L’Iran avrebbe presentato agli Stati Uniti una nuova proposta per la riapertura dello Stretto di Hormuz e per l’avvio di colloqui sul programma nucleare di Teheran in una fase successiva. Lo riporta Axios. Secondo le fonti, la nuova proposta sarebbe stata presentata agli Usa tramite i mediatori pakistani. «La diplomazia è in una fase di stallo e la leadership iraniana è divisa su quali concessioni sul nucleare debbano essere messe sul tavolo. La proposta iraniana aggirerebbe questo problema, puntando a un accordo più rapido», osserva Axios. La proposta «si concentra sulla risoluzione della crisi relativa allo Stretto e al blocco statunitense. Come parte di questo accordo, il cessate il fuoco verrebbe esteso per un lungo periodo oppure le parti si accorderebbero su una fine definitiva della guerra». Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbe tenere lunedì un incontro sull’Iran con i suoi principali collaboratori per la sicurezza nazionale e la politica estera per discutere dello stallo nei negoziati e dei possibili prossimi passi.
Almeno 2.400 i marittimi bloccati nello Stretto di Hormuz
Secondo un’associazione di categoria delle compagnie di navigazione petrolifera, ripresa dalla Bbc, sono circa 2.400 i marittimi che sono rimasti bloccati su oltre 105 petroliere nello Stretto di Hormuz, chiuso al traffico marittimo. Tim Wilkins, direttore generale dell’associazione di categoria dei trasportatori di petroliere Intertanko, ha spiegato che a bordo si registrano «un’enorme quantità di ansia, stress e stanchezza, poiché gli equipaggi devono gestire le provviste di base, tra cui cibo e acqua, e svolgere compiti pratici come la rimozione dei rifiuti». Senza contare l’incertezza in merito a quando potranno tornare a casa.
C’è una forma di intelligenza poco celebrata, ma spesso decisiva, nel capire quando è il momento di farsi da parte. Beatrice Venezi l’ha dimostrato concedendo una bombastica quanto provvidenziale intervista al quotidiano argentino La Nación, costruita con la precisione di chi vuole uscire da una storia facendosi cacciare. Il passaggio chiave è di quelli che non lasciano margini di manovra: «Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio», che anche nella nazione più familista del Pianeta resta un reato. Risultato: licenziata in tronco da direttrice musicale del teatro La Fenice prima ancora di aver alzato la bacchetta. Un capolavoro di strategia travestita da gaffe o forse, per chi dubita che Venezi sia capace di simili tatticismi, una gaffe talmente ben riuscita da sembrare strategia. Alla fine il risultato non cambia.
Teatro La Fenice: al termine del 'Lohengrin' di Wagner (diretto da Markus Stenz) festeggiamenti e giubilo di orchestra e pubblico per il licenziamento di Beatrice Venezi… 92 minuti di applausi (cit)#Venezi#BeatriceVenezi#Venezia#27aprilepic.twitter.com/jaG45UH9Zh
E domenica pomeriggio, all’arrivo della notizia, cori plaudenti da stadio prima che il sipario si aprisse sul wagneriano Lohengrin di Damiano Michieletto, veneziano doc che alla Fenice ha molto legato il suo nome.
La lunga ribellione dell’orchestra contro la nomina
La storia è nota, ma un piccolo bignami delle puntate precedenti serve a capire come si è arrivati all’improvviso (e inatteso) epilogo. A Venezi la nomina a direttore musicale – per lei rigorosamente al maschile, così come si conviene all’indole della destra gagliarda – era arrivata lo scorso settembre. L’orchestra aveva risposto come un corpo che rigetta un trapianto: sciopero già alla prima del Wozzeck in ottobre, lettere di fuoco firmate da tutti i musicisti, richiesta al sovrintendente di tornare sui suoi passi e volantini di protesta che piovevano dai palchi. Insomma, il repertorio completo del dissenso organizzato. Peraltro non scevro di motivazioni. Quelle ufficiali riguardavano il curriculum, giudicato poco consono al prestigio del teatro. Quelle non dette, il profilo politico della direttrice, le sue reiterate professioni di meloniana fede che l’avevano catapultata in laguna senza tenere conto della mancanza di un cursus honorum adeguato.
Manifestazione di protesta dei lavoratori del Teatro La Fenice contro la nomina a direttrice musicale di Beatrice Venezi, Venezia, 10 novembre 2025 (Ansa).
L’argine di Colabianchi rotto dalla provvidenziale intervista
Una sentenza lapidaria contro cui il sovrintendente Nicola Colabianchi ha fatto argine finché ha potuto, ben sapendo però che l’affaire avrebbe contribuito a rendere la sua posizione sempre più difficile da difendere. Ma soprattutto sapendo di non avere vie d’uscita, perché sconfessare Venezi voleva dire sconfessare se stesso che su input romano l’aveva nominata. Ma col passare del tempo era sempre più un uomo solo al comando di una nave che imbarcava acqua da ogni parte. Con i due che sembravano legati da un destino comune: simul stabunt, simul cadent. Fino a che è arrivata l’intervista a La Nación e l’insperata via d’uscita con tanto di benedizione dei dante causa. Infatti il ministro della Cultura Alessandro Giuli, segno che la pratica gli scottava tra le mani, non ha aspettato un minuto a difendere la decisione di Colabianchi, «assunta in autonomia e indipendenza», confermandogli «la sua più completa fiducia». Traduzione: Roma non solo non ti abbandona, ma si sente sollevata che dopo tanti imbarazzi e polemiche la questione sia chiusa.
