stanno verificando nel Paese. Nessuna impunità, nessuna sottovalutazione - conclude Fratoianni - può essere accettata in uno Stato democratico.

Scritte contro la Resistenza 

Scritte contro la Resistenza a Roma nella notte prima della Festa della Liberazione: '25 aprile, partigiano infame', si legge su grandi manifesti neri comparsi in diverse piazze della zona San Giovanni-Appio Latino, come al mercato di piazza Epiro e a piazza Tarquinia.

I manifesti sono stati rimossi dopo la segnalazione di commercianti della zona. Ferma condanna è stata espressa da Giorgio Trabucco, capogruppo capitolino della Lista Civica Gualtieri Sindaco, e da Claudio Lorenzini, capogruppo della Lista Civica Gualtieri in VII Municipio.

"Consideriamo questi episodi non solo gesti vili e provocatori", hanno affermato in una nota, "ma un'offesa grave alla memoria di uomini e donne che hanno sacrificato la propria vita per restituire libertà e dignità al nostro Paese. Non si tratta di semplici provocazioni: è un attacco ai principi fondanti della Repubblica e alla nostra identità democratica".

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali

«Il mio governo affronterà questioni irrisolte di enorme portata». Sanae Takaichi l’aveva promesso, nella campagna per le elezioni di febbraio 2026, poi stravinte. Ora la premier ultra conservatrice ha iniziato davvero a cambiare il volto del Giappone: abolite ufficialmente le restrizioni all’export di armi letali, grazie a un’ampia maggioranza in grado di portare a termine riforme a lungo rimandate. Tokyo può dunque vendere all’estero navi da guerra, carri armati, jet e missili. Fin qui non era possibile, con la politica pacifista adottata dopo la Seconda guerra mondiale.

Cadono i pilastri del pacifismo giapponese

Takaichi ha deciso di rivedere i cosiddetti “tre principi” sull’export militare, che per decenni hanno rappresentato alcuni dei pilastri del pacifismo giapponese, assieme all’interpretazione restrittiva dell’Articolo 9 della Costituzione imposta dal generale americano MacArthur: dopo la fine dell’era imperialista, Tokyo aveva rinunciato alla guerra come strumento sovrano e limitato drasticamente l’uso delle forze armate nazionali, nonché la possibilità di contribuire alla diffusione globale degli armamenti.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
La premier giapponese Sanae Takaichi al G7 online di marzo 2026 (foto Ansa).

Armi inviate anche a Paesi coinvolti in conflitti

Nel 2014 c’era stato un parziale via libera su equipaggiamenti non letali per ragioni di soccorso, trasporto e sminamento. Adesso cadono tutti i divieti, quantomeno per le esportazioni verso Paesi che hanno accordi di partnership col Giappone in materia di difesa. In questo senso è stata già siglata un’intesa per la vendita di una flotta di navi da guerra all’Australia. Diventa possibile anche la vendita del nuovo caccia di sesta generazione, sviluppato con Italia e Regno Unito. La riforma prevede inoltre una clausola per cui, in circostanze eccezionali a discrezione dell’esecutivo, potranno essere inviate armi a Paesi coinvolti in conflitti.

Tokyo diventa attore industriale nella filiera globale della guerra

Finché il Giappone esportava equipaggiamenti “difensivi“, poteva sostenere la narrazione di un contributo alla sicurezza senza partecipare direttamente alla logica del conflitto armato. Con l’ingresso nel mercato delle armi letali, invece, Tokyo accetta implicitamente di essere un attore industriale e strategico all’interno della filiera globale della guerra.