Il sovrintendente del Gran Teatro La Fenice Nicola Colabianchi (Ansa).
Ora Venezi potrà vendersi come eroica vittima
E Venezi? Per la sicumera che ha mostrato non sembra il tipo da farne una malattia. È ambiziosa, giovane, sa muoversi nell’ecosistema della destra di governo con una disinvoltura che i suoi detrattori chiamano spregiudicatezza e i sostenitori talento. Dirigere un’orchestra che non ti sopporta è come allenare una squadra di calcio dove hai i giocatori tutti contro: tecnicamente fattibile, praticamente uno stillicidio quotidiano. Dunque meglio uscire con un’intervista ad effetto su La Nación che continuare a logorarsi in un clima da assedio. La mossa, in fondo, dimostra dietro le sprezzanti parole indirizzate da mesi alle maestranze del teatro veneziano, una sua consapevolezza. E soprattutto le consente di vendersi mediaticamente come eroica vittima nella patriottica battaglia contro l’egemonia culturale della sinistra.
Beatrice Venezi sul palco del Politeama di Palermo (Ansa).
La rimozione basterà a ricucire il rapporto tra direzione e maestranze?
Ora che, eliminata la pietra dello scandalo, La Fenice prova a ripartire, il futuro è un’incognita. Chi arriverà al posto di Venezi? Basterà la sua rimozione per ricucire il rapporto tra la direzione e le maestranze? Forse sì, a patto che il nome del successore sia all’altezza. Un direttore musicale di profilo inattaccabile, con un curriculum che parli da solo potrebbe abbassare la temperatura e ripristinare la perduta armonia tra le componenti del teatro. Un altro nome divisivo, o peggio un compromesso al ribasso dettato da equilibri politici che poco hanno a che fare con la bacchetta, perpetuerà lo stato di guerra. I sindacati, che negli enti lirici hanno più che in altri settori voce in capitolo, chiedono a Colabianchi di dimostrare con i fatti di voler aprire davvero una pagina nuova, esortazione che piace purché si faccia attenzione a cosa scriverci.
Beatrice Venezi (Imagoeconomica).
La Fenice ha bruciato due volte nella sua storia, e ogni volta è risorta. Stavolta l’incendio lo ha appiccato una direttrice imposta con improvvida spavalderia alla direzione musicale di uno dei più prestigiosi templi della lirica. C’è qualcosa di vagamente surreale in tutta questa vicenda: una nomina politica contestata dagli orchestrali, difesa a oltranza da un sovrintendente sempre più solo, liquidata infine dalla stessa interessata quando ancora il teatro, nella sua accezione più letterale, non le aveva ancora aperto il sipario.
AGI - “Le ‘bussate’ in sala Var? Nell’ambiente se ne parlava e si sapeva che il protocollo non lo permetteva". Daniele Minelli, ex arbitro, si è ritirato nel luglio del 2025 deluso da un ambiente in cui sostiene di avere visto molte ingiustizie, a cominciare dalla compilazione della graduatoria degli arbitri a cui lega anche il tema degli interventi esterni al Var, al centro dell’inchiesta della Procura di Milano che ha portato il designatore Gianluca Rocchi all’autosospensione.
L'ex arbitro e le 'bussate' vietate al Var
"Nel caso di Udinese-Parma è chiaro che se quell’addetto Var", spiega Minelli all'AGI "ha preso una valutazione positiva va a incidere sul voto e, di conseguenza, sulla graduatoria interna che permette agli arbitri di rimanere o ‘andare a casa’ e quindi di avere o no il gettone di presenza. Inoltre possono esserci ripercussioni per i club sulla classifica se per una squadra vengono corretti gli errori e per un’altra no”.
“Se poi gli errori venivano corretti ad alcuni sì e ad altri no è evidente che questo falsava le graduatorie degli arbitri perché chi veniva corretto prendeva un voto positivo, chi no, uno negativo. Basta vedere i video della Sala Var degli scorsi anni, si sentono i suggerimenti”.
Minelli contro le distorsioni del sistema
Minelli ha provato in tutti i modi a fare emergere quelle che riteneva e ritiene le distorsioni del sistema. “Ho presentato nel 2021 un esposto alla Procura Federale che è stato archiviato da Chiné nei confronti di chi aveva falsificato un verbale del Comitato Nazionale per mantenere in organico un arbitro al posto mio".
"Eppure negli atti c’erano documenti e chat tra i componenti della Commissione Arbitrale da cui si evinceva chiaramente che il verbale riportava delle dichiarazioni dell’allora designatore della serie B Morganti che lo stesso ha sempre smentito, davanti alla Procura federale, di aver mai reso. Per questo, vista la condotta della Procura Federale, ho presentato una querela alla Procura di Roma nel 2024. Non mi risulta nessuno sviluppo nonostante avessi portato documenti e chat tra i componenti della Commissione Arbitrale da cui emergevano irregolarità nelle graduatorie e voti agli arbitri che nella mail erano in un modo e poi agli atti in un altro”.
La sala Var e gli errori arbitrali
Tornando alle ‘bussate’ Minelli rileva un aspetto interessante. “Da quando a Rocchi e i suoi vice non si sono più presentati a Lissone perché la federazione ha imposto la presenza della procura federale all'interno della Sala Var dopo la denuncia di Rocca, gli errori degli arbitri si sono moltiplicati in modo devastante. Non so se dipenda da quello, ma non ne ho mai visti così tanti come quest’anno”.