Incentivo agli investimenti in ricerca e sviluppo

Takaichi giustifica la svolta su due livelli. Il primo è economicoindustriale. L’industria della difesa giapponese, pur tecnologicamente avanzata, è rimasta per decenni limitata da una domanda interna relativamente ridotta, vincolata al bilancio delle Forze di autodifesa. L’apertura all’export consente di ampliare i mercati, generare economie di scala, incentivare investimenti in ricerca e sviluppo e integrare il Giappone nei grandi programmi multinazionali, come appunto quello sul caccia di sesta generazione. La competizione tecnologica militare è d’altronde uno dei principali driver dell’innovazione, e secondo Takaichi rimanerne esclusi significherebbe perdere terreno anche in ambito civile.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
Circa 3 milioni di giapponesi, tra militari e civili, furono uccisi durante la Seconda guerra mondiale (foto Ansa).

Il secondo livello è strategicomilitare. Il Giappone percepisce il suo ambiente di sicurezza come il più complesso dalla fine della guerra. La crescita militare della Cina, le provocazioni missilistiche della Corea del Nord e l’alleanza formale di mutua difesa siglata nel 2024 da Russia e Pyongyang alimentano un senso diffuso di vulnerabilità.

Non c’è più fiducia nel ruolo degli Stati Uniti di Trump

Dopo la guerra in Ucraina, il Giappone ha ripetutamente avvertito del rischio di un conflitto in Asia. Vendere sistemi militari è un modo per consolidare la proiezione regionale del Giappone, il Paese più convinto nel costruire una rete di alleanze e partnership asiatiche, anche prima dell’avvento di Takaichi. Una necessità vista ancora come più impellente con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e con la guerra contro l’Iran, che sta assorbendo l’attenzione militare e (soprattutto) gli arsenali di Washington. Tradotto: non c’è più una fiducia assoluta sulla tenuta del ruolo regionale degli Stati Uniti in materia di difesa.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
Donald Trump nello Studio Ovale con Sanae Takaichi (foto Ansa).

Il governo non avrà bisogno di passare dal parlamento

Non tutti approvano. La Cina dichiara che si opporrà a quello che definisce un «ritorno sconsiderato al militarismo dell’estrema destra giapponese». Il tutto avviene nell’ambito di una profonda crisi diplomatica tra Pechino e Tokyo, nata per il sostegno esplicito di Takaichi a Taiwan. In Giappone protestano le opposizioni. Contrariamente a quanto chiedevano, il governo ha stabilito che non avrà bisogno di passare dal parlamento per approvare l’export di armi letali.

Il processo di riarmo potrebbe sfociare in una revisione costituzionale

Di certo, con la prima premier donna della storia del Giappone, il processo di riarmo ha accelerato e nei prossimi mesi potrebbe sfociare in una revisione costituzionale. Va sottolineato che quel processo era perseguito anche dai suoi predecessori, compresi quelli più recenti come Fumio Kishida e Shigeru Ishiba, compagni di partito ma a capo di fazioni più moderate. Kishida è stato per esempio il primo leader nipponico a partecipare a un summit della Nato, siglando anche un memorandum di cooperazione strategica con l’Alleanza Atlantica.

Un cambio di passo nella visione politico-identitaria

La necessità di riarmo e rafforzamento delle partnership di difesa è dunque una prospettiva strutturale, ma fin qui applicata in modo pratico e graduale. Su questo processo Takaichi innesta un cambio di passo non solo a livello di tempistiche, ma anche e soprattutto di visione politico-identitaria. A differenza dei suoi predecessori più prudenti, la premier non si limita a giustificare il riarmo come necessità tecnica: lo inserisce in un racconto di “normalizzazione” nazionale. Secondo Takaichi il Giappone deve smettere di essere un’eccezione, dunque implicitamente debole, e tornare uno Stato sovrano pienamente legittimato a difendere i suoi interessi con tutti gli strumenti disponibili.

Giappone, i motivi della svolta identitaria che mette fine al tabù delle armi letali
L’annuale celebrazione della fine della Seconda guerra mondiale in Giappone (foto Ansa).