Da arbitro ad agente immobiliare
Minelli lavora in un’agenzia immobiliare e non ha più calcato il prato verde. “Nostalgia? No, dopo la stagione dell’anno scorso non ce la facevo più, ero nauseato. Rocchi avrebbe dovuto andarsene già allora, non aveva più il polso della situazione”.
Ogni mattina, in qualche parte del mondo, un modello di intelligenza artificiale risponde a milioni di domande. E ogni volta che lo fa, una rete elettrica registra un aumento di carico. Così, anche se a singhiozzo si discute di sostenibilità, una delle tecnologie considerate tra le più promettenti presenta un aspetto trascurato dai più: la bolletta energetica. Se infatti c’è una cosa che potrebbe rallentare davvero la corsa dell’IA è proprio questa. Dietro ogni nostro messaggio ci sono server, sistemi di raffreddamento e infrastrutture che non devono fermarsi mai.
Data center (foto Unsplash).
Media di 3 wattora per prompt, ma il range è molto ampio
Le stime sul consumo per singola interazione variano sensibilmente. Una media spesso citata si aggira intorno ai 3 wattora per prompt, ma il range è molto più ampio e varia da meno di 1 wattora nei casi più efficienti fino agli oltre 30 nei modelli più complessi. Per dare un ordine di grandezza, si passa dal consumo di un piccolo dispositivo indossabile per pochi minuti, come uno smartwatch, fino a quello di un elettrodomestico in funzione prolungata, l’equivalente di un forno a microonde acceso per 20 minuti. Tuttavia, il punto non è la singola domanda che facciamo a ChatGPT.
Valanga di query giornaliere e impatti ambientali significativi
A incidere sono, da un lato, le differenze tra modelli. GPT-4o, per esempio, può richiedere circa 0,43 wattora per una semplice richiesta, mentre sistemi più intensivi come o3 o DeepSeek-R1 superano i 33 wattora, una differenza di oltre 70 volte. Dall’altro lato, il tema è di scala. Come stimano alcuni studi recenti, 700 milioni di query giornaliere su GPT-4o equivalgono al consumo elettrico annuale di circa 35 mila famiglie. Un livello di domanda energetica che si traduce anche in impatti ambientali significativi.
L’IA necessita di server, sistemi di raffreddamento e infrastrutture che non devono fermarsi mai (foto Unsplash).
Grosso dispendio idrico per il raffreddamento dei data center
Se le emissioni associate sono nell’ordine di circa 4,3 grammi di CO₂ per query, su scala aggregata ciò corrisponde a un consumo che richiederebbe una superficie forestale comparabile a quella di città come Chicago o Madrid per essere compensato. Senza considerare il dispendio idrico necessario al raffreddamento dei data center, che si aggira tra 1,3 e 1,6 miliardi di litri di acqua dolce all’anno, equivalenti al fabbisogno di circa 1,2 milioni di persone.
Il paradosso di Jevons sull’efficienza
Il fenomeno si inserisce in una traiettoria di crescita accelerata. Il Fondo monetario internazionale osserva che i settori legati all’IA negli Stati Uniti stanno crescendo quasi tre volte più velocemente del resto dell’economia privata, mentre i costi elettrici delle aziende IA integrate sono quasi raddoppiati tra il 2019 e il 2023. A questo si aggiunge un elemento strutturale, e cioè che l’efficienza non riduce necessariamente i consumi, anzi.
Il raffreddamento dei data center ha bisogno anche di consumo idrico (foto Ansa).
È una dinamica nota come paradosso di Jevons e ci dice che più l’IA diventa efficiente, più viene utilizzata. E più viene utilizzata, più consuma e più la rete soffre. Dinamiche di questo tipo sono già visibili. In Irlanda, per esempio, nell’area di Dublino, la pressione dei data center, pari a oltre un quinto della domanda elettrica nazionale, ha portato a limitare nuove connessioni per evitare tensioni sulla rete.
Pressione crescente su infrastrutture come università e ospedali
A questo punto la domanda cambia natura: non è più solo quanta energia consuma l’intelligenza artificiale, ma chi ne sostiene il costo. Sempre il Fmi stima che, entro il 2030, la domanda energetica dell’IA potrebbe contribuire a un aumento fino all’8,6 per cento dei prezzi dell’elettricità negli Stati Uniti, in scenari con crescita limitata delle rinnovabili. Un effetto che si traduce in bollette più alte per famiglie e imprese e in pressione crescente sulle infrastrutture come università e ospedali. Del resto l’uso di GPT-4o per un anno può richiedere l’equivalente del fabbisogno energetico di circa 50 ospedali o di 325 università. In altri termini, non si tratta più di innovazione, ma di una redistribuzione silenziosa con costi scaricati sui cittadini attraverso bollette più care e servizi sotto pressione.
Big Tech cerca di garantirsi l’accesso diretto all’energia
Nel frattempo Big Tech non aspetta e si muove per garantirsi l’accesso diretto all’energia. Microsoft ha siglato un accordo con Helion Energy per l’acquisto di energia da fusione, con l’obiettivo dichiarato di iniziare la fornitura entro la fine del decennio, anche se la tecnologia non è ancora commercialmente matura. Amazon, dal canto suo, ha investito nello sviluppo di reattori modulari di nuova generazione attraverso X-Energy, mentre Google ha avviato collaborazioni con Kairos Power per esplorare soluzioni nucleari avanzate. Il segnale è chiaro: la partita non è più sulla tecnologia, ma sull’energia. E, soprattutto, su chi riuscirà ad assicurarsela per primo.
AGI - Per il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nessun partigiano che ha fatto la Resistenza "avrebbe mancato di rispetto alla storia della Brigata Ebraica che era stata al loro fianco a combattere" e chi lo ha fatto ha "sputato" sui valori della Resistenza. Eppure l'allontanamento dello spezzone della Brigata dal corteo di Milano, dopo che per due ore c'era stato uno stallo con i Pro Pal decisi a non farlo proseguire, continua a far discutere con un durissimo botta e risposta tra la Comunità ebraica di Milano e l'Anpi.
Il presidente della comunità ebraica milanese, Walker Meghnagi, ha accusato l'Associazione di partigiani di aver "organizzato" l'allontanamento della Brigata "perchè sin dall'inizio aveva detto 'no agli ebrei al corteo'". "Siamo stati espulsi, cacciati dal corteo, in un modo assurdo, vergognoso, ed è andata bene perchè poteva andare molto peggio", ha aggiunto Meghnagi, che ha detto di aver chiesto un incontro al Quirinale e dal Papa. "Abbiamo rispettato tutte le regole. Le bandiere israeliane c'erano, ma nessuno aveva detto di non portarle. Basta chiederlo alle forze dell'ordine".
Replica dell'Anpi
"Leggiamo le farneticanti dichiarazioni che ci accusa di fomentare l'antisemitismo", la replica dei vertici dell'Anpi, "sono dichiarazioni provocatorie, false e volutamente strumentali". Per Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale Anpi, e Primo Minelli, presidente Anpi provinciale di Milano, "questo signore vuole cosi' aumentare la tensione e creare nuove divisioni. Ovviamente con lui ci vedremo in tribunale", hanno avvertito.
Reazioni politiche
Immediate le prese di posizione politiche: l'ex vicesindacoGiuseppe De Corato, deputato di Fratelli d'Italia, ha affermato che "fin dall'inizio, infatti, l'associazione nazionale partigiani si era dichiarata non solo contraria ma addirittura ostile alla partecipazione della Brigata alle celebrazioni facendola sentire indesiderata a un corteo al quale invece aveva pienamente diritto di partecipare".
La posizione di Sinistra Italiana
Sul fronte opposto la segreteria milanese di Sinistra Italiana che parla di "notizie totalmente infondate" diffuse dai media: "Va detto che la Brigata Ebraica, nel corteo di ieri, non era sola, ma si e' fatta capofila dei peggiori reazionari e guerrafondai portando con se' i vessilli di chi oggi e' la causa delle tragedie in corso in Palestina, in Libano, in Siria, in Iran. Con bandiere dello Stato di Israele che nulla c'entrano con la Liberazione, ma che oggi rappresentano l'oppressione e il genocidio del popolo palestinese e l'aggressione a meta' del mondo arabo. "Di fronte a questa palese provocazione, considerato quanto sta avvenendo nel mondo, la contestazione e' stata del tutto spontanea, promossa da centinaia di cittadini".
L'intervento di Emanuele Fiano
AmareggiatoEmanuele Fiano: il deputato dem ha dichiarato al Corriere della Sera che "è giusto opporsi a Netanyahu, ma non bisogna confonderlo con il popolo ebraico". "Le comunità ebraiche e i mondi a loro collegati ritengono ormai impossibile il dialogo con la sinistra. Si sentono attaccati, discriminati. E non vedono grandi margini di ricucitura di fronte a situazioni come quella che abbiamo vissuto a Milano".
AGI - Ritorno dall'Italia amaro per una band ucraina che giovedì scorso si era esibita a San Donà, in Veneto. '1914', un gruppo 'death metal' che raccoglie fondi per i soldati al fronte, è stata fermata per un controllo dalla Guardia di Finanza al posto di frontiera verso l'Austria, dove era attesa per un concerto a Salisburgo e le Fiamme gialle avrebbero trattenuto loro "a titolo di oblazione" 4.800 euro, in quanto non avrebbero dichiarato alle autorità doganali il possesso di contanti oltre la soglia di 10.000.
La denuncia sui social
A rivelarlo è stata la stessa band che ha pubblicato sui propri canali social anche il verbale di contestazione. Nell'atto viene riportata anche la giustificazione dei sei membri della band che sottolineano di aver pagato le tasse dovute per la loro esibizione e di non aver infranto alcuna norma perché i soldi in contanti destinati all'esercito ucraino non superavano il tetto individuale ma erano stati messi in un unico contenitore per comodità.
Lo sfogo dei 1914: "Trattati come un'élite criminale"
La band, come riporta il Gazzettino, ha lamentato di essere finita "in una situazione molto sgradevole" perché, dopo l'evento a San Dona' di Piave "fantastico e pieno di momenti e incontri meravigliosi", sono stati "controllati una specie di èlite criminale". Malgrado la disavventura, i 1914 hanno comunque ringraziato gli spettatori che "hanno donato" e hanno annunciato che torneranno in Italia "a ottobre".
Di chi sono le case vuote? Se lo chiedeva Ettore Sottsass nel 1978. Se fosse vivo e fosse capitato a Milano nei giorni del Salone del Mobile se ne sarebbe fatta una ragione: le case, oggi, sembrano sempre più piene. Almeno a guardare gli showroom dei designer, le vetrine dei grandi marchi, gli stand dei mobilieri brianzoli che producono ormai solo per i ricchi del Medio Oriente. Si respira un tipo particolare di paranoia, nei giorni della Design Week a Milano: quella che attanaglia i ricchi terrorizzati di diventare poveri e quella che sembra offrire ai poveri una speranza.