Spesa militare intorno al 2 per cento del Pil entro il 2027

Il rafforzamento militare giapponese è evidente già nell’aumento delle risorse destinate alla difesa. Per l’anno fiscale 2026, il budget raggiunge circa 9 mila miliardi di yen, una cifra senza precedenti che segna il superamento dei limiti storici autoimposti e avvicina il Paese all’obiettivo di portare la spesa militare intorno al 2 per cento del Pil entro il 2027. Tokyo sta tornando a investire su sistemi di “contrattacco“, concepiti per neutralizzare minacce potenziali prima che si concretizzino in attacchi diretti. Si passa strategicamente da una difesa prevalentemente reattiva, centrata sulla protezione del territorio, a una logica che include la possibilità di colpire preventivamente infrastrutture e asset strategici dell’avversario. C’è stato il primo dispiegamento dei missili antinave Type-12 nella base di Kumamoto.

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Cade anche il vincolo morale sulle armi nucleari?

Alcuni funzionari hanno persino parlato di un ipotetico futuro superamento del tabù delle armi nucleari. Il Giappone è l’unico Paese ad aver subito attacchi atomici, e per decenni ha costruito su questa esperienza una posizione morale forte a favore del disarmo. Il fatto che oggi alcuni settori politici considerino discutibile il rifiuto assoluto della deterrenza nucleare indica un cambiamento culturale profondo. Tokyo svilupperà davvero armi atomiche? Non è detto, ma di sicuro il vincolo morale che lo impediva non è più intoccabile. Incide anche un fattore generazionale: mentre i più anziani mantengono viva la memoria diretta della guerra, i giovani sono più sensibili alle minacce attuali che ai traumi del passato. La progressiva scomparsa degli hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche, riduce ulteriormente il peso politico del pacifismo storico.

La Procura: “Rocchi scelse arbitri graditi all’Inter”. E spunta anche un caso Var

AGI - Gianluca Rocchi  nell’inchiesta della Procura di Milano è accusato di concorso in frode sportiva per avere scelto arbitri graditi all’Inter in alcune partite. Sono tre i capi d’imputazione nell’avviso di garanzia visionato dall’AGI.

"Rocchi e l'arbitro gradito all'Inter"

In uno si legge che Rocchi “quale designatore arbitrale dell’AIA, in concorso con più persone presso lo stadio San Siro, durante la gara di Coppa Italia ‘combinava’ la designazione del direttore di gara per la partita di campionato di serie A Bologna-Inter (20 aprile 2025) nella persona di Andrea Colombo, siccome ‘arbitro’ gradito alla squadra ospite, l’Inter, impegnata nella lotta alla corsa scudetto, ormai alle battute finali della stagione calcistica”.

Il secondo capo di imputazione per Rocchi 

Nel secondo capo d’imputazione lo scenario si allarga. Rocchi, scrive il pm, “quale designatore in concorso con più persone presso lo stadio San Siro, durante la gara di andata di Coppa Italia (2 aprile 2025), ‘combinava’ o ‘schermava’ la designazione del direttore di gara Daniele Doveri, ponendolo alla direzione della semifinale del torneo (23 aprile 2025) onde assicurare poi all’Inter direzioni di gara diverse dal ‘poco gradito’ Doveri per la eventuale successiva finale di Coppa Italia e per il resto delle partite del campionato di serie A” che erano di “maggiore interesse per la squadra milanese”.

Il caso Var 

Infine, il terzo capo d’imputazione è riferito a Udinese-Parma dell’uno marzo 2025 quando “in qualità di supervisore Var, in concorso con altre persone, durante lo svolgimento della partita condizionava l’addetto Var Daniele Paterna inducendolo all'On Field Review il direttore di gara Fabio Maresca ai fini dell’assegnazione del calcio di rigore a favore della squadra friulana, sebbene Paterna fosse di diverso avviso”.

25 aprile, caos a Milano: insulti choc contro la Brigata Ebraica. Una delegazione ricevuta…

AGI - "Siete solo saponette mancate": è il coro choc che alcuni manifestanti hanno rivolto all'indirizzo dello spezzone della Brigata ebraica a Milano, poco dopo la partenza del corteo per la Festa della Liberazione.

Il corteo è poi partito tra le contestazioni. La Brigata ebraica è stata fischiata e contestata, “fascisti, sionisti”. Manifestanti urlano “Palestina libera, assassini”. Lievi momenti di tensione si sono registrati poco prima della partenza tra gruppi di militanti ProPal e del partito dei Carc. Le forze dell'ordine in assetto antisommossa hanno fatto avanzare le persone in protesta per evitare tensioni.

Il corteo a Milano bloccato dalle contestazioni 

La parte di corteo con in testa la Brigata ebraica non riesce a procedere e riparte a singhiozzo, bloccato continuamente dalle contestazioni dei collettivi proPal. Non cessano fischi e cori contro “i sionisti”. Solo la testa guidata da Anpi e gonfaloni delle istituzioni ha lasciato corso Venezia e sta avanzando regolarmente verso piazza Duomo.

 

Video di Martina Mazzeo

 

Il corteo è potuto ripartire dopo ore di stallo a seguito dell'uscita dello spezzone della Brigata ebraica. Scortati da un cordone delle forze dell'ordine, i componenti della Brigata sono passati a fatica tra due ali di contestatori proPal e sono volati pesanti insulti da entrambe le fazioni. Poco dopo il grosso del corteo, composto da migliaia di persone e di tante anime diverse, si è mosso in direzione piazza del Duomo seguendo il percorso regolare. Lo spezzone che ha lasciato il serpentone si è mosso verso via Fatebenefratelli. 

Delegazione dal questore

Una delegazione legata alla Brigata ebraica è stata ricevuta dal questore di Milano Bruno Megale per un chiarimento sulla gestione dell'ordine di pubblico nel corteo del 25 aprile. "La Brigata Ebraica e gli iraniani che manifestavano con noi, sono stati spostati dalla polizia a seguito delle pressioni di gruppi estremisti di sinistra che ne volevano impedire il passaggio. Un atto intollerabile, che non può e non deve passare sotto silenzio. Quello che è accaduto oggi non è solo una violazione dei diritti del mondo ebraico e iraniano:  è una ferita istituzionale e costituzionale di gravissima portata - ha detto Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica -. Il 25 aprile non può e non deve diventare la festa dell'estremismo e dell'esclusione contro i diversi".

Tra gli esponenti ricevuti dal questore ci sono anche il parlamentare Pd e presidente di Sinistra per Israele Emanuele Fiano, il consigliere comunale di Azione Daniele Nahum e il presidente della comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi. Quest'ultimo, al termine dell'incontro, ha poi accusato l'Anpi per quanto accaduto oggi: "Il presidente nazionale Gianfranco Pagliarulo e il presidente provinciale Primo Minelli sono antisemiti senza saperlo. Le loro dichiarazioni incitano all'antisemitismo", 

Sala: "Contro la Brigata Ebraica frasi da condannare"

“È evidente” che siano frasi da condannare quelle contro la Brigata Ebraica, “scaturiscono da un clima di grande tensione e tutti noi dobbiamo abituarci a essere più moderati”, ha detto Giuseppe Sala in piazza Duomo a Milano.

“Io me l’aspettavo, è un 25 aprile che non ci può piacere, per come si sta svolgendo. Deve prevalere la coscienza singola sulle coscienze collettive e ognuno si deve chiedere cosa vuole manifestare essendo qua", ha concluso il sindaco.

Il presidente dell'Anpi: "No alle bandiere di Usa e Israele"

"La bandiera ucraina va bene, ci può stare in corteo, perché l'Ucraina è un paese che è stato invaso dai russi, ma quella di Israele no per un motivo molto semplice, per lo stesso motivo per cui non c'è la bandiera della Russia se è vero, come si è detto, che bisogna distinguere l'aggressore e l'aggredito". Lo ha detto il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo a Milano.