Della ricchezza si vede sempre la fragilità
La ricchezza, si sa, o la si è ereditata o la si è conquistata: in ambedue i casi chi la possiede è portato a vederne la fragilità, perché così come si è materializzata, nello stesso modo può sparire; così il ricco visita il Salone per accumulare, compra tutto a costo di immagazzinare; mentre il ceto medio retrocesso e impoverito vede nel Salone una speranza, “ansiosa”, per riprendere una definizione di Sottsass: davanti a un divano da 20 mila euro o a un tavolo da lavoro da 10 mila non spera già di possederlo per usarlo, vede piuttosto in quei mobili il suo riscatto, una promessa di trasformazione identitaria, il solito sogno insomma.
Bramare qualcosa che non sarà mai tuo
C’è qualcosa di leopardiano nel piacere di immaginare di possedere qualcosa sapendo che quel qualcosa non sarà mai tuo; e c’è qualcosa di religioso: il visitatore del Salone compie il suo cammino di Compostela, una marcia laica, un pellegrinaggio da Brera a Tortona, da Durini alle 5 Vie, dall’Isola a Porta Venezia, dalla Statale a Zona Sarpi, nei vari district in cui si suddivide il Fuorisalone, per ammirare oggetti che non avrà mai.
Chi vorrà esporre davvero quegli oggetti in casa propria?
Il culmine di questa liturgia lo toccano i grandi marchi della moda, che da anni hanno scoperto nell’arredamento un nuovo palcoscenico. In questa settimana Gucci, Hermès, Louis Vuitton, Fendi, Versace, Dolce & Gabbana fanno a gara per esporre oggetti che sembrano fatti apposta per essere guardati, ma non toccati. Chi mai vorrà comprare gli arazzi che Demna Gvasalia, lo stilista georgiano di Gucci, ha fatto tessere a una manifattura di Bergamo, raffiguranti le pubblicità del marchio, con uomini in giacca e cravatta e Veneri botticelliane in abito da sera – ma soprattutto: chi mai li vorrà esporre in casa propria? Quali case vuote avrebbero muri abbastanza ampi sui quali montarli? E farebbe lo stesso effetto rispondere a chi chiede: «È un Demna», come in altri contesti altoborghesi si risponderebbe: «È un Hockney, è un Lucian Freud»?
Arazzi di Gucci.
Da Armani Casa i divani non sono fatti per essere comodi, così pesanti, con una profondità che ti lascia le gambe stecchite e i piedi fuori se solo pensi di appoggiare la schiena alla spalliera ma, anche questi, per essere più che altro contemplati. E dove si metterebbero quei due enormi ghepardi in ceramica lucidata di Dolce & Gabbana sul pianerottolo a fare la guardia, davanti alla porta col citofono?
La scritta del Salone del Mobile in piazza della Scala (foto Ansa).
Da Hermès il pezzo centrale della collezione è un tavolo, disegnato da Edward Barber e Jay Osgerby, che finisce in una forma arcuata, per ricordare il dorso del cavallo, in omaggio al core business di Hermès, che cominciò la sua fortuna vendendo selle e finissaggi. Tutto in intarsio di marmo di Carrara: una scultura, non un piano d’appoggio.
Il tavolo Hermès.
Ci si accontenta dell’esperienza estetica di ammirare gli arredi
La distanza tra pubblico e oggetto è infatti parte del rituale: si finisce per non desiderare davvero quel divano o quel tavolo, ci si accontenta dell’esperienza estetica di ammirarli nella loro stranezza. Gli oggetti brandizzati hanno consumato il loro valore d’uso e sono diventati pure “icone“, esposte durante “eventi” – due parole usurate che non si possono più sentire – che paralizzano la città, la trasformano in un inferno di code, per spostarsi, per mangiare, per darsi un appuntamento.
Merci comprate solo da chi può permettersele e applaudite dagli altri
I pellegrini del design, con i piedi a pezzi dopo aver macinato chilometri, non trovano una panchina nemmeno pagandola oro, i dehors dei bar sono tutti occupati, sui divani e sulle sedie esposti negli showroom guai a sedersi. Ricchi o poveri che siano si scoprono spettatori di questa recita che si rinnova puntuale ogni anno, un teatro dove le merci sono protagoniste, immaginate per case troppo piene di oggetti fatti per non essere utilizzati, comprati solo da chi può permetterseli, applauditi da tutti gli altri, nella più riuscita fiera internazionale delle illusioni.
AGI - E' stato un 25 aprile mesto per la città di Catanzaro, con l'abbraccio ideale ad Anna Democrito e ai suoi figlioletti Nicola e Giuseppe, vittime della sconvolgente tragedia dei giorni scorsi, e la speranza per Maria Luce, la bimba sopravvissuta ricoverata al Gaslini di Genova in gravi condizioni.
Nella tradizionale cerimonia per la Liberazione la sottolineatura dei valori insiti nella giornata si è intrecciata con il dolore composto della comunità, che oggi ha vissuto il lutto cittadino in occasione dei funerali delle vittime celebrati nel pomeriggio.
A rendere questo contesto il prefetto Castrese De Rosa, che ha presieduto la cerimonia per la Liberazione davanti al Monumento ai Caduti alla presenza delle massime autorità civili, militari e religiose: dopo l'alzabandiera è stato osservato anche un minuto di silenzio e raccoglimento per Anna Democrito e i figlioletti.