"Per quello che riguarda Gaza o l'Iran la situazione è chiara: c'è un aggressore che si chiama Israele e si chiama Stati Uniti d'America e un aggredito che è il popolo palestinese, quindi la bandiera ucraina francamente penso ci stia, ma la bandiera israeliana e la bandiera americana preferirei non vederle perché non c'entrano con questa manifestazione", ha concluso.

 

Cesaroni, ritorno flop: il pubblico non si fa pignorare i ricordi

Roma nun fa’ la stupida stasera, semmai sbadiglia. E non è la noia aristocratica di una Grande Bellezza, ma il torpore pesante di chi ha provato a riaccendere una vecchia fiammella scoprendo che la cucina è sotto sequestro. A vent’anni dalla prima bottiglia stappata e a 12 dall’ultima saracinesca abbassata, il ritorno dei Cesaroni su Canale 5 doveva essere un grande rito collettivo, una transumanza sentimentale verso il nido della Garbatella. E invece.

Un milione di spettatori fuggiti davanti a un autogol della programmazione

L’operazione somiglia a uno sfratto esecutivo alla memoria. Si inciampa sui pignoramenti dell’anima prima ancora che su quelli della bottiglieria, con uno share che al secondo giro di giostra è colato al 16,9 per cento. Un milione di spettatori fuggiti davanti a un autogol della programmazione che sposta l’inizio oltre le 22, rendendo la serie un oggetto notturno per insonni, roba da recuperare a morsi sulle piattaforme mentre il mercato generalista recita il de profundis.

Il problema è che l’idea sta imbarcando acqua perché è stata smarrita la bussola. Sui social il brusio non perdona: questa settima stagione opera una lobotomia alla storia. Il peccato originale è un “grande reset” che sa di revisionismo storico. La produzione ha operato un “soft reboot” eliminando interamente la sesta stagione, manco fosse un file corrotto. E così sono spariti senza un “perché” personaggi come Sofia Scaramozzino, l’amante che il patriarca si “ripassava” quando portava ancora la prima fede al dito, e con lei Nina, la quarta figlia, quel frutto proibito che doveva allargare i confini del clan.

Senza Cesare, ci restano solo i finali col groppo in gola

Sparito pure Annibale, il fratello avvocato e omosessuale interpretato da Edoardo Pesce, che oggi naviga in altre acque. Giulio si muove così tra i vicoli con l’amnesia di chi ha subito un Tso, dimenticando pezzi di carne e di sangue come se non fossero mai esistiti. E che dire dei pilastri, quelli che reggevano il bancone e la filosofia del bicchiere piccolo? Senza Antonello Fassari, la parola “bottiglieria” ha perso il suono di casa: il suo Cesare (Antonello Fassari) è morto nel 2025 e ci restano solo i finali col groppo in gola, con l’audio del capofamiglia che parla a un fantasma. Che amarezza, davvero.

Se poi ci aggiungi il gran rifiuto di Max Tortora, che ha detto no per non finire a fare la parodia di Ezio Masetti, il meccanico filosofo che con la sua ignoranza rendeva tutto commestibile, il quadro è desolante. Senza quei due, i “Garbatelleros” sono semplicemente svaniti nel nulla. Mancano anche Lucia (Elena Sofia Ricci) ed Eva (Alessandra Mastronardi), quindi sono scomparse le grandi storie d’amore, che tenevano incollati i ragazzini di ieri.

Resta Claudio Amendola, il “gladiatore solitario”

Spariti tutti, in un buco nero narrativo che disorienta il fan duro e puro, quello che la storia della bottiglieria la conosce meglio del catechismo. Che fine ha fatto Carlotta, il grande amore di Walter? E invece Alice? E Pamela, che era diventata moglie di Cesare? E Matilde, la figlia? Resta Claudio Amendola, il “gladiatore solitario”, fortunatamente scortato da un Ricky Memphis che è il vero “Cesarone” superstite. Ma intorno a loro tutto è cambiato.

Cesaroni, ritorno flop: il pubblico non si fa pignorare i ricordi
Claudio Amendola.

La bottiglieria “del padre del padre di nostro padre” non esiste più: per colpa dei debiti di Augusto (Maurizio Mattioli) è stata svenduta, diventando un bistrot co-gestito con Livia (Lucia Ocone), tra ansia fiscale e pignoramenti. E i sopravvissuti? Caricature di un passato che non torna. Walter Masetti, che sognava la gloria della MotoGP, è ridotto a fare il “ragazzo tuttofare” in bottiglieria, un precario dell’anima che spasima per Virginia (Marta Filippi), promessa sposa dell’amico Marco.

La Garbatella del 2026 è un’altra serie che ha solo lo stesso indirizzo

Rudi (Niccolò Centioni) doveva riscattarsi con la laurea, ma è finito a fare il bidello che spaccia più pizzette che parole; Mimmo (Federico Russo), docente di sostegno che inciampa in una milf, mamma di Olmo, è un innesto “cringe” che non si incolla manco col Bostik, così come la “piccola” Marta (figlia di Marco ed Eva) che torna da New York e, per magia degli sceneggiatori pigri, è ancora minorenne. La Garbatella del 2026 non è un sequel, è un’altra serie che ha solo lo stesso indirizzo. E il pubblico, giustamente, non ci sta a farsi pignorare pure i ricordi.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history

L’alternate history, l’immaginare cosa sarebbe successo se la storia avesse preso una strada diversa da quella che conosciamo, è un fortunato sottogenere della fiction speculativa o della fantascienza, ma in realtà è molto più antico: uno dei primi esempi si trova addirittura in Tito Livio, quando immagina cosa sarebbe successo se Alessandro Magno fosse vissuto abbastanza per attaccare l’Europa e per scontrarsi con Roma (spoiler: secondo Livio, avrebbe vinto Roma). Ma è con Internet che la storia alternativa ha conquistato il grande pubblico, con un’abbondante fioritura di forum e siti dedicati alla domanda «e se…?» applicata a eventi fatidici del passato.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
(foto di Inaki del Olmo via Unsplash)

Quelle svolte mai accadute che generano rimpianti o sollievo retrospettivo

Gran parte delle speculazioni si concentrano sulla prima metà del Novecento e sulle due guerre mondiali, in particolare sulla seconda: e se nel Regno Unito il filonazista Edoardo VIII fra la Corona e Wallis Simpson, avesse scelto la prima, realizzando il sogno hitleriano di un asse fra Londra e Berlino? Se i russi avessero perso la battaglia di Stalingrado? Se l’Italia fascista fosse rimasta neutrale, come la Spagna di Franco? È l’opposto del sito di scommesse geopolitiche Polymarket, dove, magari con l’aiuto di qualche soffiata dalla Casa Bianca, si punta sugli sviluppi del giorno dopo e si guadagnano milioni: nella storia alternativa si ipotizzano svolte mai accadute, e non si guadagna nulla, se non rimpianti o sollievo retrospettivo.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history