"Quest'anno - ha detto De Rosa - la nostra comunità è particolarmente colpita, il nostro primo pensiero va ai familiari e ai due bambini scomparsi, insieme a un appello alla speranza per Maria Luce, affinchè possa farcela. Questo dà un senso particolare a questa giornata, che è una giornata straordinaria per la nostra Repubblica: i valori nati dalla Resistenza sono alla base della nostra Costituzione e rappresentano il punto da cui ripartire per costruire un Paese migliore. E' fondamentale trasmettere questi principi alle giovani generazioni, affinchè possano coltivare ideali di pace in un mondo ancora segnato da troppi conflitti. Il 25 aprile deve essere la festa di tutti, un momento di unità che - ha concluso il prefetto di Catanzaro - non divide ma unisce, nel segno dei valori su cui è stato costruito il nostro Paese".
Poi, come detto, nel pomeriggio c'è stato l'abbraccio di tutta la città ad accompagnare l'addio ad Anna e ai figlioletti. In un clima di profonda commozione si sono svolti i funerali delle tre vittime, ai quali ha partecipato anche il marito e papà Francesco Trombetta, rientrato da Genova, dov'è ricoverata la terza figlioletta, Mara Luce, che lotta tra la vita e la morte all'ospedale Gaslini. Struggente il dolore di Francesco, che per tutto il tempo della liturgia è rimasto in ginocchio o comunque accanto ai feretri in una celebrazione che ha radunato moltissima gente in una Basilica dell'Immacolata raramente così piena.
Sui primi banchi della Basilica i volti segnati dalla sofferenza dei parenti più stretti, nonna e zii, e poi gli amici e i conoscenti del quartiere di viale De Filippis che fin dal primo momento ha fatto sentire il proprio amore alla famiglia. Non formale ma molto struggente anche la presenza delle istituzioni, a partire dal sindaco Nicola Fiorita e dal prefetto Castrese De Rosa, che al loro arrivo hanno abbracciato Francesco e i familiari.
Le parole dell'arcivescovo
Per tutti le parole di conforto di monsignor Claudio Maniago, l'arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, che ha celebrato le esequie.
"Sappiamo bene - ha detto nell'omelia monsignor Maniago - che la morte delle persone che amiamo produce una ferita incancellabile nel cuore e quindi immaginiamo le ferite che state soffrendo in questo momento. Vorremmo esservi così vicini, con la preghiera e l'affetto, da lenire almeno un poco la vostra sofferenza. Vorremmo che non vi sentiste soli nel vostro dolore, ma sapeste che la comunità cristiana vi è vicina, che la città vi è vicina, che tante persone di questo nostro paese condividono il vostro dolore e vi sono vicine. Il ricordo dei vostri cari defunti vi spinga ad amarvi ancora di più, a rinnovare la fede in Dio e la speranza nella vita".
Un monito alla comunità
L'ultimo messaggio di monsignor Maniago è stato anche un monito: "Queste bare questa sera ci chiedono un rispettoso silenzio di fronte a una tragedia assoluta, ma al tempo stesso ci chiedono di non lasciar passare invano questo dolore, ma di trasformarlo in una attenzione più concreta e una maggiore cura reciproca, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nella nostra società; ci domandano - ha concluso l'arcivescovo di Catanzaro - di fermarci a guardare meglio le nostre fragilità, i nostri figli, i nostri anziani, ma anche i nostri amici, i nostri vicini, cercando di costruire insieme una società più accogliente, dove sia sempre più difficile sentirsi soli".
AGI - Momenti di forte tensione al corteo per la Liberazione a Roma. Una donna e un uomo sono rimasti feriti dai colpi di una pistola a piombini, mentre erano nell'area di Parco Schuster, vicino alla Basilica di San Paolo, al termine della manifestazione per il 25 aprile.
Secondo quanto riferito, ad esplodere i colpi due persone su un motociclo che poi sarebbero fuggite via. Sul posto la Digos e i poliziotti del commissariato San Paolo. Indagini in corso. Le escoriazioni sarebbero lievi. Secondo gli organizzatori del corteo per la Festa della Liberazione, i due avevano al collo il fazzoletto dell'Anpi.
La coppia ferita è iscritta all'Anpi
Sono una coppia di coniugiiscritti all'Anpi che indossavano il fazzoletto rosso dell'Associazione dei partigiani l'uomo e la donna feriti a Roma dai piombini di una pistola ad aria compressa, a margine del corteo per il 25 aprile.
I due si trovavano nell'area di Parco Schuster, vicino alla Basilica di San Paolo, ed erano in cerca di un bar in via delle Sette chiese quando un uomo su uno scooterone con casco integrale e un giubbotto di colore militare si è fermato, ha estratto pistola e gli ha sparato.
L'uomo è stato colpito al collo e la donna alla spalla ma hanno riportato escoriazioni lievi: sono stati medicati in ambulanza e poi sono stati sentiti al commissariato Colombo. Gli stessi organizzatori hanno comunicato la notizia dell'attacco dal palco della manifestazione parlando di "gesto gravissimo".
Sul caso sono in corso le indagini della Digos e degli agenti del Commissariato Colombo che stanno anche analizzando le immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona.
Il presidente dell'Anpi, "opera di squadristi"
"Questi sono gli squadristi di oggi. Chi l'avrebbe mai detto che dopo 80 anni ci saremmo ritrovati davanti ai mostri dei vecchi fascismi, dei nuovi fascismi, delle guerre...". Cosi' il presidente dell'Anpi Gianfranco Pagliarulo dal palco del 25 aprile a Milano commentando quanto successo a Roma. Prima di lui è intervenuta la partigiana milanese Sandra Gilardelli: "Sono Sandra e a nome di tutti i partigiani e di chi non è tornato per darci la libertà dico: ora è sempre Resistenza".