Il proclama Alexander non fu il frutto di una luna storta

Ed è quest’ultima sensazione quella che prova chi, in questo 25 aprile in cui festeggiamo la nostra Liberazione e la fine di una delle ultime guerre in cui hanno vinto i “buoni” – un asse antifascista che, come diceva il compianto scrittore Aldo Zargani, andava da Topolino a Stalin – si domanda: come sarebbe finita, e cosa ne sarebbe stato della nostra Resistenza, se il presidente degli Stati Uniti non fosse stato Franklin Delano Roosevelt, ma Donald Trump? Uno che un minuto prima vuole sterminare gli ayatollah e quello dopo li invita al tavolo delle trattative, e agli oppositori iraniani ha detto «tenete duro, stiamo arrivando», per poi abbandonarli al loro destino? L’appoggio continuativo degli Alleati, e segnatamente degli Stati Uniti, è stato essenziale per il successo della lotta partigiana, in tutta Europa. Vero, nell’inverno del 1944, dopo il proclama Alexander («attendete la primavera») i combattenti per la libertà si ritrovarono senza aiuti, affamati, esposti ai rastrellamenti e alle rappresaglie nazifasciste, ma la decisione fu dettata dalla necessità di spostare truppe e rifornimenti sul fronte francese dopo lo sbarco in Normandia, non perché Roosevelt si era svegliato male o perché leggeva al rovescio la carta geografica. Appena le condizioni tornarono propizie, la collaborazione con i partigiani riprese per sferrare il colpo finale alle dittature.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Franklin Delano Roosevelt.

Un presidente americano su due era psichicamente disturbato

Va detto che, statisticamente, le probabilità di avere un matto alla Casa Bianca durante la Seconda Guerra Mondiale (o qualunque altra guerra) erano altissime. Sostengono gli studiosi che, nella storia degli Stati Uniti, i presidenti psichicamente disturbati sono stati il 49 per cento, praticamente uno su due. Le sconfitte militari spingevano George Washington sull’orlo del suicidio; John Adams, Teddy Roosevelt e Woodrow Wilson vennero additati come pazzi furiosi; Abramo Lincoln, Calvin Coolidge e Franklin Pierce precipitarono nella depressione dopo la tragica morte dei rispettivi figli. Veri e propri psicopatici furono Lyndon Johnson e Andrew Jackson, un narcisista maligno dalla pistola facile che Trump rivendica come role-model. Alcuni studiosi americani sostengono addirittura che gli stessi tratti psicopatici che spingono a comportamenti criminali possono essere il miglior propellente per arrivare alla Casa Bianca.

Trump al posto di Roosevelt: il 25 aprile e l’incubo dell’alternate history
Donald Trump (Imagoeconomica).

Roosevelt non invitò i partigiani a uscire allo scoperto per poi scaricarli e scendere a patti con la RSI

Se Roosevelt (che morì il 12 aprile 1945, poche settimane prima della resa tedesca) aveva qualche handicap psichico, oltre a quello fisico della poliomielite, non è stato tale da spingerlo a invitare i partigiani italiani a uscire allo scoperto contro il nazifascismo, per poi scaricarli e scendere a patti con la Repubblica Sociale, proclamando che era avvenuto un regime change, e con il Mussolini di Salò si poteva fare un accordo (non che sia stato tutto chiaro e limpido, in quegli ultimi mesi di guerra, e anche per questo i partigiani decisero di farla finita con il duce e i gerarchi, per non rischiare di ritrovarseli sul groppone, “graziati” dagli americani che cominciavano a pensare che nella Resistenza ci fossero un po’ troppi comunisti). Ma se prendiamo atto che la relativa stabilità mentale dell’allora inquilino della Casa Bianca ha giocato qualche ruolo nella Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, resta però un altro dubbio inquietante, e lo rimpalliamo ai cultori dell’alternate history: come sarebbe finita con gli americani, se i dittatori europei avessero controllato i più grossi giacimenti di petrolio del Pianeta?

Le nozze di Nathaly Caldonazzo nella basilica di Bari

AGI - Nozze per Nathaly Caldonazzo. Si è sposata a Bari, nella Basilica di San Nicola, scegliendo un luogo che non è solo una chiesa ma un pezzo di identità cittadina. Nathaly Caldonazzo e Filippo Maria Bruni hanno detto sì nel pomeriggio di ieri, venerdì 24 aprile, al termine di una storia che ha preso forma lentamente.

Caldonazzo si è sposata a Bari 

La cerimonia, officiata dal rettore padre Giovanni Distante, si è svolta in forma riservata, con accessi limitati e pochi invitati. Una scelta coerente con il percorso della coppia, rimasta a lungo lontana dai riflettori.