Il corteo della Liberazione al Parco Schuster
Il grande fiume del corteo della Liberazione con decine di migliaia di partecipanti aveva fatto il suo ingresso alle 13 al Parco Schuster, accolto da un boato di applausi e dalle note di "Bella Ciao". Dopo aver attraversato i lotti storici della Garbatella in un clima di grande partecipazione popolare, la testa della manifestazione è giunta ai piedi del palco. In prima fila il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e il leader della Cgil Maurizio Landini, che hanno guidato il percorso dietro lo striscione dell'Anpi. Sul palco uno striscione "25 aprile 80 anni di Repubblica antifascista".
Gualtieri contestato
"Fascista, fascista!": con queste parole una donna ha contestato il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, nel corso del suo intervento a Parco Schuster alla Festa della Liberazione.
Gli altri partecipanti hanno fischiato la contestatrice e il sindaco ha scherzato: "Va bene così, a noi le piazze ci piacciono vere e di assemblee tante". Una seconda donna ha contestato il sindaco urlandogli: "Vergogna. Fai schifo. Stai vendendo la città, infame. Lobbista". Gualtieri ha poi concluso il suo intervento tra gli applausi.
Fratoianni: "E' violenza fascista"
"Che due persone con il fazzoletto dell'Anpi al collo vengano colpite da colpi di pistola, anche se ad aria compressa, come è avvenuto a Roma è di una gravità assoluta. Ai due feriti la nostra solidarietà. Siamo certi che le forze dell’ordine individueranno al più presto il responsabile di questo gesto". Lo afferma Nicola Fratoianni di Avs appena appresa la notizia di quanto accaduto nella Capitale.
Si tratta - prosegue il leader rossoverde - di un ulteriore episodio di una lunga serie di intimidazioni, minacce, atti di violenza di segno fascista che da troppo tempo si stanno verificando nel Paese. Nessuna impunità, nessuna sottovalutazione - conclude Fratoianni - può essere accettata in uno Stato democratico.
Scritte contro la Resistenza
Scritte contro la Resistenza a Roma nella notte prima della Festa della Liberazione: '25 aprile, partigiano infame', si legge su grandi manifesti neri comparsi in diverse piazze della zona San Giovanni-Appio Latino, come al mercato di piazza Epiro e a piazza Tarquinia.
I manifesti sono stati rimossi dopo la segnalazione di commercianti della zona. Ferma condanna è stata espressa da Giorgio Trabucco, capogruppo capitolino della Lista Civica Gualtieri Sindaco, e da Claudio Lorenzini, capogruppo della Lista Civica Gualtieri in VII Municipio.
"Consideriamo questi episodi non solo gesti vili e provocatori", hanno affermato in una nota, "ma un'offesa grave alla memoria di uomini e donne che hanno sacrificato la propria vita per restituire libertà e dignità al nostro Paese. Non si tratta di semplici provocazioni: è un attacco ai principi fondanti della Repubblica e alla nostra identità democratica".
«Il mio governo affronterà questioni irrisolte di enorme portata». Sanae Takaichi l’aveva promesso, nella campagna per le elezioni di febbraio 2026, poi stravinte. Ora la premier ultra conservatrice ha iniziato davvero a cambiare il volto del Giappone: abolite ufficialmente le restrizioni all’export di armi letali, grazie a un’ampia maggioranza in grado di portare a termine riforme a lungo rimandate. Tokyo può dunque vendere all’estero navi da guerra, carri armati, jet e missili. Fin qui non era possibile, con la politica pacifista adottata dopo la Seconda guerra mondiale.
Cadono i pilastri del pacifismo giapponese
Takaichi ha deciso di rivedere i cosiddetti “tre principi” sull’export militare, che per decenni hanno rappresentato alcuni dei pilastri del pacifismo giapponese, assieme all’interpretazione restrittiva dell’Articolo 9 della Costituzione imposta dal generale americano MacArthur: dopo la fine dell’era imperialista, Tokyo aveva rinunciato alla guerra come strumento sovrano e limitato drasticamente l’uso delle forze armate nazionali, nonché la possibilità di contribuire alla diffusione globale degli armamenti.
La premier giapponese Sanae Takaichi al G7 online di marzo 2026 (foto Ansa).
Armi inviate anche a Paesi coinvolti in conflitti
Nel 2014 c’era stato un parziale via libera su equipaggiamenti non letali per ragioni di soccorso, trasporto e sminamento. Adesso cadono tutti i divieti, quantomeno per le esportazioni verso Paesi che hanno accordi di partnership col Giappone in materia di difesa. In questo senso è stata già siglata un’intesa per la vendita di una flotta di navi da guerra all’Australia. Diventa possibile anche la vendita del nuovo caccia di sesta generazione, sviluppato con Italia e Regno Unito. La riforma prevede inoltre una clausola per cui, in circostanze eccezionali a discrezione dell’esecutivo, potranno essere inviate armi a Paesi coinvolti in conflitti.
Tokyo diventa attore industriale nella filiera globale della guerra
Finché il Giappone esportava equipaggiamenti “difensivi“, poteva sostenere la narrazione di un contributo alla sicurezza senza partecipare direttamente alla logica del conflitto armato. Con l’ingresso nel mercato delle armi letali, invece, Tokyo accetta implicitamente di essere un attore industriale e strategico all’interno della filiera globale della guerra.