L'abito della sposa 

Caldonazzo si è presentata all’altare con un abito bianco in raso, ampio, con corpino in pizzo lavorato a collo alto e maniche lunghe. Tra le mani un bouquet di peonie bianche.

I capelli raccolti, curati dall’hairstylist Antonio Mazzola, lasciavano il viso scoperto, enfatizzando una linea elegante e rigorosa. All’ingresso e poi lungo la navata, accanto a lei, la madre e la figlia Mia: un passaggio simbolico, costruito con naturalezza, che ha accompagnato la sposa fino all’altare.

Il rito e l'uscita dalla basilica

Poi il rito, nel silenzio della basilica, tra marmi e colonne. All’uscita, tra i vicoli della città vecchia, la scena cambia: sorrisi, un brindisi e un’auto d’epoca ad aspettare.

La storia d'amore tra Nathaly e Filippo

La storia tra Caldonazzo e Bruni, raccontata nei mesi scorsi anche in una trasmissione televisiva, affonda le radici lontano. Lui l’aveva vista da giovane, molti anni prima, immaginandola già allora come la donna della sua vita. Un’idea rimasta intatta nel tempo, fino all’incontro reale, avvenuto solo di recente. Tra gli invitati anche il senatore dem Alberto Losacco.

La scelta delle nozze a Bari 

Dopo la cerimonia, il trasferimento in masseria per i festeggiamenti. Una scelta, quella di Bari, che non è stata solo scenografica. La basilica, il centro storico, il legame con San Nicola: elementi che hanno trasformato il matrimonio in qualcosa di più di un evento, riportandolo a una dimensione essenziale. Quella in cui restare.

Palermo: centra una vincita di 100mila euro e tentano di ucciderlo

AGI - Accoltellato e investito dopo una vincita da 100 mila euro. I carabinieri della compagnia di Carini hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico, nei confronti di cinque giovani, tra i 20 e i 30 anni, accusati a vario titolo e in concorso di rapina aggravata, tentato omicidio, porto di armi da fuoco, lesioni personali, tentata estorsione, furto, indebito utilizzo di carta di credito, minaccia e appropriazione indebita. Un'altra giovane, di 29 anni, è indagata a piede libero.

La vicenda

La vicenda è cominciata nel gennaio 2025, quando un giovane residente in provincia, ha centrato una vincita da 100 mila euro con un gratta e vinci. La notizia è iniziata a circolare e avrebbe attirato le mire del gruppo finito sotto indagine.

Il 21 febbraio sarebbe scattata la trappola. La vittima sarebbe stata attirata in una zona isolata e qui, tre uomini con il volto coperto con passamontagna, armati di bastoni e un fucile a canne mozze, lo avrebbero accerchiato per poi terrorizzarlo, esplodendo colpi in aria e infine pestandolo brutalmente. Inoltre gli indagati avrebbero rubato al giovane contanti, cellulare e la carta del libretto postale usata subito dopo per eseguire prelievi illeciti. La vittima ha denunciato l'episodio nonostante le minacce di morte.

Le minacce

Il gruppo, a cui si sarebbe unita una donna di 29 anni, denunciata, avrebbe avviato una campagna di rappresaglie per costringere la vittima a ritirare la querela. La violenza non si sarebbe fermata alle parole in quanto il giovane, sarebbe stato addirittura investito da un'auto. Inoltre la vittima, avrebbe ricevuto pesanti minacce di morte estese anche ai suoi familiari sino all'escalation toccata il 5 novembre scorso quando, uno degli indagati lo avrebbe accoltellato all'addome tra le vie del paese.

Ad incastrare i responsabili sono stati i filmati della videosorveglianza, i tracciamenti dei prelievi bancari e le attività tecniche che, hanno consentito di far emergere gravi indizi di colpevolezza in ordine ai reati contestati.