Incentivo agli investimenti in ricerca e sviluppo
Takaichi giustifica la svolta su due livelli. Il primo è economico–industriale. L’industria della difesa giapponese, pur tecnologicamente avanzata, è rimasta per decenni limitata da una domanda interna relativamente ridotta, vincolata al bilancio delle Forze di autodifesa. L’apertura all’export consente di ampliare i mercati, generare economie di scala, incentivare investimenti in ricerca e sviluppo e integrare il Giappone nei grandi programmi multinazionali, come appunto quello sul caccia di sesta generazione. La competizione tecnologica militare è d’altronde uno dei principali driver dell’innovazione, e secondo Takaichi rimanerne esclusi significherebbe perdere terreno anche in ambito civile.
Circa 3 milioni di giapponesi, tra militari e civili, furono uccisi durante la Seconda guerra mondiale (foto Ansa).
Il secondo livello è strategico–militare. Il Giappone percepisce il suo ambiente di sicurezza come il più complesso dalla fine della guerra. La crescita militare della Cina, le provocazioni missilistiche della Corea del Nord e l’alleanza formale di mutua difesa siglata nel 2024 da Russia e Pyongyang alimentano un senso diffuso di vulnerabilità.
Non c’è più fiducia nel ruolo degli Stati Uniti di Trump
Dopo la guerra in Ucraina, il Giappone ha ripetutamente avvertito del rischio di un conflitto in Asia. Vendere sistemi militari è un modo per consolidare la proiezione regionale del Giappone, il Paese più convinto nel costruire una rete di alleanze e partnership asiatiche, anche prima dell’avvento di Takaichi. Una necessità vista ancora come più impellente con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e con la guerra contro l’Iran, che sta assorbendo l’attenzione militare e (soprattutto) gli arsenali di Washington. Tradotto: non c’è più una fiducia assoluta sulla tenuta del ruolo regionale degli Stati Uniti in materia di difesa.
Donald Trump nello Studio Ovale con Sanae Takaichi (foto Ansa).
Il governo non avrà bisogno di passare dal parlamento
Non tutti approvano. La Cina dichiara che si opporrà a quello che definisce un «ritorno sconsiderato al militarismo dell’estrema destra giapponese». Il tutto avviene nell’ambito di una profonda crisi diplomatica tra Pechino e Tokyo, nata per il sostegno esplicito di Takaichi a Taiwan. In Giappone protestano le opposizioni. Contrariamente a quanto chiedevano, il governo ha stabilito che non avrà bisogno di passare dal parlamento per approvare l’export di armi letali.
Il processo di riarmo potrebbe sfociare in una revisione costituzionale
Di certo, con la prima premier donna della storia del Giappone, il processo di riarmo ha accelerato e nei prossimi mesi potrebbe sfociare in una revisione costituzionale. Va sottolineato che quel processo era perseguito anche dai suoi predecessori, compresi quelli più recenti come Fumio Kishida e Shigeru Ishiba, compagni di partito ma a capo di fazioni più moderate. Kishida è stato per esempio il primo leader nipponico a partecipare a un summit della Nato, siglando anche un memorandum di cooperazione strategica con l’Alleanza Atlantica.
Un cambio di passo nella visione politico-identitaria
La necessità di riarmo e rafforzamento delle partnership di difesa è dunque una prospettiva strutturale, ma fin qui applicata in modo pratico e graduale. Su questo processo Takaichi innesta un cambio di passo non solo a livello di tempistiche, ma anche e soprattutto di visione politico-identitaria. A differenza dei suoi predecessori più prudenti, la premier non si limita a giustificare il riarmo come necessità tecnica: lo inserisce in un racconto di “normalizzazione” nazionale. Secondo Takaichi il Giappone deve smettere di essere un’eccezione, dunque implicitamente debole, e tornare uno Stato sovrano pienamente legittimato a difendere i suoi interessi con tutti gli strumenti disponibili.
L’annuale celebrazione della fine della Seconda guerra mondiale in Giappone (foto Ansa).
Spesa militare intorno al 2 per cento del Pil entro il 2027
Il rafforzamento militare giapponese è evidente già nell’aumento delle risorse destinate alla difesa. Per l’anno fiscale 2026, il budget raggiunge circa 9 mila miliardi di yen, una cifra senza precedenti che segna il superamento dei limiti storici autoimposti e avvicina il Paese all’obiettivo di portare la spesa militare intorno al 2 per cento del Pil entro il 2027. Tokyo sta tornando a investire su sistemi di “contrattacco“, concepiti per neutralizzare minacce potenziali prima che si concretizzino in attacchi diretti. Si passa strategicamente da una difesa prevalentemente reattiva, centrata sulla protezione del territorio, a una logica che include la possibilità di colpire preventivamente infrastrutture e asset strategici dell’avversario. C’è stato il primo dispiegamento dei missili antinave Type-12 nella base di Kumamoto.
Alcuni funzionari hanno persino parlato di un ipotetico futuro superamento del tabù delle armi nucleari. Il Giappone è l’unico Paese ad aver subito attacchi atomici, e per decenni ha costruito su questa esperienza una posizione morale forte a favore del disarmo. Il fatto che oggi alcuni settori politici considerino discutibile il rifiuto assoluto della deterrenza nucleare indica un cambiamento culturale profondo. Tokyo svilupperà davvero armi atomiche? Non è detto, ma di sicuro il vincolo morale che lo impediva non è più intoccabile. Incide anche un fattore generazionale: mentre i più anziani mantengono viva la memoria diretta della guerra, i giovani sono più sensibili alle minacce attuali che ai traumi del passato. La progressiva scomparsa degli hibakusha, i sopravvissuti alle bombe atomiche, riduce ulteriormente il peso politico del pacifismo storico.